La recente rivoluzione telematica del processo penale ha finito con il condizionare l’attività dell’avvocato penalista, subissato da una serie di nuovi impegni per esercitare le facoltà concesse dalla legge al cittadino (sia esso indagato, imputato o persona offesa) coinvolto dalle indagini preliminari o dal processo. Continue e incalzanti riforme, soltanto in parte dettate dall’emergenza per il Covid, partite dal marzo del 2020 e tuttora in corso, hanno finito con lo stravolgere molti aspetti dell’attività professionale, con onerose ripercussioni sull’attività lavorativa del difensore e sui diritti dell’assistito.
Sia ben chiaro, gli avvocati non hanno alcuna nostalgia del passato e plaudono alle innovazioni tecnologiche che rendono più fluido l’iter processuale e maggiormente agevole l’accesso del difensore agli atti e sempre più effettivo il diritto di difesa. Dunque, nessuna generalizzazione. Ma quanto sta accadendo soprattutto con riferimento al tema della produzione normativa, con particolare riflesso alla fase delle indagini preliminari e alle impugnazioni, necessita di una immediata revisione da parte di chi ha la responsabilità di governare il Paese e di guidare gli uffici giudiziari.
Quanto al tema di carattere generale, occorre immediatamente porre un freno e un coordinamento alla ipertrofica produzione normativa a ogni livello: si è perso il conto delle disposizioni normative (leggi, regolamenti, decreti, circolari) finanche di natura amministrativa (i provvedimenti del Dgsia) che occorre tener presente per svolgere l’attività difensiva.
Sembra essere tornati al Seicento e alle grida manzoniane: una profonda burocratizzazione che ha fatto diventare l’attività forense simile a quella dell’addetto ai telegrafi di una volta, costantemente impegnato a inviare e ricevere comunicazioni dall’oscuro e non univoco significato. Occorre tornare alla centralità del processo penale e potenziarne l’oralità: le regole, soprattutto quelle fondamentali, non possono essere messe in discussione e disperdersi in mille rivoli e riforme spesso contraddittorie e non coordinate che hanno finito con il minare certezze assolute come, per esempio, la forma di presentazione di una querela o il deposito di una impugnazione o ancora le modalità di celebrazione di un’udienza, generando una situazione di grande confusione e incertezza che è esattamente la malattia che il rimedio si proponeva di combattere.

Il codice di procedura penale stabilisce l’assoluta semplificazione delle forme ed è a tutti noto che la semplificazione delle forme corrisponde a un risparmio di tempi e di costi per l’intero apparato giudiziario. Per bene intenderci, quello che ieri si riusciva a fare in pochi istanti (come depositare una nomina o presentare una querela) oggi può richiedere incredibilmente lunghi giorni di preparazione e attesa. Ecco, quindi, alcune riforme che dovrebbero essere urgentemente attuate dal legislatore: innanzitutto operare il coordinamento tra le fonti che abbiano una ricaduta diretta o indiretta sul processo penale.

In pratica, recuperare quanto di utile ci sia nei vari provvedimenti di grado inferiore alla legge e che abbia dignità di essere inserito tra le norme del codice processuale e tutto il resto eliminarlo con tratto netto di penna; in altre e più semplici parole, tutto ciò che concerne il processo penale deve “stare” all’interno del codice di rito senza che l’operatore del diritto abbia necessità di consultare altre leggi – e tantomeno decreti e circolari e men che meno provvedimenti del Dgsia – sparsi chissà dove e reperibili chissà come, come avveniva, appunto, prima dell’era moderna. In secondo luogo, abolire del tutto la possibilità di celebrazione dei giudizi di appello e di cassazione senza la partecipazione del difensore, ovvero abolire il processo penale scritto (a meno che non vi sia una espressa richiesta e consenso del ricorrente e dell’assistito sin dalla proposizione della impugnazione).

Ancora, consentire sempre e comunque il deposito dell’atto di impugnazione nelle forme previste dal codice di procedura penale ovvero con atto scritto e, in aggiunta, prevedere il deposito mediante pec con firma digitale. Occorre raddoppiare il termine di comparizione oggi fissato in 20 giorni per il giudizio di appello e in 30 giorni per quello di Cassazione, periodo che anche grazie alle notifiche operate a mezzo pec si rivela spesso del tutto insufficiente (anche in momenti diversi dalla emergenza sanitaria) per consultarsi con gli assistiti e/o con i colleghi e così adottare scelte processuali meditate e condivise.

Infine, quanto alla fase delle indagini preliminari, una volta scelta la strada del portale telematico per canalizzare tutte le comunicazioni ed essendo ben lontani da un sistema che funzioni perfettamente, occorre da un lato consentire nuovamente alla difesa di depositare, in alternativa all’uso del portale, atti scritti e dall’altro quantomeno raddoppiare il termine di giorni venti di cui al terzo comma dell’articolo 415 bis che è assolutamente insufficiente all’esercizio dei diritti e delle facoltà garantiti dalla norma.

Sotto questo profilo, dal 2017 il termine è equiparato a quello concesso dal terzo comma dell’articolo 408 a chi intenda opporsi a una richiesta di archiviazione a dimostrazione ulteriore della estrema urgenza di un ampliamento del termine della ben più pregnante fase che ha inizio con la notifica all’indagato dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari che spesso, purtroppo, durano diversi anni.