Giustizia
Giustizia, dopo la vittoria del “no” al referendum, lo stallo. Quelle riforme da salvare
A distanza di oltre mezzo anno dal voto referendario sulla riforma della giustizia, il panorama politico offre uno spettacolo sconcertante: il totale immobilismo. Il fronte del Sì, travolto dalla sconfitta, pare aver smobilitato ogni iniziativa rassegnandosi alla paralisi. Dall’altra parte, il fronte del No, che si era eretto a baluardo della Costituzione e del giusto processo promettendo proposte di tempestivi interventi con leggi ordinarie, ha finito per accantonare il tema, archiviandolo tra i ricordi della campagna referendaria e alimentando la convinzione che il No avesse solo una valenza politica (contro il governo) e avesse colpevolmente ignorato il merito del problema sottoposto a referendum.
La realtà del Paese non è cambiata
Nel frattempo la realtà del Paese non è cambiata. Anzi, se è possibile, le criticità del sistema si sono accentuate. La vittoria del No è stata percepita da settori della magistratura come una cambiale in bianco, legittimando inchieste spesso invasive ed esorbitanti il perimetro costituzionale. Quando una Procura arriva a considerare un investimento pubblicitario come un’ipotesi di corruzione, di fatto sconfinando nelle scelte editoriali di un quotidiano e pretendendo di dettare la linea dei titoli del giornale, si varca un confine pericoloso tra controllo di legalità e ingerenza di ordine politico-culturale. A pagare il prezzo di questo squilibrio tra i poteri sono sempre i cittadini e la comunità democratica.
Gli esempi
I casi recenti, come la tardiva assoluzione del sindaco di Caserta dopo tanti anni di calvario o le troppe persone private della libertà per reati non commessi, testimoniano una ferita ancora aperta. Un avviso di garanzia o un provvedimento di custodia cautelare continuano a trasformarsi, a livello mediatico e sociale, in una vera e propria condanna preventiva. Quando, dopo un decennio o anche più, sopraggiunge l’assoluzione, la vita della persona è già stata distrutta: carriere stroncate, reputazione azzerata, affetti travolti, danni morali e materiali incalcolabili e irrisarcibili. Il nodo di fondo risiede nella persistente supremazia del potere giudiziario sulle garanzie individuali. Nonostante il passaggio al codice Vassalli e il formale recepimento del giusto processo, l’eredità dell’impostazione inquisitoria di marca fascista non è stata superata. Per uscire da questo stallo servono interventi di civiltà giuridica non più procrastinabili.
Gli interventi
A partire dalla riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che punti a scardinare il giogo delle correnti che condiziona la nomina e l’organizzazione interna. È indispensabile separare la gestione delle carriere dal controllo disciplinare, affidando quest’ultimo, o quantomeno la sua valutazione, a soggetti terzi ed esterni alle logiche corporative. La terzietà delle valutazioni è la prima garanzia per i cittadini e per gli stessi magistrati indipendenti. Poi c’è la revisione delle tutele del Codice Penale: è necessario porre argine all’uso distorto delle informazioni di garanzia e delle misure cautelari. L’avviso di garanzia deve tornare a essere ciò per cui era stato concepito: un atto a tutela dell’indagato, non un marchio d’infamia o una sentenza anticipata trasmessa a reti unificate. Inoltre bisogna intervenire sull’eccessiva durata dei processi, la cui biblica lunghezza costituisce di per sé una condanna. Senza dimenticare la parità effettiva tra accusa e difesa: la terzietà del giudice deve diventare un principio sostanziale e tangibile, affinché il cittadino non si trovi a combattere in una arena in cui la pubblica accusa goda di una posizione di privilegio culturale e organico rispetto al difensore.
È troppo sperare che la sinistra si riprenda questa battaglia che è stata sua per anni e ne faccia un elemento decisivo del suo programma elettorale se e quando si scriverà? Sono proposte che non vogliono alimentare uno scontro ideologico o cedere ad animosità contro la magistratura ma, al contrario, vogliono difendere i pilastri dello Stato di diritto e della democrazia. È tempo che la politica, senza la timidezza di toccare santuari, si riappropri della sua funzione legislativa senza farsi condizionare da posizioni corporative per restituire al Paese una giustizia equa, trasparente e umana: una giustizia “giusta”.
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