La Francia ha scoperto di avere una giustizia malata. Per noi italiani, che con quella malattia conviviamo da decenni, la notizia suscita amara consolazione. Anche Parigi piange. E soprattutto Parigi assomiglia a Roma. Le Figaro ha pubblicato un articolo del giurista Nicolas Baverez sulla crisi della giustizia francese. Il merito è di rompere un tabù. La giustizia d’Oltralpe, a lungo raccontata come macchina razionale dello Stato, viene descritta per ciò che oggi appare: un grande corpo malato, lento, costoso, burocratico, sempre meno capace di garantire certezza del diritto e fiducia.

Vista dall’Italia, la diagnosi non sorprende e suona come un déjà-vu. La Francia denuncia come emergenza ciò che da noi è diventato ordinario. La crisi della giustizia italiana non è una patologia improvvisa, ma una condizione cronica, una malattia di sistema. Secondo il Justice Scoreboard della Commissione europea, il tempo medio per definire una controversia civile o commerciale in primo grado è di 341 giorni in Francia e di 373 in Italia. La distanza, in apparenza, non è enorme. Ma il processo italiano, quando attraversa primo grado, appello e Cassazione, può diventare una traversata oceanica: anni che si aggiungono ad anni, persone che scompaiono, fascicoli che invecchiano, diritti che attendono. Una serie tv interminabile, ma senza intrattenimento, solo il costo umano, economico e civile dell’attesa.

Sul piano economico, il confronto è istruttivo. La Francia lamenta sottofinanziamento cronico della giustizia. L’Italia offre un paradosso: risorse non irrilevanti, costi elevati, risultati modesti. Una giustizia lenta e costosa che chiede molto e restituisce poco. Le patologie comuni sono note: inflazione normativa, diritto meno prevedibile, contenzioso più probabile, burocrazia giudiziaria. Troppe regole, eccezioni, riti, formalismi. La legge si moltiplica, la certezza diminuisce. La macchina processuale, invece di semplificare, complica. L’innovazione tecnologica, evocata in ogni convegno e in ogni relazione ministeriale, talvolta trasferisce nel digitale le stesse lentezze dell’analogico, con in più qualche piattaforma instabile.

Il punto più delicato è però il ruolo della magistratura. Baverez denuncia, in Francia, una cultura corporativa e una crescente inclinazione a entrare nella sfera politica. Qui il lettore italiano avverte tanta familiarità. Sono le stesse accuse che da anni attraversano il nostro dibattito pubblico: corporativismo, autoreferenzialità, politicizzazione, difficoltà a distinguere la funzione di garanzia dalla tentazione del protagonismo istituzionale. Ogni ordinamento ha la sua storia. Ma il parallelismo è evidente. La giustizia non soffre solo per carenza di mezzi, ma per deficit organizzativi, culture professionali poco inclini alla responsabilità, resistenza a misurare tempi, risultati e qualità delle decisioni. L’indipendenza della magistratura è essenziale, ma non significa immunità da ogni valutazione.

I rimedi sono noti: semplificare le norme, razionalizzare le procedure, tagliare i formalismi inutili, investimenti nella digitalizzazione e nell’Intelligenza Artificiale come strumenti di supporto all’attività giudiziaria. Ma in Italia non basta aggiungere personale, fondi e piattaforme. Occorre cambiare organizzazione degli uffici, distribuzione delle risorse, gestione dei flussi, responsabilità dei dirigenti. Una giustizia inefficiente può ricevere denaro e riforme restando identica a sé stessa, perché il problema non è soltanto la quantità degli strumenti, ma il modo in cui vengono usati. Se la Francia teme di diventare il malato d’Europa, l’Italia rischia di restare nel reparto dei moribondi.

Piermilio Sammarco

Autore