Martedì 21 luglio la ministra De Micheli si è recata in auto a Genova e ha dichiarato all’arrivo di non aver trovato molto traffico; ha aggiunto che la “narrazione” di una Liguria irraggiungibile poteva scoraggiare il turismo. Le sue parole hanno immediatamente scatenato un vespaio di polemiche: i comitati cittadini e le associazioni degli autotrasportatori si sono sentiti umiliati e trattati da bugiardi, il vicepresidente della Camera di Commercio ha reagito duramente («la ministra ha detto che tutto quello che abbiamo vissuto è una nostra invenzione»). Poi la tempesta in un bicchier d’acqua si è placata, la De Micheli si è dispiaciuta di essere stata strumentalizzata, il traffico per la Liguria ha continuato a essere difficile ma non impossibile. L’aneddoto ci spinge a riflettere sul tema delle “narrazioni”, termine di moda per indicare quando i mass media abbandonano la fredda esposizione dei fatti, o dei numeri, a favore di “storie di vita” emotivamente suggestive. (Nel caso specifico, interviste a viaggiatori esasperati). Le “narrazioni” servono per valorizzare il fattore umano anche nella divulgazione scientifica e perfino nella pubblicità.

Una situazione viene percepita diversamente a seconda della narrazione che viene scelta per illustrarla: se molti negozianti e baristi accettano senza problemi il pagamento digitale, basta mostrare due che non lo fanno (meglio se colti in castagna da una telecamera nascosta) e sembra che il rifiuto del pagamento digitale sia un’abitudine diffusa; chi sceglie il tipo di narrazione ha una grande responsabilità nel condizionare l’opinione pubblica. Certo ora, con la disintermediazione dominante, ora che tutti possono postare tutto ogni minuto sui vari social, c’è sempre la possibilità di falsificare la narrazione dell’altro opponendo la propria; ma in mezzo a un urlo contraddittorio sono poi sempre i maggiori giornali, o la tivù, quelli che dettano il clima. La scelta più razionale, e moralmente più equa, sembra essere quella dell’esemplarità di una storia: si mostra, con la narrazione, la situazione che appare statisticamente più numerosa e socialmente più tipica. Ma già il vecchio Lukàcs insegnava che scegliere il “tipico” significa scegliere una prospettiva di percorso e dunque un asse ideologico. Per questo esistono le parti politiche, e ogni lettore o ascoltatore appena un po’ avveduto sa che la medesima decisione del Consiglio europeo, a parità di numeri, può essere raccontata come un grande successo italiano o come una fregatura, e che a seconda della famiglia intervistata sembra che il reddito di cittadinanza sia stato una salvezza o uno spreco assurdo di denaro.

Nascono liti senza costrutto che giovano ai media perché contribuiscono allo spettacolo. Ma, a proposito di spettacolo, il giornalismo deve affrontare anche un altro conflitto quando si tratta di narrazioni: da una parte sarebbe giusto rappresentare ciò che è comune alla maggioranza, dall’altra è noto che a fare notizia sono piuttosto il bizzarro, l’inconsueto, l’eccezionale. Il problema, da statistico ed etico, diventa allo stesso tempo estetico e commerciale. Tra commozione e informazione si apre un divario: le “storie di vita” che costeggiano la media sarebbero le più corrette dal punto di vista informativo, ma sono anche quelle che coinvolgono emotivamente di meno e fanno vendere meno copie, o scattare meno clic di condivisione. Chi se ne frega del cittadino senza qualità? Lo scarto dalla media è benedetto quando ci fa sbattere il muso contro quel che preferiamo non vedere: gli inferni che si nascondono tra le pieghe della città, la corruzione degli incorruttibili, le guerre dimenticate, gli angoli di mondo rimossi dalle egemonie geopolitiche.

Ma c’è invece una eccezionalità che confina col sensazionalismo, e che si limita ad applicare un altoparlante a ciò che sappiamo fin troppo bene perché è un prodotto dei nostri pregiudizi, o dei nostri comodi miti mentali. I protagonisti delle rispettive “storie di vita”, in questo caso, non sono personaggi che ci aiutano a capire la realtà, ma stereotipi che confermano le nostre facili indignazioni: il politico ladro, il criminale affascinante, la mela marcia nelle forze armate, il migrante spacciatore o vittima (o eroe), il malato e l’infermiera, il povero dignitoso e il ricco strafottente, il cervello in fuga e il tiktoker dalla testa vuota. I personaggi di queste storie sono chiamati a confermare un ruolo, non a sorprenderci: e se la vittima, in qualche zona della propria vita, fosse anche colpevole? Se il tiktoker che balla fosse un ragazzo intelligente e ambizioso? Se l’eroe pubblico fosse un cattivo padre? Se i più interessanti, in questo tempo di pandemia, fossero i sani e gli asintomatici? Dopotutto, i cambiamenti epocali dipendono da quel che prova la gente comune, non le eccezioni.

Le narrazioni dei media e dei social estremizzano e banalizzano, riducono l’individuo a maschera e gli incidenti a complotto; dell’ambiguità e complessità dell’essere gettati in questo mondo trattengono soltanto quel che è popolare in quel momento, cioè vendibile. Il guaio è che le narrazioni letterarie, colpite da improvviso complesso di inferiorità, le imitano e le seguono. I romanzi e i teatri si riempiono di problematiche à la page. Mi domando se tutta la paradossale manfrina del politicamente corretto in letteratura (per cui Il bombarolo di De André può essere scambiato per un elogio del terrorismo, e l’Otello shakespeariano per un dramma razzista) non dipenda dall’aver dimenticato che in qualunque vera narrazione, o storia di vita, la forma conta più del contenuto, anzi è il contenuto; perché la forma integra nella descrizione dei fatti il tremore di chi li racconta e tiene conto di quel che non è un semplice fatto ma un confronto col nulla, o con l’infinito; perché il punto di vista sugli abissi dell’ovvio è ciò che resta quando un fatto si esaurisce. Più che sull’esemplarità, o sulla statistica, la narrazione letteraria dovrebbe puntare sulla stratificazione dei livelli, che sola consente di durare oltre le contingenze della stagione. Forse, sotto la spinta corrosiva dei media, la letteratura dovrebbe ridiscutere il concetto stesso di “impegno”.