Che la gestione del comparto spettacolo in tempi di pandemia faccia acqua è cosa nota. La morte delle piccole realtà, fucine creative che non godono di finanziamenti pubblici, sarà inevitabile se non si attua un cambio di passo. Gli artisti sono affamati da una stasi a tempo indeterminato e la cultura e l’arte classificate come beni non necessari. Pur boccheggiante il mondo dello spettacolo tenta di sopravvivere sperimentando nuovi canali e modalità per giungere agli spettatori, dei quali spera di tornare a sentire il respiro e le risa.

In quest’ottica pièce teatrali, concerti, film, fiction e serie tv sono stati resi fruibili su piattaforme web per sollevare gli animi afflitti da limitazioni e rinunce. Ma c’è un però: a pagarne lo scotto sono ancora gli artisti che non si vedono riconosciuti i diritti connessi, un equo compenso. Artisti 7607, organismo di gestione collettiva dei diritti connessi al diritto d’autore, ha denunciato questa situazione. Alla protesta ha partecipato Giobbe Covatta con altri nomi del mondo dello spettacolo come Diego Abatantuono, Ambra Angiolini, Elio Germano, Corrado Guzzanti, Neri Marcorè. Per il comico napoletano stavolta non c’è davvero nulla da ridere.

Finalmente vi siete uniti per denunciare il comportamento delle piattaforme web…
«Noi attori siamo dei cialtroni, non teniamo un sindacato, nella media la nostra formazione mentale è una formazione giocosa, viviamo di falsità, di parole altrui, di situazioni che altri hanno inventato. Se non ci fosse stata Cinzia Mascoli, responsabile di Artisti 7607 che ci ha cercato a uno a uno in mezzo ai prati, staremmo ancora lì allo sbaraglio. Al ministro della Cultura Dario Franceschini piace tantissimo Pompei, ma tantissimo, per il resto non fa nulla. Vorrei dirgli che Pompei è straordinaria, ma lui è il ministro di tutta la cultura. Deve farsi sentire per adeguare la legge sul diritto d’autore al mondo di internet e non permettere un tale sfruttamento, oltre che sanare altre anomalie tra le quali quella dei ristori».
Nei teatri e nei cinema non erano stati riscontrati contagi, grazie all’adeguamento alle norme di sicurezza: non pensa che sarebbe stato possibile lasciarli aperti?
«Non lo so, io sono un uomo che da sempre si è fidato e affidato alla scienza. Credo nella scienza e questa non è democratica e, come diceva Einstein, la velocità della luce non si calcola per alzata di mano. Se qualcuno che ne sa più di me mi dice che cinema e teatri devono restare chiusi, io mi fido. Detto questo, però, poi ci sono degli aspetti che sono politici, per sostenere chi non è in condizione di lavorare».
È soddisfatto per la prossima riapertura?
«Sono molto stanco, provato e anche impoverito da tutto ciò. Oggettivamente la malattia c’è, i morti ci sono, i contagi non si fermano. Non voglio fare come i ristoratori, “apriamo, apriamo”: tutti lo desiderano, è ovvio. Se avessero predisposto la riapertura degli stadi e non dei teatri, sarebbe scoppiata la rivoluzione».
La capienza consentita non dovrà superare il 50% di quella autorizzata, fino a un massimo di 500 persone per gli spettacoli al chiuso e mille per quelli all’aperto. È sostenibile?
«Non ne ho idea. Lo spero. Uno spettacolo rimane lo stesso di quando non c’erano queste limitazioni, i costi restano i medesimi. Suppongo che le realtà con le spalle un po’ più larghe ce la faranno, mentre quelle con le spalle meno possenti non sopravviveranno. Di certo i teatri ai quali non peserà, perché non gliene frega nulla di incassare meno, sono gli stabili e tutte quelle strutture che godono di finanziamenti pubblici».
È troppo tardi per le piccole realtà e per gli artisti meno affermati?
«Gli attori, che nel frattempo si sono adeguati a fare i camerieri o a lavorare nei supermercati, quando si ripartirà riprenderanno a recitare. I piccoli teatri e i piccoli cinema, invece, non hanno alcuna possibilità, schiacciati da debiti accumulati, affitti e bollette, a meno che lo Stato non intervenga. Presto ci saranno un sacco di nuovi parcheggi per i supermercati dove prima si trovavano dei teatri».
Il teatro e i concerti sul web non perdono lo scambio di energia col pubblico?
«Assolutamente. Io respiro col pubblico, l’attore deve seguire il respiro del pubblico e respirare insieme. Il pubblico è un’entità unica che ti sovrasta e fagocita, ci devi entrare in sintonia e questa sintonia non è mai uguale. Questa è la magia del teatro che ti consente di interiorizzare quello che stai facendo, cosa che non avviene se sono davanti a un computer, con la giacchetta, ma sotto sto in mutande. Niente sarà più come prima, mi sono ritrovato a fare delle cose su internet o su altre piattaforme che se non ci stesse mia figlia non potrei approcciare, e sono stato costretto ad acquisire un linguaggio totalmente diverso da quello teatrale. Noi artisti dobbiamo fare i conti anche con il cambiamento della lingua di questi ultimi anni».
Questo nuovo linguaggio sminuisce o valorizza l’arte?
«Nella storia abbiamo già assistito al cambiamento dei linguaggi. Dante Alighieri, con una lingua nuova, ha scritto la Commedia. È difficilissimo fare a priori una valutazione di questo genere. Magari scopriamo che è un linguaggio farlocco e torniamo all’arte visiva che conosciamo. Riuscire a produrre arte attraverso un linguaggio nuovo è la vera sfida. Io non sono capace, ma il fatto che io non sia in grado è irrilevante».
La cultura è stata declassata a bene superfluo, forse perché teste meno pensanti sono più manipolabili?
«Antichissimo dibattito. In tutti i peggiori regimi la prima cosa eliminata è stata la cultura. Non voglio dire che siamo in uno dei peggiori regimi, ma che, dovendo scegliere di privarci di qualcosa, qualcuno ha pensato “mettiamo dei freni alla cultura, così abbiamo meno rotture di coglioni”».

E' autore di romanzi socialmente impegnati sulla discriminazione e i diritti civili. Tra tutti la trilogia di Bambi (Se Bambi fosse trans?, Maschio o Femmina?, Ad ogni costo), prima trilogia italiana a sviscerare gli argomenti dell'identità di genere e dell'orientamento sessuale, e la raccolta di racconti Sul ciglio del dirupo, dove sono protagoniste le minoranze (etniche, religiose, persone diversamente abili etc...), opera pubblicata anche in America. La sua produzione letteraria comprende anche testi per ragazzi utilizzati nelle scuole come Il seme della speranza, di prossima uscita in una nuova edizione per Scatole Parlanti. Reali scrive sulla pagina cultura de Il Mattino, mentre su HuffPost Italia cura una rubrica di libri.