Se il doppio registro è un’abilità
Forum Ambrosetti di Cernobbio, il sondaggio finale premia il governo e cristallizza che un’alternativa non c’è
Il doppio registro in politica viene spesso ingenuamente letto come un doppio gioco — un’abilità di imbonire la folla nelle piazze e nei talk show da una parte e poi di ingraziarsi l’establishment nei luoghi del potere dall’altra — quando in verità rappresenta non un gioco di prestigio, ma un’abilità politica. È la capacità che consente ai leader di confrontarsi con pubblici differenti: nel caso del Forum Ambrosetti di Cernobbio, con interlocutori estremamente distanti, per formazione e interessi, dai “mangiatori di salsiccia” assidui frequentatori delle Feste dell’Unità e dalle piazze pro-Pal animate dalle flottiglie di terra dei centri sociali e degli antagonisti, rigorosamente avversi al capitale “maligno” e al mercato (meglio il buon vecchio “sei politico” che mantiene in vita una certa mediocrità).
La capacità di utilizzare il doppio registro avrebbe sicuramente giovato ai leader del campo largo che, diciamolo in termini benevoli, hanno fatto una figura barbina. Le premesse certo non erano delle migliori, preso atto che ad oggi la sinistra non ha né un leader, né un programma, né una coalizione delineata da esporre ai manager e alle figure chiave del mondo dell’economia ospiti di The European House – Ambrosetti, abituati ad ascoltare proposte chiare e poco arzigogolate. Senza dimenticare una vecchia legge sempre valida nella galassia degli interessi economici: tra la certezza e la scommessa, in tempi grami, vince la certezza.
Quindi, o ti presenti e fai un discorso alla Gordon Gekko, oppure è meglio darsi malati. Giuseppe Conte, che da ex Premier conosce l’ambiente, si è mosso con maggiore agio e astuta dimestichezza, mentre Elly Schlein è andata a sbattere. La segretaria PD ha fallito su tutta la linea, scegliendo le parole meno adatte in un contesto come quello di Villa d’Este: ha bocciato l’aumento delle spese di difesa e l’impegno del 5% assunto dal governo, parlando invece di “esercito comune europeo”. Peccato che il tema in questione sia fuori da qualsiasi agenda politica dei governi europei, non sia fattibile e rappresenti pura utopia.
Cosa diversa è la difesa comune europea intesa come sinergia e condivisione, pur nella demarcazione delle proprie individualità; ma per realizzarla — e qui è cascata la Schlein — serve l’aumento della spesa che la NATO ha richiesto a ogni membro per essere in grado di difendersi. Concetto, questo, che dalle parti del Nazareno non sembra aver fatto breccia. La difesa non si fa con i carri del Gay Pride, ma con i carri armati, i caccia, gli scudi missilistici e, per quanto riguarda l’Italia, con un costante aggiornamento delle forze aereo-navali.
Con un doppio ritorno, sia in termini economici che di percezione. Ma per Schlein tutto questo non serve: basta appaltare all’Unione Europea anche l’ultimo pezzo di sovranità sopravvissuto nel comparto difesa (la celebre profezia di Montanelli è sempre attuale). Il sondaggio tra i partecipanti alla fine premia il governo (ma guarda un po’) e dimostra ancora una volta una verità evidente: l’alternativa all’esecutivo che ci si sforza di presentare con una certa compiacenza giornalistica semplicemente non c’è.
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