Economia
Giappone, è finito il “decennio perduto”: una lezione che l’Italia non vuole imparare
La Bank of Japan ha riportato i tassi di interesse all’un per cento, il livello che il Giappone non vedeva dal 1995. Non è un rialzo qualunque, non è una semplice decisione tecnica presa per raffreddare l’inflazione o difendere lo yen. È molto di più: è la fotografia, arrivata con trent’anni di ritardo, della fine del grande “esperimento giapponese”. Per capire la portata della scelta bisogna tornare indietro agli anni Novanta, quando il Giappone entrò in quello che sarebbe stato chiamato “decennio perduto”. In realtà, quel decennio non durò dieci anni. Durò molto di più. Durò abbastanza da trasformarsi in una condizione permanente: bassa crescita, bassa inflazione, consumi deboli, salari fermi, investimenti prudenti, banche appesantite, Stato sempre più presente e politica monetaria sempre più espansiva.
Il Giappone degli anni Ottanta sembrava destinato a conquistare il mondo. Le imprese compravano asset ovunque, la Borsa saliva, gli immobili correvano, il credito era abbondante. Poi la bolla scoppiò. Il valore degli immobili e delle azioni crollò, le banche si ritrovarono piene di crediti deteriorati, le famiglie iniziarono a risparmiare invece di spendere, le imprese smisero di rischiare. Da quel momento il Paese entrò in una trappola difficilissima: non una crisi violenta, ma una lunga stagnazione.
Reazione
La Bank of Japan provò a reagire abbassando i tassi, poi portandoli quasi a zero, poi inventando strumenti sempre più aggressivi: acquisti di titoli, liquidità abbondante, controllo della curva dei rendimenti, tassi negativi. Lo Stato, intanto, aumentava la spesa pubblica. Il debito cresceva, le banche venivano sostenute, l’economia veniva continuamente alimentata. Eppure il motore non ripartiva davvero. Perché? Perché la moneta può comprare tempo, ma non può creare da sola produttività. Può evitare il collasso, può tenere bassi i costi del debito, può sostenere i mercati, può dare ossigeno alle imprese. Ma non può obbligare un sistema economico a innovare, a investire meglio, a far crescere i salari, a migliorare l’efficienza, a produrre più valore per ogni ora lavorata.
Effetti
Il Giappone ha dimostrato proprio questo: si possono iniettare quantità enormi di denaro nell’economia, ma se la produttività resta debole, la crescita resta debole. Il decennio perduto si è prolungato perché non era solo una questione monetaria. Era una questione demografica, industriale, bancaria, culturale. La popolazione invecchiava, la forza lavoro si riduceva, le imprese accumulavano liquidità invece di investirla, i consumatori restavano prudenti, i salari non correvano, lo Stato continuava a intervenire per compensare la debolezza privata. La politica monetaria è diventata così una stampella permanente. Il ritorno dei tassi all’un per cento dice che quella stagione, almeno simbolicamente, si chiude. Il Giappone non è più il laboratorio della deflazione eterna. Ora deve fare i conti con pressioni sui prezzi, yen debole, costo dell’energia, salari che provano a muoversi e una banca centrale costretta a normalizzare.
La lezione
Tutto questo appena descritto non vi ricorda nulla? Anche l’Italia conosce bene la stagnazione lunga. Non ha avuto i tassi zero per trent’anni come il Giappone, ma ha avuto un problema simile: crescita bassa, salari reali deboli, produttività quasi ferma, debito pubblico elevato, investimenti insufficienti, pubblica amministrazione lenta, imprese spesso troppo piccole per competere davvero sui mercati globali. Anche da noi, per anni, si è pensato che bastasse sostenere la domanda, aumentare la spesa, distribuire bonus, proteggere settori, rinviare riforme. La domanda “drogata” non sostituisce la produttività. Se un Paese produce poco valore aggiunto, può anche spendere di più per un periodo, ma prima o poi il conto arriva: più debito, più tasse, meno margini per investire, meno salari, meno futuro. Il Giappone ci dice che non basta avere una banca centrale generosa. L’Italia ci dice che non basta nemmeno avere spesa pubblica, incentivi, fondi europei e debito. Senza produttività, tutto diventa compensazione. È una lezione anche per noi: la moneta può spegnere un incendio, non può costruire una casa.
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