Le primarie a Roma e Bologna, la sinistra alla ricerca di se stessa. Il Riformista ne discute con Nadia Urbinati, accademica, politologa italiana naturalizzata statunitense, professoressa di scienze politiche alla prestigiosa Columbia University di New York.

Dopo il flop di Torino, il segretario del Pd, Enrico Letta, ha tirato un sospiro di sollievo per l’esito delle primarie a Roma e Bologna. “Un successo di popolo con affluenza pre-Covid”, esulta Letta. Ha ragione di farlo?
In parte sì, perché sono stati due appuntamenti molto importanti. Immaginiamo per un attimo cosa sarebbe stato, che titoli i giornali avrebbero fatto se fosse stata una sconfitta. Sarebbe stato tragico per Letta e per il ruolo che è stato chiamato a svolgere. Detto questo, bisogna poi analizzare le differenze tra le primarie di Roma e quelle di Bologna. Si tratta di due diverse esperienze ma in generale sono state importanti, questo va riconosciuto.

Proviamo ad analizzarle separatamente. Partendo dalla sua città, Bologna. Che segno è la vittoria di Lepore?
Un segno importante, a mio parere, perché quella che è stata presentata come una coalizione in realtà era tutto fuorché una coalizione. Nel senso che a confrontarsi, e scontrarsi, sono due modelli di alleanze. Una, quella di Matteo Lepore, più spostata verso il centrosinistra, l’altra, quella che fa capo a Isabella Conti, più spostata verso il centrodestra. Ho già discusso in passato, nelle settimane scorse, sulla inopportunità di fare le primarie in relazione a questa coalizione, che si è formata dopo che le primarie erano state lanciate. Sono due candidati che potrebbero essere in realtà candidati di due schieramenti politici alternativi per la carica di sindaco, più che una primaria interna ad una coalizione.

E la vicenda romana, che ha visto il successo dell’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri?
Mi sembra che sia più omogenea internamente l’area all’interno della quale è emerso Gualtieri. In questo caso, è più una coalizione di sinistra o quanto meno di sinistra-centro: dal Pd ai movimenti che, chi più chi meno, si ispirano o sono vicini a quella stessa logica.

La vicenda romana, al di là delle primarie appena svoltasi, pone però un problema di fondo che è stato al centro di una nostra precedente conversazione, cioè l’alleanza-competizione Pd-5Stelle. Una questione che va oltre la Capitale…
Il caso romano è un caso romano. Lì la competizione deve essere fatta e con grandissima convinzione. Perché è una questione di cattivo governo cittadino, quello della sindaca Raggi, e non ha nulla a che fare con una potenziale alleanza del futuro con i 5Stelle. Si tratta di dare un giudizio sul governo di Roma, sostenendo convintamente, da parte del Pd, che c’è un governo cittadino da cambiare. D’altro canto, l’esperienza della Raggi è nata prima dell’emergere di una possibile alleanza nazionale tra Pd e 5Stelle.

Allargando l’orizzonte. In una recente intervista al Corriere della Sera, Goffredo Bettini ha sostenuto: “La sinistra in Italia non esiste più, ecco perché il Pd deve unirsi e pesare”. Come declina questa affermazione?
Credo che nel sostenere che la sinistra non c’è più, Bettini intendesse fare riferimento alle grandi fratture che come le esplosioni di un vulcano lasciano sul terreno detriti. C’è lava, ma non un progetto, una visione, una concezione della democrazia da un punto di vista della sinistra, oppure della democrazia sociale. Non c’è. Io non lo vedo da nessuna parte. In questo senso, noi abbiamo un posizionamento centrista, o di centrosinistra, di un partito, il Pd che è molto diversificato al proprio interno: alcune volte sembra andare più verso un centrismo moderato, altre più verso sinistra. Però sono tutte considerazioni ormai poco attendibili, perché nemmeno io vedo tanta sinistra intorno. Non so nemmeno più cosa sia ormai.

Per tornare alla esperienza emiliana, un ruolo importante per la vittoria del centrosinistra e di Bonaccini alle ultime elezioni regionali, lo ha avuto il movimento delle Sardine. Questo civismo che si organizza può rivelarsi, oltre la via Emilia, una carta vincente?
Le Sardine non si sono mai più riorganizzate. Ci sono uno-due personaggi che riemergono ogni tanto per cercare di posizionare se stessi. Le Sardine hanno avuto quella funzione importantissima di movimento civile che spingeva i cittadini a votare. Più di questo non potevano essere. L’esperienza emiliano-romagnola è interessante soprattutto da un altro punto di vista…

Quale?
L’uso strumentale delle primarie. In relazione ai poteri più o meno forti che i sindaci sono riusciti a costruire. Con la legge sui sindaci, il sistema è frammentato nel notabilato che il sindaco crea. Ecco allora che come e dove a Bologna c’è un partito molto più grosso, complesso, e il sindaco è parte di questa complessità, le primarie sono garantite. Dove questo non c’è, a Rimini per citare un caso che conosco molto bene, dove il sindaco è un monarca assoluto che decide anche la successione e ha piegato il partito in tutti i modi nel non fare le primarie, imponendo il suo candidato, in quel caso lo statuto del Pd è silente sulle primarie. Ecco perché è interessante analizzare questa diversità di atteggiamento del Partito democratico in relazione alla forza o ai poteri locali dei sindaci e di quel che hanno creato. Perché purtroppo questo è ancora un sistema troppo basato sui potentati locali.

In precedenza, lei ha fatto riferimento alla democrazia sociale. In proposito vorrei ritornare sulla tragedia avvenuta nei giorni scorsi: l’uccisione a Novara di Adil Belakhdim, il sindacalista dei Cobas travolto da un camion mentre partecipava a un picchetto. Cosa racconta questa drammatica vicenda?
Racconta che c’è un vero e proprio attacco al lavoro organizzato. Non al lavoro precario, quello lo si vuole, lo si magnifica per pochi euro mensili. È il lavoro organizzato il problema. Perché è quello che vuole allungare i tempi per il blocco dei licenziamenti, perché è quello che parla del salario minimo, perché si batte per i diritti sociali dei lavoratori. Ed è un rischio non solo per la democrazia sociale ma per gli stessi diritti fondamentali. Noi ci troviamo di fronte ad un attacco che io chiamo fascista. Nella mia conoscenza storica non ho mai conosciuto attacchi di altro tipo ai movimenti sindacali organizzati se non quelli che iniziano da là.

In una recente intervista a questo giornale, Claudio Petruccioli ha manifestato la difficoltà da cittadino che vorrebbe, una volta conclusasi l’attuale legislatura, sostenere un Governo in continuità con quello guidato da Mario Draghi, ma che non sa per chi votare. Perché nell’attuale panorama politico, fatica a individuare un partito coerentemente “draghiano”.
“Draghiano” perché tecnocratico. A lui interessa, a me no. Lo capisco, perché la tradizione migliorista all’interno del Pci è stata questa, cioè un governo gestionale della società, con un minimo di conflitto politico e quindi anche il ruolo secondario delle contestazioni politiche. Questa è stata una importante corrente all’interno del Pci. Io non la penso come Petruccioli. Io penso che quello in carica non è il migliore dei governi possibili e che anzi depotenzia di più i partiti, li rende “caciaroni” tra loro su questioni secondarie, mentre quelle primarie, davvero importanti, le svolge lui con i suoi uomini di fiducia che non rispondono necessariamente ai cittadini o vi rispondono in maniera indiretta, attraverso il Parlamento. È probabile che dopo questo Governo, si avverta ancor di più la povertà dei partiti nella quale noi ci troviamo. Riattivare la dimensione partitica è fondamentale per la democrazia elettorale. Non vedo altre soluzioni. Non è che con mille Draghi si possano risolvere i problemi dell’instabilità delle democrazie elettorali.
In Italia, la sinistra ha avuto, non di rado, il “vizio” di ricercare un “papa” esterno, soprattutto nei momenti di crisi.

Ecco allora l’innamoramento per Blair, per Zapatero, e guardando oltre Oceano, per Obama e ora per Biden. Non c’è una dose massiccia di deficit culturale in questo?
Se internamente non hanno elaborato nulla, si va alla ricerca di idee e “miti” esterni. È chiarissimo che sia così. Noi ci abbiamo provato ad avere una sinistra autonoma, che ha prodotto delle idee. Potremmo discuterne nel merito, dividerci sul giudizio, ma è fuor di dubbio che ha avuto una produzione: dall’eurocomunismo all’uscita dalla austerity. Potevano non piacerci, ma erano progetti, erano visioni ampie. Ora non ci sono, e quindi si va alla ricerca di questi “miti” che fanno audience, amati ma che da noi non attecchiscono. Perché il sistema americano è diverso. Il Partito americano esiste, è potente. Non è mai andato in frantumi, mentre i nostri sono invece partiti in frantumi, soprattutto a sinistra. Appiccicarci su un mito non funziona. Quel che invece potrebbe funzionare è usare alcuni degli argomenti che Biden porta avanti. Penso alla tassazione dei grandi colossi del web – Apple, Amazon, Google, Facebook… – o dei grandi capitali di successione, come in qualche modo ha proposto Letta. Se non fa questo, non capisco cosa altro la sinistra dovrebbe fare. Alcune idee, sì, ma il modello del Partito democratico americano è completamente diverso. Quello che a noi mancano sono gli argomenti che tengano insieme una idea di società giusta. E su questo occorre avere il coraggio di avanzare proposte. Non basta parlare contro le disuguaglianze. Bisogna saper cosa fare. Questo aspetto qui manca. Qualche volta ci aiuta Biden, qualche volta no.

 

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.