Giorgio Parisi è, senza alcun dubbio, una persona eccezionale. Lo è da sempre, ben prima di un riconoscimento straordinario come il Nobel per la Fisica. Il Nobel è, come lo stesso Parisi ha detto nell’essenziale intervento che ha tenuto alla Sapienza nel giorno dell’annuncio del premio, un riconoscimento anche al contributo italiano dato alla scienza mondiale. Un contributo che parte da quel dipartimento di Fisica della Sapienza che è intitolato a Guglielmo Marconi e a Enrico Fermi, i due primi italiani (ce ne saranno poi altri tre) ad aver ottenuto il prestigioso riconoscimento.

Voglio partire da Roma, da quella straordinaria comunità scientifica che si è formata sentendo l’aria che hanno respirato i ragazzi di Via Panisperna, Fermi, Pontecorvo, Segrè, e poi i nuovi maestri come Amaldi e Cabibbo, entrambi citati da Parisi, dai suoi studenti, che lo hanno accolto con un bellissimo striscione, “It’s coming Rome”. Il dipartimento di Fisica della Sapienza è davvero la punta di lancia della fisica italiana, il cui prestigio e contributo è sempre stato altissimo, forse anche per questa tradizione che si rinnova e che arriva fino alla celebrazione del genio di Giorgio Parisi. Conosco da tempo il professor Parisi, sia per averne studiato da semplice studente alcuni suoi lavori, sia per un periodo di comune frequentazione politica. Il suo essere eccezionale mi è sempre parso come un compimento della semplicità con la quale affrontava i temi più disparati. Parisi, lo scienziato che ha ricevuto il Nobel “per la scoperta dell’interazione fra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria”, che è uno dei maggiori teorici al mondo della complessità, oltre che di ogni aspetto delle teorie quantistiche, l’uomo che ha influenzato campi apparentemente assai lontani dalla fisica, come l’antropologia, la finanza, le scienze sociali e la biologia è un uomo disponibile, sempre pronto a discutere con tutti e mai facendo valere il suo primato intellettuale.

Anche per questo è tanto amato dai suoi studenti e, quando ha dovuto commentare il suo premio, non si è lasciato prendere dalla pur legittima soddisfazione personale ma ha detto tre cose molto semplici. In primo luogo che, alle parole di riconoscimento della ministra Messa, seguissero i fatti, nella legge di bilancio, per incrementare il fondo per la ricerca. E poi, in piena sintonia con quella comunità scientifica di cui si sente fiero rappresentante, ha ricordato che è stato fondamentale “arrampicarsi sulle spalle dei giganti, suoi maestri” e le 317 collaborazioni, tra le quali quelle con Guido Altarelli e altri, che ne fanno davvero un primus inter pares. Infine, pur rivendicando orgogliosamente il contributo italiano alla scienza mondiale, ha dato una lettura certo non nazionalista di questo orgoglio, ribadendo l’importanza di una comunità scientifica globale e auspicando che sempre un maggior numero di ricercatori stranieri possa venire nel nostro paese.

Anche se questo è il giorno della celebrazione del valore scientifico, vorrei concludere ricordando anche l’intenso impegno civile di Giorgio Parisi: sia di “movimento”, in particolare nella difesa della ricerca di base ma non solo, che negli incarichi istituzionali, in particolare come presidente dell’Accademia dei Lincei, fino a trovarlo in tv a spiegare il modello statistico con il quale ha monitorato l’andamento della pandemia. Un impegno partigiano, spesso sferzante, ma certamente sempre dettato dalla passione per le cose del mondo che ha sempre accompagnato la dedizione al mondo delle idee e delle teorie.

Che bellezza e che emozione quando lo vedremo ricevere il Nobel dalle mani degli accademici di Svezia. Ci sentiremo tutti più orgogliosi ma, nello stesso tempo, anche un po’ più responsabili di fronte alle generazioni future, poiché tra di loro, anche in virtù dell’impegno finanziario e politico che ci metteremo oggi, potranno venire ancora uomini e donne eccezionali, come Giorgio Parisi.