La maggioranza Draghi può forse tirare un sospiro di sollievo. Il centrosinistra nel format “campo largo” deve invece preoccuparsi perché se nel medio periodo, quello che arriva alla fine della legislatura (2023), il Movimento 5 Stelle oggi in Parlamento farà di tutto per blindare la premiership di Draghi – e la loro presenza nel governo – torna in alto mare, anzi in pieno oceano, il progetto di alleanza Pd-M5s. Perché se alla fine la famosa “alleanza strutturale” si riducesse all’asse Pd-Conte, il campo sarebbe per entrambi assai meno largo del previsto.

La “ragion di stato” sembra prevalere alla fine su quella che a molti era sembrata in questi giorni una decisione inevitabile di Giuseppe Conte: rompere con il Movimento e le sue incrostazioni e andare avanti con un proprio partito da più sondaggisti quotato intorno al 10 per cento. Alla fine invece l’ex premier ascolta il pressing di molti mediatori e lascia a Grillo la decisione finale. «Io ho sempre agito anche in questi mesi con grande trasparenza – ha detto Conte ieri in conferenza stampa – Il Movimento che ho in testa non può essere una casa solo imbiancata quando invece ha bisogno di una profonda ristrutturazione. Ho molta stima per Grillo, non sono permaloso e anzi sono dotato di una buona ironia. A lui riconosco un grande carisma visionario che ha originato una stagione eroica ma adesso serve altro. Tocca a lui quindi decidere se essere il genitore generoso che lascia andare la sua creatura o il padre padrone che ne contrasta l’emancipazione».

Alla fine anche ieri non è stato il giorno delle decisioni. «Serve mettere un punto» ha detto Conte. Ma il “punto” sarà messo nei “prossimi giorni” quando Conte metterà a disposizione di parlamentari ed iscritti la sua proposta di Statuto e chiederà che sia messa ai voti. Affida l’operazione a Vito Crimi, il capo politico facente funzioni che però molti iscritti non riconoscono perché non indicato dalla base che aveva chiesto, alla fine di un complicato congresso, un direttorio di 5 persone. Vedremo se, come e quando la nuova piattaforma entrerà in funzione. E cosa deciderà. Forte di quell’abilità tipica, come osserva un deputato M5s, “della scuola diccì”, Conte smuove le acque, “è duro ma sincero”, detta condizioni e spiega perché ma poi non decide. Non rompe. Se vuole lo farà Grillo.

L’ex premier è apparso disteso nei toni. E anche nel look grazie all’ineffabile pochette bianca incastonata nel taschino dell’abito blu estivo. Lontano dalla faccia truce con cui mercoledì scorso aveva lasciato il Senato dopo aver incontrato i senatori e mentre Grillo cannoneggiava su di lui sulle agenzie di stampa. Lontano, anche, dai toni ultimativi trapelati nelle ultime ore. Della serie “o io o lui”. La delegazione dei mediatori, e anche contatti con la segreteria Pd, lo hanno convinto che la situazione andava come minimo congelata. Che doveva “dare ancora una chance a Grillo e alle sue istanze”. In fondo “ragionevoli essendo stato Grillo anima, corpo e voce del Movimento a partire dal 2007”.

Il team di mediatori ha fatto leva su due argomenti. Il primo, specifico sul Movimento. «Quello che abbiamo ricordato a Conte – racconta una di loro che preferisce restare anonimo – è che il Movimento è un tavolo che si regge su quattro gambe: quella movimentista, radicale, governista, digitale. Nessuno può pensare di tagliare tre di queste quattro gambe, come è successo negli ultimi quattro mesi, e tenere il tavolo ugualmente in piedi per farne magari una copia sbiadita del Pd». Cautela, quindi, diplomazia, dialettica che tra l’altro sono sempre state caratteristiche di Conte.

Il secondo argomento è stato di prospettiva politica: «Giuseppe, se tu rompi e fai il tuo partito, il Movimento implode in tre parti – perchè non tutti anche in Parlamento ti seguiranno – e questo significa indebolire il centrosinstra consegnare questo Paese alle destre per i prossimi vent’anni». Comunque vada a finire, la disputa tra leader e garante, la bocciatura della diarchia Conte-Grillo perché «ci sarebbe troppa ambiguità quando invece serve una linea sola e chiara» e, soprattutto, «io non faccio il prestanome», ha già fatto molti danni. Che vanno sommati a quelli accumulati negli ultimi quattro mesi di limbo e di rinvii con un Movimento abbandonato a se stesso. La risposta di Grillo era attesa ieri in serata.

Sia che accetti di stringere la mano tesa di Conte; sia che dica no e faccia saltare il tavolo; sia che decidano di andare avanti in qualche modo per carità di patria, il risultato è l’alleanza larga di centrosinistra perde punti di riferimento importanti. E anche la “largamaggioranza del governo Draghi ne subirà nel tempo i contraccolpi. Se “vince” Conte e Grillo farà un passo indietro, possiamo immaginare che quel “carisma visionario” prima o poi tornerà a parlare alle piazze con parole guerriere e quindi. Se ci sarà lo strappo, inizierà l’ennesima scissione in un gruppo parlamentare che dal 2018 ha già perso per strada più di cento parlamentari.

Una situazione che indebolirà la maggioranza Draghi. Se decidono di andare avanti insieme, ma alle “condizioni imprescindibili” di Conte, sarà un patto debole e instabile. Esposto a continui ricatti e fibrillazioni. Perché c’è un tema di cui si è parlato poco ma che inciderà pesantemente su tutto: la comunicazione. Stavolta Rocco Casalino, cui Grillo attribuisce la svolta accentratrice di Conte, ha fatto arrabbiare e non poco colui che ancora adesso è a tutti gli effetti il Garante del Movimento e il proprietario del simbolo.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.