Le “affascinanti avventure” e le “interlocuzioni privilegiate” immaginate da Letta e Conte nel cantiere comune Pd-M5s, rischiano di finire presto in sabbie mobili da cui sarebbe difficile per entrambi riemergere. Si tratta delle amministrative di ottobre, mille e cento comuni al voto tra cui alcune grandi città, Torino, Milano, Bologna, Roma e Napoli. Tranne Napoli dove Luigi de Magistris non può più candidarsi, sono tutte amministrazioni governate da Pd e 5 Stelle. Cinque anni fa erano nemici spietati. Lo sono stati fino all’agosto 2019. Poi i dadi della politica, dei calcoli e delle strategie, li hanno fatti alleare.

Da allora un bel pezzo dei grillini sono approdati a destra. Ai restanti la società col Pd non dispiace. Anzi, è diventata “un naturale approdo”. Basta che non ci sia Renzi, ovviamente. Il resto della storia tra i due è nota: ad un certo punto si era spinta fino a Conte leader della coalizione di centrosinistra Pd-M5s-Leu, uno sbilanciamento eccessivo che ha fatto cadere Conte. Adesso, il Pd di Letta e il 5 Stelle di Conte (che ancora però non esiste) giocano alla pari. “Un cantiere” e, appunto, “un viaggio ricco di affascinati avventure”. L’incontro di mercoledì mattina presso l’Arel sarà probabilmente ripetuto e quasi formattizzato. Fino a diventare “programmatico” in vista delle politiche (nel 2022 o nel 2023) ma prima ancora in vista delle amministrative. Quello che Letta e anche Conte sanno bene è che se vanno separati perdono. Ma sanno anche che se l’asse Pd-M5s dovesse fallire in autunno, sarà difficile farlo rivivere per le politiche. La campagna d’autunno deve vederli per forza uno accanto all’altro. Non è più una scelta ma un obbligo. Da qui la fretta e l’enfasi che ha fatto da contorno all’incontro di mercoledì mattina.

Ma se Letta e Conte hanno tutto molto chiaro, non è così nei territori e nei rispettivi partiti. Conte, tra l’altro, in questo momento è ancora “nulla”: il Movimento è ostaggio di Casaleggio e della piattaforma Rousseau; senza risolvere questo dettaglio complesso legalmente e affettivamente (come spieghi alla base che hai tagliato i ponti con chi ti ha messo al mondo, cioè Casaleggio senior?), Conte non può essere indicato capo, segretario, portavoce o quello che sarà. È certo invece che Conte goda del favore di sette grillini su dieci e sia ancora molto alto nel gradimento. Dunque, sulla carta un ottimo alleato per sconfiggere il centrodestra nella grandi città. Secondo uno schema che suonerebbe più o meno così: Napoli ai 5 Stelle, Roma al Pd, a Torino un civico indicato dall’uscente Appendino e condiviso dal Nazareno, a Milano il bis di Sala ora più Verde che Pd, sta bene ad entrambi. A Bologna l’accordo potrebbe essere trovato su un candidato donna indicato da entrambi. Nella città delle Torri i 5 Stelle non avrebbero candidati competitivi. E dire che nel 2008 fu questa la prima regione dove spuntarono le stelle.

Se si fa presto a fare lo schema, molto più difficile è metterci i nomi. Il dossier più ostile è quello della Capitale. Virginia Raggi vuol tentare il bis. Dalla sua ha sondaggi favorevoli soprattutto nelle periferie dove sta mettendo a segno, in zona Cesarini, interventi attesi da anni come lo sgombero del campo rom di Castelromano e il rifacimento della via Tuscolana all’altezza di Cinecittà. Anche Di Maio e Grillo hanno appoggiato il bis della Raggi. Ma da qualche settimana tacciono sull’argomento. Virginia non ha alcuna intenzione di mollare ma la vita si sta complicando ogni giorno di più in Campidoglio dove tra fronde, ex e scandali, rischia di perdere la maggioranza. Il Pd osserva la scena e non ha ancora deciso. Il faccia a faccia Letta-Conte non ha certo aiutato a risolvere la situazione. Carlo Calenda resta in campo e ieri ha dato la solidarietà alla Raggi attaccata in modo un po’ così la sera prima da Zingaretti («la ricandidatura sarebbe una minaccia»). Già, l’ex segretario e governatore della Regione Lazio dove l’alleanza Pd-M5s è già una realtà che funziona: alcuni sondaggi riservati dicono che Zingaretti sarebbe l’unico in grado di combattere al ballottaggio con il candidato del centrodestra di cui ancora non si conosce il nome. Calenda sarebbe la soluzione più naturale ma vorrebbe dire mollare i 5 Stelle perché l’ex ministro è incompatibile con il Movimento. Ha lasciato il Pd nel 2019 per questo motivo.

Non meno complicata la situazione a Napoli. Il presidente della Camera Roberto Fico (M5s) darebbe non si sa cosa pur di diventare sindaco della sua città. Il Pd lo appoggia. Ma Fico non farebbe nulla che potrebbe dispiacere il Quirinale, che probabilmente non gradirebbe la scena della terza carica dello stato che molla un anno e mezzo prima la presidenza della Camera per andare a fare il sindaco. A favore del Presidente della Camera c’è che potrebbe essere l’unico in grado di contrastare il candidato del centrodestra, l’ex magistrato Catello Maresca, molto alto nei sondaggi. Contro, Fico ha però il governatore De Luca che non lo ritiene in grado di gestire Napoli. E lui, De Luca, si è anche «stufato di dover fare il sindaco come secondo lavoro». Anche Napoli, insomma, è in alto mare. Come Torino, del resto dove però le idee sono un po’ più chiare. Il Nazareno sarebbe pronto a rinunciare al candidato locale in cambio di un nome alto, forte e condiviso anche dall’uscente Chiara Appendino come il rettore del Politecnico Guido Saracco. Al momento sembra l’unica prova in vita dell’asse Pd-M5s. A Milano, dove il Movimento ha sempre contato poco, c’è già l’ok su Sala. Il suo passo indietro dal Pd e l’ingresso nei Verdi è il modo per convincere l’elettorato grillino a convergere su di lui.

In alto mare Bologna. Qui il Pd avrebbe già organizzato le primarie a metà giugno tra due assessori uscenti, Matteo Lepore e Alberto Aitini, più a sinistra il primo, più centrista il secondo. L’asse con i 5 Stelle potrebbe far saltare tutto e ci sta che sul posto non siano così contenti. Tra l’altro c’è la questione di genere: in cinque grandi città neppure un candidato donna. Che potrebbe saltare fuori dal cilindro comune Pd-M5s proprio a Bologna. C’è poi il capitolo Italia viva.

Letta, parlando di “alleanza larga”, dovrebbe comprendere anche i renziani. Tra le poche cose che Conte ha chiesto a Letta c’è però proprio l’aut-aut su Renzi. O io o lui, come durante la crisi. Maria Elena Boschi ieri in un’intervista ha chiesto di sapere se la coalizione esiste sempre e se Iv ne fa parte. In quel caso vorrebbe essere coinvolta e magari proporre un suo sindaco in una grande città. C’è un nome che sarebbe anche la soluzione: Gennaro Migliore a Napoli. Al momento non è in calendario l’incontro Letta-Renzi. Insomma, in questa situazione e con queste scadenze parlare di “affascinanti avventure” è sicuramente un eufemismo.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.