Dal rapporto con il Pd del neo segretario Enrico Letta al “vulnus” Roma. Disponibile ma inflessibile. Carlo Calenda, leader di Azione, europarlamentare, è stato rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea nel 2016 ed in seguito Ministro dello Sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni.

Nel suo discorso all’assemblea nazionale del Pd che lo ha eletto segretario, Enrico Letta ha evocato un’alleanza che va oltre i 5 Stelle e LeU e coinvolge anche Azione. Qual è la sua risposta?
Che le alleanze si fanno su un progetto di società. Se il tuo obiettivo invece è mettere insieme tutto e il contrario di tutto per cercare di fare una sola cosa, cioè non far vincere gli altri, questa è una strategia che ha distrutto la sinistra ed è una delle ragioni per cui io me ne sono andato dal Partito democratico. Molto volentieri parleremo con Letta a partire da una sua idea di società. Questo è il tema fondamentale, sennò che facciamo, ci mettiamo tutti insieme e poi scopriamo che non siamo d’accordo su niente?

Ottocentosessanta favorevoli, 2 contrari e 4 astenuti: l’elezione di Letta da parte dei membri dell’assemblea nazionale dem è stata più che plebiscitaria. Tutti i capicorrente che fin al giorno precedente si scambiavano accuse e colpi bassi, hanno ritrovato d’incanto un’unità di visione e d’intenti?
Ma figuriamoci! Quelli sono unitari ogni volta, quando fanno tutto e il suo contrario. Erano unitari nel dire mai con i 5Stelle e sono stati unitari nel dire sempre con i 5Stelle. Sono stati unitari nello sfiduciare Letta quando era presidente del Consiglio e sono unitari nel richiamarlo. Hanno avuto un segretario che gli ha detto che sono dei poltronisti, non hanno battuto ciglio e lo hanno ringraziato e hanno voltato pagina. È una situazione che rientra nel mondo della psichiatria non della politica.

Nel gruppo dirigente dem c’è chi ha vissuto la nascita del governo Draghi come una sorta di colpo di stato parlamentare. Un corpo estraneo e non una opportunità. Il neo segretario Pd sembra aver corretto il tiro. Reggerà?
Credo di sì. Perché Enrico Letta, come persona, è sicuramente più affine di quanto lo era Nicola Zingaretti a Draghi. E Dunque io penso che lì ci sono due temi separati: uno, è la qualità della persona Enrica Letta e la sua linea politica che, messe insieme, è qualcosa che ci avvicina come Azione più che al suo predecessore, e quindi una cosa positiva, e l’altra, però, la questione della consistenza del Partito democratico, cioè della capacità del Pd di avere una linea politica e implementarla. Una linea che non sia “mamma, i fascisti”, perché questo è il tema fondamentale. Questo ancora non si è visto, però certamente Enrico è più vicino alle nostre posizioni e a quelle di Draghi.

Quando si vuole mascherare il “poltronismo” si usa la parola magica “contenuti”. Dopodiché nessuno entra nel merito di questi contenuti. Ma un’alleanza quale quella che lei auspica e per cui si batte, non dovrebbe basarsi su un programma fondamentale condiviso?
Assolutamente sì. Le alleanze si fanno su quello che vuoi fare, sulla tua idea di società. Noi abbiamo appena prodotto una proposta articolata sull’utilizzo dei fondi del Recovery fund, in particolare sul tema dei giovani, delle donne e dei bambini. L’abbiamo fatto in precedenza sulla sanità e su tante altre cose. E su quello io sono disponibile a discutere con tutti. E quando intendo tutti, mi riferisco anche a Forza Italia, per intenderci con gli eredi delle grandi famiglie europee. In Italia hanno peccato di codardia. Mentre negli altri Paesi si sono alleati contro populisti e sovranisti, in Italia si sono sottomessi a populisti e sovranisti. Questo è il tema fondamentale per cui è nata Azione, cioè l’idea che debba ricostruirsi un’area riformista liberaldemocratica che costringa Partito democratico, Verdi, l’area popolare di Forza Italia, l’insieme delle forze, e dell’elettorato, che appartengono alle grandi famiglie politiche europee, a respingere l’estremizzazione della politica e riportare una certa pragmatica. Questo è il fine di Azione.

Che cos’altro vi distingue dai dem?
Noi pensiamo, ad esempio, che il taglio delle tasse su tutti, come è stato fatto per 4 miliardi di euro, sia sbagliato, e andava concentrato sui giovani fino a trent’anni, che sono quelli che hanno un gap salariale gigantesco e hanno un problema di reddito. Viceversa, il Pd non lo pensa. E non lo pensa perché crede di rappresentare delle categorie che probabilmente non sono quelle dei giovani. La rappresentanza dei giovani non è il voto ai sedicenni. Perché oggi il problema che abbiamo è che sono gli stessi diciottenni ad avere carenza di educazione istituzionale e non capire come funziona il sistema democratico italiano, che hanno una preparazione scolastica inferiore a quella dei loro colleghi europei. Di nuovo, anche qui non possiamo affrontare le cose con uno slogan che riassume una politica. Se vuoi fare una politica per i giovani, questa politica si nutre di alcune iniziative molto concrete che purtroppo scontenteranno altri, nel senso che avrai i meno giovani che diranno ma perché a loro sì e a me no… Quelle sono le scelte che fai. Sui giovani, come sull’Ilva, sull’Alitalia, le fai sulla fine del blocco dei licenziamenti. Tutte cose su cui noi abbiamo fatto proposte concrete. Io non ho mai visto una proposta concreta del Pd su questi temi. Quando il Pd ricomincerà a fare politica, che vuol dire non con chi ti allei ma cosa vuoi fare, noi saremo pronti a discuterci.

Alleanze e programma: un primo, importante banco di prova saranno le elezioni amministrative di autunno che riguarderanno importanti città, a cominciare dalla capitale. Roberto Gualtieri, ex ministro dell’Economia con i due governi Conte, è disponibile a candidarsi a sindaco di Roma per il Pd. Ora l’ultima parola spetta al neo segretario. Prima i nomi e poi il programma?
No, qui la situazione è persino più pazzesca. Tenga presente che io mi sono candidato il 12 ottobre 2020. E prima di candidarmi ho telefonato a Nicola Zingaretti. C’è un tavolo della coalizione del centrosinistra che non si riunisce più, anche se continua ad essere insediato. Il Pd si avvia a candidare Gualtieri senza avermi fatto neanche una telefonata. Per dire che succede, che vogliamo fare, che fine vogliamo fare a quel tavolo di coalizione dal quale, si era detto prima di disertarlo, sarebbe dovuto nascere un programma condiviso per una candidatura condivisa. In questi mesi, abbiamo incontrato 500 associazioni e messo a fuoco i problemi di Roma quartiere per quartiere. Noi abbiamo scelto questa strada, quella dell’inclusione, della condivisione. Evidentemente il Pd ha scelto una strada opposta, quella del fatto compiuto, di una investitura anticipata dai giornali, con buona pace di tavoli e dialoghi. Ecco altre due parole che, agendo in questo modo, il Pd ha svuotato di ogni significato. Il Partito democratico si assume la grave responsabilità di spaccare questo fronte di centrosinistra che ha costruito attraverso il tavolo e che si conclude con una candidatura fatta a prescindere da tutto quello che ci siamo detti, senza neanche una telefonata alla persona che è già in campo. Complimenti! Si assumeranno questa responsabilità e poi al primo turno vedremo. Ci confronteremo alle elezioni.

Lei è ancora oggi un europarlamentare. Insieme alla parola “contenuti”, non crede che anche la parola “Europa”, senza aggettivazione, senza declinazione, stia diventando una parola vuota, buona per tutto e tutti. Oggi finanche Salvini si scopre “europeista”.
Di nuovo, perché, come sui “contenuti”, anche la parola “Europa” non è mai declinata. Quello che succede in tutto il dibattito politico italiano è che non si declina mai nulla. Per cui rimangono parole vuote. Il green, i giovani, le donne, sono parole che non sono mai declinate in scelte, che come tutte le scelte di Governo scontentano altri. E così l’Europa. Non c’è una visione in cui uno dice “io penso che questa Europa dovrebbe funzionare in questo modo”. E così si va avanti a colpi di “io sono europeista, tu sei contro l’Europa”. Così finisce per essere un dibattito sempre superficiale e, diciamolo pure, mortificante.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.