E se fosse una trappola? La domanda non è complottista, sorge dall’esperienza. Soltanto le parole indegne del ministro della Difesa di Islamabad, Khawaja Asif, che ha definito Israele “cancerogeno” e “maledizione per l’umanità” – e meno male che sono gli ebrei a essere cattivi! – dovrebbero indurre gli Stati Uniti a muoversi con maggiore cautela.

D’accordo, la proposta di Islamabad per una tregua della guerra contro l’Iran non si poteva rifiutare. Non fosse altro perché è stata la sola messa sul tavolo. A bocce ferme però, è palese che le simpatie del Pakistan pendano di più da una parte e non si possano definire oggettive.
Vale però la pena ricordare le tante volte in cui Washington è andata a sbattere contri i sotterfugi inconcludenti dei vari leader pakistani. Dalla dinastia Bhutto a Musharraf. Negli anni della guerra in Afghanistan, la Casa Bianca è scesa a compromessi con doppiogiochisti di prima categoria, fieri della loro corruzione con cui da sempre governano il Paese, un groviglio di centri di potere in cui uno non sa mai cosa stia architettando l’altro. Mister 10%, lo chiamavano così negli Anni ’90, Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto e oggi presidente della repubblica dei “Paesi dei Puri”.

Attenzione, perché da allora se le cose sono cambiate, sono cambiate in peggio. La triangolazione fra talebani, jiadisti del Tehrik-e-Taliban Pakistan e il servizio segreto di Islamabad, l’imperscrutabile Isi, era stata fonte di imbarazzo per le Amministrazioni Bush jr. e Obama. Il Paese restava un indispensabile testa di ponte per le operazioni oltreconfine contro al-Qaeda e gli studenti coranici di Kabul. Salvo poi scoprire che Osama bin Laden era rintanato ad Abbottabad, città in territorio amico. In teoria. Tant’è che quando i Seals lo uccisero nel maggio 2011, Islamabad non la prese bene. E che dire delle decine di miliardi di dollari spesi da Washington in supporto logistico, lotta all’Armata rossa prima – quando l’Urss aveva invaso l’Afghanistan – e poi contro il terrorismo, usati in modo quanto meno opaco dal governo pakistano? “La guerra di Charlie Wilson”, con Tom Hanks, ha ancora la sua attualità.

Siamo sicuri di poterci fidare di Zardari e del suo primo ministro Shehbaz Sharif? Sì quel Sharif. Quello dei Panama papers. La “Terra dei puri” è una nazione costruita a tavolino, perché la sua identità musulmana non poteva contaminarsi con quella indù, ancora ai tempi della caduta dell’Impero britannico. Quella è una storia remota soltanto per noi. India e Pakistan si odiano come se la scissione fosse un fatto di ieri. Due potenze atomiche che da sempre se la sono giurata. Appena lo scorso anno, si sono concesse quella periodica guerra lampo nel famigerato Kashmir.

Dato, quest’ultimo, che può sembrare irrilevante. Ma se poi si va a guardare che Pakistan e India sono rivali, l’India è il primo competitor regionale della Cina, quest’ultima è l’alleata di riferimento sia di Islamabad sia dell’Iran, si ha la dimostrazione del teorema. Non è uno scoop il fatto che i negoziati di oggi siano stati indotti da Pechino. A Xi Jinping non interessa fare la guerra e nemmeno gli piace che le combattano gli altri. Soprattutto se sono troppo vicine alla sua sfera di influenza. Quando ci sono gli interessi economici, si può essere muscolari quanto si vuole. Ma non bisogna farsi del male. È allora lecito chiedersi quanto la tregua negoziata a Islamabad – se mai avrà vita – tornerà vantaggiosa per Stati Uniti e Israele, che di fronte non hanno soltanto l’Iran, ma anche un Pakistan di parte e che agisce per interposta persona.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).