Da mesi i lavoratori dello spettacolo, un settore già fragile perché connesso di per sé alla precarietà, hanno chiesto aiuto. Il Covid per loro è passato come una ruspa. Finita la pandemia (ma quando finirà davvero?) molte attività non ci saranno più e molti dovranno rinunciare al loro precedente lavoro. La questione è più complessa delle riaperture, se non si avrà il sostegno dello Stato, molti non riusciranno più ad avere un rapporto con il pubblico, altri resisteranno qualche giorno e poi basta. Addio.

Ieri la polemica è scoppiata perché, in occasione di quattro partite per gli Europei di calcio, lo stadio Olimpico potrà ospitare 17mila persone, possibilità che non viene garantita per cinema, teatri, spazi legati alla musica. Il ministro della Cultura Dario Franceschini è intervenuto per rassicurare il settore: ha chiesto che le stesse regole valgano anche per lo spettacolo. Ma se c’è un piano serio di rilancio, che vada al di là di queste promesse, non lo si conosce e comunque non se ne è parlato. Ne sono convinti i lavoratori e le lavoratrici che ieri hanno occupato il Globe Theatre, il teatro fondato da Gigi Proietti. «Non vogliamo una riapertura senza sicurezza, che ci faccia ripiombare in un mondo del lavoro ancora più incerto e privo di garanzie…. Non siamo qui per chiedere la riapertura dei teatri – ribadiscono – troppi spazi piccoli e medi non riuscirebbero a riaprire in queste condizioni, troppi lavoratori continuerebbero a rimanere a casa senza reddito. La falsa ripartenza della scorsa estate ce lo ha dimostrato».

Prima di loro lo avevano spiegato le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo che avevano occupato il Piccolo Teatro a Milano: richieste legate all’emergenza ma con una prospettiva strutturale, come quella di un reddito garantito per un lavoro che è “intermittente” e che non permette di avere uno stipendio fisso. «Noi chiediamo una ripartenza effettiva ma anche un cambiamento profondo del settore che si basava su cardini non sani da un punto di vista contrattualistico e della situazione delle intermittenze dei lavori». La pandemia ha esasperato una situazione di precarietà lavorativa e di vita che viene da molto prima e che oggi però appare ancora più drammatica. Anche per mancanza di un progetto, di un’alternativa. Il livellamento c’è stato, ma verso il basso, e anche chi prima poteva guardare con fiducia al futuro, oggi mette i dipendenti in cassa integrazione. Come le case di produzione e di distribuzione cinematografiche, che finita l’emergenza dovranno fare i conti con un mercato completamente mutato.

Le sale, senza un investimento di soldi e di idee, non ritorneranno mai a essere al centro del dispositivo cinematografico. Le piattaforme on line da tempo hanno sostituito la visione tradizionale e solo una progettualità forte per esempio sull’estate e sulle arene (peraltro più sicure dal punto di vista sanitario) potrà dare linfa al settore. Nessuno vuole levare dignità alle lotte dei ristoratori in questi giorni scesi in piazza, ma qui stiamo parlando di un settore centrale nella vita del Paese: la cultura come linfa di democrazia, pluralità, cambiamento. E non si può davvero pensare che non ci sia un piano Marshall anche per la cultura: sono stipendi, sono immaginario, sono futuro. Franceschini dovrà presto raccontare qualcosa che non sia solo la tiritera delle riaperture.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica