Il futuro dietro le spalle
Li avevamo lasciati a “Conte o morte”, a “Conte o elezioni”, mentre D’Alema spiegava agli ignoranti che se anche Togliatti aveva puntato a un accordo con l’Uomo Qualunque di Giannini nell’immediato dopoguerra. Il Pd di Zingaretti e poi quello di Letta potevano ben fare un accordo per salvare un’alleanza politica e un’esperienza di governo che godeva di ampio sostegno nel paese. C’era stato chi come Bettini e Bersani avevano spinto sull’acceleratore fino a punto di elaborare il sogno di un “partito unico” demopopulista, una sorta di partito plebiscitario guidato dall’avvocato pugliese.

Chi volesse dedicare tempo a ripercorrere la serie di dotti ragionamenti, acute riflessioni, sperticate esaltazioni dell’esperienza del governo Conte II, non solo per la sua natura di insostituibile argine contro la destra – se cade c’è Salvini, era il ritornello – ma anche come laboratorio del futuro della sinistra –, che soltanto pochi mesi fa dominavano la scena politica, rimarrebbe stupefatto per l’ampiezza e l’articolazione delle prese di posizione. A quella sbornia collettiva pompata dal Fatto Quotidiano e dalla “grande armata” massmediale di Repubblica/Espresso, della Rai e de La 7 dettero un contributo saliente il gotha del giornalismo italiano, scrittori, filosofi, politologi, storici, tutti animati dalla comune convinzione che il paese avesse trovato il suo nuovo “uomo guida” in grado di salvare il paese e di rigenerare il sistema politico.

Contro questa suggestione di massa che rappresentava il punto massimo di egemonia culturale raggiunta dalla sfida populista alla democrazia liberale si muovevano poche e isolate voci, qualche giornale indipendente e un piccolo gruppo parlamentare, guidato dall’”uomo più impopolare d’Italia” come D’Alema definì Renzi. Ma la resistenza di Italia Viva, la disponibilità di Draghi e la lungimiranza di Mattarella hanno prodotto un miracolo politico che ha spazzato via quella artificiosa visione ideologica e quella mefitica cappa sul futuro del paese che prendeva il nome di Conte III.

La fine del contismo
A sei mesi di distanza, in una nuova “era” politica, il mondo dei balocchi del “contismo” è paurosamente franato a terra disvelando in questo collasso alcuni nodi irrisolti e irresolubili di quel progetto politico, a partire dalla rimozione pervicace dell’inconsistenza politica dell’avvocato di Volturara Appula che avrebbe dovuto rappresentarne la sintesi anche sul piano in certa misura simbolico. I leader politici non si inventano – lo ha ricordato persino Beppe Grillo – tanto meno se il laboratorio da cui avrebbe dovuto emergere era rappresentato dall’intreccio tra Di Maio e il suo entourage di dirigenti del M5S usciti già duramente colpiti dall’esperienza del Conte I, da Travaglio e Damilano, e soprattutto dagli opachi circuiti del sistema correntizio del Pd, nel quale navigano da sempre modesti imprenditori politici, che nell’ultimo decennio potevano vantare due soli successi nei loro curricula: la sistematica disintegrazione della leadership di Renzi, con ogni mezzo, ma preferibilmente giudiziario, e con lui la negazione in re del Partito democratico stesso, sostituito da un partito di oligarchi senza identità.

Da questo laboratorio poteva nascere una cosa sola: un modesto politicante capace di destreggiarsi nelle debolezze altrui e di utilizzare la potenza di fuoco del sistema mediatico populista per costruirsi quella leadership immaginaria indispensabile per realizzare il compito effettivo della sua concreta contituency: servirsi dell’esperienza di governo per costruire le basi materiali – in termini di gestione del potere, di definizione delle linee di indirizzo della politica economica, di redistribuzione delle immense disponibilità finanziarie garantite dalla UE, di rapporti con la magistratura, di lotta alla pandemia – dell’alleanza demopopulista.

La romanizzazione trasformista
Quest’alleanza comportava due processi politici convergenti che riguardavano entrambi i contraenti. Il primo consisteva in una frettolosa “romanizzazione dei barbari” cioè trasformare un movimento antisistemico e antidemocratico, sostanzialmente reazionario, quale era il M5S, in un partito populista moderato, espressione dei ceti marginali del Mezzogiorno legati alla spesa pubblica, di cui Conte era il capo politico ideale: un uomo privo di idee, né di destra né di sinistra, capace di miscelare per il suo “pubblico” una incerta collocazione internazionale, tanto assistenzialismo e un po’ di anticapitalismo di maniera, tanta protezione sociale verso i già garantiti, il tutto condito con l’immancabile richiamo alla sostenibilità ambientale; insomma fare del M5S una sorta di Uomo Qualunque 2.0 deprivato della sua carica eversiva, ma saldamente integrato nel sistema di potere statale e dotato di una vocazione trasformista del tutto originale.

La mutazione del Pd
Il secondo riguardava il Pd e consisteva nella necessità che esso abbandonasse il suo profilo originario, riformista e a vocazione maggioritaria, per tornare ad essere una delle tante reincarnazioni di quella particolare tradizione della sinistra italiana che per comodità può essere chiamata postcomunismo, nella quale si combinano le molteplici eredità di tutte le questioni irrisolte in termini culturali e ideali dell’approdo al Pds a partire dal nodo originario della Rivoluzione bolscevica e del ruolo che i comunisti hanno svolto nella costruzione della democrazia italiana.

La riattualizzazione di alcune parole d’ordine che il Pd di Zingaretti ha rimesso al centro della sua nuova identità come superamento del modello di sviluppo, lotta al capitalismo, antiliberalismo e primato dello stato nel controllo del mercato, difesa del welfare novecentesco, appaiono come l’esito di una ricollocazione del Pd dentro lo spazio politico. Se il partito di Veltroni e di Renzi si cimentava nello sforzo di ridefinire la giustizia sociale all’interno della modernità della IV rivoluzione industriale e della globalizzazione, quello di Zingaretti, Letta e Bersani si propone invece di tutelare i suoi elettori di riferimento, che sono in larga misura pubblici impiegati e pensionati, dai cambiamenti che il globalismo porta con se, abbarbicandosi all’uso redistributivo della spesa pubblica alimentata più che dallo sviluppo dall’incremento della pressione fiscale, e alla tutela delle corporazioni che si sono rafforzate nell’ultimo trentennio a tal punto da diventare il maggior ostacolo allo sviluppo delle forze produttive.

Il risultato della lotta spasmodica al “renzismo” in nome degli “ultimi” scappati dal riformismo delle ZTL e del ritorno al socialismo e al cristianesimo ha prodotto un mutamento sostanziale del Pd, allontanandolo progressivamente dal cambiamento come principale bussola di orientamento della sua azione politica, e trasformandolo in un partito conservativo, se non proprio conservatore, che maschera questa nuova identità agli occhi del suo mondo di riferimento dietro la riscoperta dei tratti populisti che nella tradizione del post comunismo non solo mai mancati: giustizialismo, moralismo, statalismo assistenzialista, rifiuto istintivo dell’impresa e del mercato come “nemici” del popolo. La sinistra non è più la forza che “cambia lo stato delle cose presente” – come diceva il vecchio Marx – , ma diventa quella che difende il XX secolo all’interno del XXI a protezione dei gruppi sociali che ne avevano tratto maggior vantaggio e che costruisce attorno a questa impari lotta destinata al fallimento una visione del mondo costretta a riesumare vecchi lacerti ideologici di esperienze passate, consunte o sconfitte.

E ora?
Questo doppio processo era alla base dei fasti del contismo: una operazione trasformista che poteva presentarsi come una nuova alleanza progressista, nella misura in cui entrambi i contraenti avevano perduto molti rapporti con il progresso “vero”, ma insieme ne avevano costruito una rappresentazione mimetica in cui il cambiamento del modello di sviluppo conviveva con la decrescita felice, anche se questo si traduceva in un progetto antiprogressista, che condannava il paese al declino e lo portava ai margini della Ue e dell’Occidente, che in passato aveva contribuito a costruire. Ma il governo Draghi ha obbligato tutti a un bagno di realtà e la politica con la P maiuscola ha travolto questa modesta scorciatoia politicista mostrandone tutte le implicazione regressive e gli ideologismi inconcludenti, lasciando tutti gli attori in mezzo al guado.

Grillo ha rivendicato la distanza tra il progetto originario del movimento dotato di un suo afflato messianico e l’operazione di potere progettata da Conte, abbandonando l’avvocato pugliese al suo destino di effettivo “prestanome”, mentre il Pd si trova senza progetto e senza alleati appollaiato sul suo modesto bottino elettorale uguale a quello di Renzi del 2018 che ne sancisce il suo irrisolto minoritarismo. Il disegno demopopulista a cui si era dedicato l’intero gruppo dirigente del Pd è fortemente compromesso e cambiarlo nell’unica direzione possibile, cioè ritornando ad essere il baricentro del campo progressista diventando il partito di Draghi invece che il partito di Conte, è una operazione molto più complessa del previsto: ci vorrebbe un leader che Letta non è e sulla sua strada troverebbe l’unico leader che la sinistra ha prodotto nell’ultimo decennio, Renzi, con il quale dovrebbe tornare a fare i conti dopo averlo demonizzato.

Professore dell’Università di Bologna, dove ha insegnato Storia contemporanea e Storia Globale. È stato direttore scientifico e poi vicepresidente dell'Istituto nazionale per la storia del Movimento di liberazione in Italia. Ha fondato e diretto le riviste “Società e Storia”, “I Viaggi di Erodoto”, “I democratici”, “Storicamente”. E’ presidente di REFAT, la Rete internazionale per lo studio del fascismo, autoritarismo, totalitarismo e transizioni verso la democrazia. Tra le ultime pubblicazioni: Un paese in bilico. L’Italia negli ultimi trent’anni (Laterza, 2014), Fascismo e antifascismo. Storia, memoria, culture politiche (Donzelli, 2018), Il paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta (Donzelli, 2019).