Pensavano fosse dossieraggio e invece è un riassunto ben fatto di voci, attori, protagonisti, comparse e copioni dei talk show andati in onda negli ultimi tre mesi nelle tv pubbliche e private. E un distillato del magma che ogni giorni i social ributtano dal web. Convinti di essere piombati in una fase cupa della democrazia, della serie “aiuto, spiano i giornalisti” e “profilano cosa fanno, dicono, come e dove vanno”, ci riscopriamo in un venerdì di metà giugno con un documento in mano lungo sette pagine sicuramente utile da un punto di vista giornalistico. Totalmente innocuo dal punto di vista della privacy e della libertà di opinione.

Tanto per essere chiari e restare su questo punto che è senza dubbio il più delicato, nel “Bollettino” che è stato redatto “sulla base di fonti aperte” cioè web, social, tv, radio, giornali e siti di informazione, ci sono 6 nomi di italiani e altrettanti di giornalisti più o meno russi e più o meno giornalisti diventati “famosi” in questi tre mesi di guerra grazie agli inviti nei talk televisivi. Rispetto a ciascuno di questi nomi «non c’è alcuna attività di profilazione né attenzionamento, solo report sulla base di fonti aperte finalizzati a descrivere specifiche tendenze». Soprattutto non sono citati nè il professor Alessandro Orsini né il senatore Vito Petrocelli (ex M5s) che invece erano stati indicati nella “lista di proscrizione”. «Nessuna spectre e nessun Grande Fratello», ha detto il “capo politico” della nostra intelligence, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti Franco Gabrielli che da domenica scorsa, giorno in cui il Corriere della Sera ha rivelato il dossier sugli antiputiniani, si è trattenuto con grande fatica dall’esternare e commentare quello che è uscito su quotidiani e tv.

E ieri, dopo lunga riflessione a livello di governo, ha deciso di mettere le carte in tavola. «Abbiamo declassificato il documento – ha detto in una conferenza stampa in cui era collegato da remoto in quanto “positivo al Covid” – perché riteniamo che sia prevalente che i cittadini possano valutare da soli che nel nostro Paese che non esiste nessun Grande fratello, nessuna spectre e che nessuno, tanto meno il governo, indaga sulle opinioni». Pubblicare tutto per far cessare «ogni infamante sospetto sull’attività dell’intelligence nazionale o su fantomatici indirizzi governativi volti a limitare il diritto di informazione». E perché la buona informazione è sempre «l’antidoto contro la disinformazione che è da anni e grazie al web elemento protagonista della minaccia ibrida». Quindici, venti minuti di lettura (per stare larghi) e della famigerata “lista di proscrizione” restano sei italiani ritenuti “diffusori di notizie filorusse” nell’ambito del conflitto russo-ucraino. Riportiamo qui i nomi solo perché sono estremamente familiari a chiunque di noi segue i talk show serali.

Troviamo Alberto Fazolo, “economista iscritto all’albo dei giornalisti del Lazio come pubblicista” che su La 7 ha detto una sera che “in Ucraina negli ultimi 8 anni sono stati uccisi 80 reporter” introducendo così, si legge nel Bollettino, «un nesso di consequenzialità tra l’elevato numero di decessi dei giornalisti e la presenza sul quel territorio di formazioni para-militari di matrice neonazista (come il battaglione Azov)». Si trova Rolando Dubini, definito come «uno degli utenti più attivi nella pubblicazione di contenuti su canali italiani filo-russi dedicati al sostegno della guerra in Ucraina» e Francesca Donato, eurodeputata ex Lega descritta su Russia Today come “colei che ha votato contro l’invio di armi in Ucraina”. Molto ma molto meno di quello che si potrebbe raccontare di Donato dopo averla ascoltata due sere in tv. Citati anche Giorgio Bianchi, “noto freelance italiano presente in territorio ucraino con finalità di attivismo politico-propagandistico filo-russo”; Rosangela Mattei, nipote di Enrico (una sua intervista è stata “rilanciata sui social da noti influencer antigovernativi e filorussi”) e Francesca Totolo, blogger del Primato nazionale che ha ripreso un tweet di “una campagna mediatica contro il presidente Zelensky”.

Nel Bollettino, tra i “momenti più significativi osservati” si segnala l’intervista rilasciata dal ministro degli Affari esteri russo Lavrov a ZonaBianca su Rete 4” dove “diversi passaggi sono stati ripresi e strumentalizzati in chiave disinformativa”. E poi ci sono i giornalisti russi, i presunti giornalisti, i rappresentanti istituzionali russi ospitati su emittenti televisive italiane, tutti rilanciati con “ampia visibilità” dallo stesso account dell’ ambasciata russa in Italia. Francamente, ciascun giornalista italiano che segue l’attualità sarebbe stato in grado di redarre un report forse anche più ricco e stimolante di questo. Così come ciascun giornalista italiano, una settimana dopo l’inizio della guerra, ha capito il fenomeno a cui il Bollettino dedica le prime due pagine: i no vax, no mask e no pass erano tutti passati armi e bagagli sulla nuova passerella mediatica, cioè anti Nato e a favore di Putin.

È il partito antisistema che una volta trovava spazio e rappresentanza nel populismo di Lega e 5 Stelle e ora sta con Putin pur di stare contro Draghi e il governo considerati “responsabili dell’aumento dei prezzi e della crisi energetica”. Gabrielli sta valutando l’opportunità di andare avanti con la redazione del Bollettino nato nel 2019 e che è solo la sintesi di una monitoraggio che la Ue ha chiesto di attivare dopo che Brexit e elezione Usa 2016 sono state condizionate da attività di depistaggio e inquinamento via web. Altra cosa è la “manina solerte e che, promette Gabrielli, non resterà impunita”, che ha consegnato ai media il Bollettino.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.