L’unione fa la farsa. Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte dicono di aver trovato la quadra e chiuso, nelle more del weekend, un accordo a tre. Dicono. Ma già il paradosso di quel grande movimento costruito su partecipazione e trasparenza che decide tutto in conciliaboli di vertice super segreti la dice lunga sullo stato di salute del M5S che fu. Tanto che Luca Bizzarri – in tema di comici genovesi – può ben twittare: «Adesso la visione politica e la capacità organizzativa a Conte sono tornate? Dieci giorni fa Grillo ci ha spiegato che non le possiede. Oggi gli sono tornate. Cosa succederà poi?».

Le incognite sul prossimo futuro sono tutte aperte. Perché il liberi tutti di queste due settimane ha mostrato con ogni evidenza la spaccatura tra le diverse anime del Movimento e portato decine di parlamentari, alcuni sui giornali, altri nelle riunioni interne, a chiedere a gran voce l’uscita dal governo Draghi e la costituzione di una opposizione dura, anti-sistema. Grillo ha rivolto epiteti difficili da cancellare non solo contro Conte, deprivato di qualunque stima, ma anche riportato in vita quel Casaleggio contro il quale i contiani hanno firmato fior di carte bollate. Uno strappo dopo l’altro che rende difficile dare credito agli annunci di scampato pericolo che pure si moltiplicano. «Vedrete che questa vicenda riserverà ancora sorprese», dice al Riformista una fonte che chiede di rimanere anonima. «Grillo procede con passi alternati, è una rapsodia e non un walzer. Non c’è regolarità. Adesso che ha dovuto, obtorto collo, accontentare tutti, prepara sicuramente la prossima zampata».

Nell’attesa della prossima zampata, lo statuto che si sta costruendo faticosamente non si riesce a vedere. «Stanno limando», ci dicono gli uffici. La verità è che Grillo si sta ponendo come grande mediatore sulle frizioni istituzionali, prova a attutire le reazioni alla riforma Cartabia, contro le quali decine di parlamentari M5s hanno impugnato le armi. Tanto da essere pronto a cedere sulla leadership preminente del garante in cambio di un ammorbidimento della posizione verso Draghi, a partire dalla giustizia ma non solo. I maligni ci vedono una sensibilità rinnovata di Grillo verso i rapporti con la magistratura. Sia come sia, la posizione del Movimento ha preso una piega nuova sul versante della sicurezza sanitaria; il gruppo dei senatori M5S prevede iniziative per incentivare la vaccinazione di massa, anche per i più giovani. È rottura con il fronte no-vax: il Movimento si riposiziona, almeno di facciata. Seleziona temi a presa rapida che consentano di sparare qualche fumogeno. Luigi Di Maio gongola per la vittoria della Nazionale più che per il presunto accordo, sul quale mantiene il riserbo. «Diversi Paesi mi stanno scrivendo per farmi i complimenti per l’Italia che trionfa agli Europei», fa sapere. Si stupisce che le diplomazie scrivano lettere di circostanza.

Chiara Appendino ancora ieri pomeriggio prova a mettere il punto: «Credo che l’accordo ci sia. Una buona notizia anche per chi sarà impegnato per le amministrative». Più a sinistra l’eco dell’accordo, sia pure solo un armistizio, rimbomba. «L’accordo semplifica il percorso di costruzione di una alternativa al centrodestra tra le forze progressiste e il Movimento 5 Stelle, – torna a dire ringalluzzito Zingaretti – mi sembra che ormai tutti ammettano quello che proviamo a dire da due anni: c’è un campo di forze del centrodestra, fatto da forze politiche molto diverse tra loro, ma unite. L’enormità dei ‘se’ e dei ‘ma’ sulla necessità di organizzare un campo alternativo è, ed è stata in parte, una follia». «Questa è la politica di Letta che io condivido molto, perché è utile anche alla democrazia italiana – aggiunge Zingaretti -. Quindi credo che tutto quello che va verso la chiarezza, per offrire all’Italia un’alternativa alle destre, sia utile. Il Pd si conferma il principale protagonista della costituzione di un campo di forze alternativo al centrodestra», è tornato a dire.

Matteo Renzi nel suo ControCorrente, il libro che in questi giorni sta presentando in tutta Italia, dipinge il Movimento come moribondo, senza speranze: «I 5 Stelle non esistono più come leader di questo paese, sono il contrario di quello che hanno sempre sostenuto di essere. Sono una figura che la storia sta continuando a considerare solo perché fanno notizia. Se si va a votare sulla riforma della giustizia, c’è una maggioranza nella maggioranza dove i 5 stelle non sono poi decisivi. Stanno pensando solo al terzo mandato, non sono preoccupato».

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.