Il Pd, le primarie, la scommessa dell’alleanza con i 5Stelle. E una risposta “pepata” a Bettini. La parola a Stefano Ceccanti, costituzionalista, parlamentare dem, vicepresidente vicario dell’associazione di cultura politica “Libertà Eguale”.

Dopo il flop di Torino, il segretario del Pd, Enrico Letta, ha tirato un sospiro di sollievo per l’esito delle primarie a Roma e Bologna. “Un successo di popolo, con un’affluenza pre-Covid”, ha esultato Letta. Non le pare troppo?
Enrico Letta era alla sua prima prova. Ha scommesso in alcune città su un metodo, quello delle primarie aperte, che ha sempre vari elementi di rischio, a cominciare dalla partecipazione, ancor più nella fase post-covid. Un metodo che ha tanti critici che però sosterrebbero modalità peggiori e più ristrette. Ha poi ritenuto, a torto o ragione, di doversi impegnare a favore di alcuni candidati, e, cosa rara, li ha visti tutti vincenti. Che quindi ne tracci un bilancio molto positivo non mi sembra debba stupirci. Dobbiamo però tenere conto che una cosa è lavorare sul bacino ristretto dell’elettorato di centrosinistra ed un altro competere in quello complessivo. Avere successo nel primo è condizione necessaria ma non sufficiente per affrontare la sfida vera.

La vicenda romana pone con forza la questione dell’alleanza Pd-5Stelle. Al di là di problemi legati a un giudizio sull’operato della sindaca Raggi, non ritiene che ci sia qualcosa che non torna, anche alla luce di recenti esternazioni di Giuseppe Conte, in questa alleanza-competizione Pd-M5S ?
È evidente che dove per cinque anni ha governato da solo il M5S col Pd all’opposizione (ma anche a rovescio) l’ipotesi di alleanza si presenta come una forzatura. Cinque anni di differenziazione netta non si possono superare all’improvviso. Il problema per le future elezioni politiche non è lo stesso delle amministrative, in partenza le differenze sono minori, il periodo già lungo di collaborazione gioca a favore. Eviterei quindi discussioni inutili sul se si debba fare un’alleanza, tanto più rispetto al centrodestra che va comunque unito anche se è diviso nella collocazione rispetto al Governo. Le discussioni sono invece necessarie sul come, sull’impostazione di cultura politica della coalizione. Mi sembra che i problemi siano essenzialmente due. Il primo è un atteggiamento generale del nuovo leader del M5S a ritenere il nuovo Governo una sorta di male minore rispetto a quello precedente ed i suoi due esecutivi in continuità tra di loro. Ora è evidente che ciascuno è umanamente portato a ritenere preferibile un Governo guidato da se stesso, anche se non dovrebbe almeno essere smentita la discontinuità col Conte 1. Ciò che il Pd ha apprezzato nel Conte 2 è proprio l’inizio di un percorso di recupero di legami europei che invece si erano persi con quello precedente, specie all’inizio. Poi va evitato un atteggiamento di vedovanza tra il Conte 2 e il governo Draghi. Il Conte 2 stava irreversibilmente cadendo e non era possibile un Conte 3 perché il riassetto, ancora in corso, del M5S, gli stava facendo perdere la base parlamentare decisiva. Né si può negare che la forza propulsiva di Draghi rispetto all’Unione europea, come si vede dalla stesura finale dal Pnrr e dalla relativa valutazione che è stata formalizzata ieri dalla Commissione, sia ben più forte di quella precedente. Penso che si possa onestamente dire questo: Conte, dopo lo sbando iniziale del primo esecutivo, in sintonia col Presidente Mattarella ha dato vita ad una fase di ri-degasperizzazione della politica italiana, una fase necessaria che si è completata col Governo Draghi. Il secondo problema è specifico, il tema giustizia: c’è una spinta eccessiva a porre dei veti e delle condizioni alle riforme del Ministro Cartabia. Non sono personalmente entusiasta dei quesiti referendari, che in alcuni casi sono minimalisti (come quello sul sistema elettorale del Csm) e in altri eccessivi (come quello che sopprime del tutto il decreto Severino). Se però si mettono veti si finisce col bloccare le riforme in Parlamento e si dà l’impressione all’opinione pubblica di voler difendere uno status quo indifendibile, creando le premesse per un successo di quegli specifici quesiti che portano a soluzioni meno razionali di quelli che si potrebbero avere in Parlamento.

In una intervista al Corriere della Sera, Goffredo Bettini ha affermato: «La sinistra in Italia non esiste più, ecco perché il Pd deve unirsi e pesare». È anche lei dello stesso avviso?
A me quell’intervista non è piaciuta per vari motivi, che magari dipendono dalla sua brevità. Il punto più preoccupante mi è sembrato, ma magari era solo un fraintendimento, il modo con cui veniva narrato il riferimento alla mobilitazione intorno al Pci del 1976 come se quella fosse la sola sinistra a cui rifarsi. Ora prima l’Ulivo come coalizione e poi il Pd come partito sono stati possibili perché si è deciso di sostituire l’unità della sinistra a egemonia comunista con l’unità dei riformisti. Perdendo sulla sinistra le frange massimaliste e separando al centro le forze progressiste da quelle conservatrici con cui coabitavano. Senza il primo movimento, il superamento dei simboli e dei nomi della Terza Internazionale che condizionavano ancora il grande e pragmatico movimento storico e la separazione dal massimalismo, non ci sarebbe stato il secondo. Era certo un’anomalia l’unità politico-elettorale dei cattolici, ma essa era un riflesso dell’egemonia comunista a sinistra. Moro e Zaccagnini erano riformisti, chi si è mosso seguendo la loro ispirazione ideale con l’Ulivo e il Pd non voleva dare ragione a posteriori a Franco Rodano o a La Valle, che pur hanno certo contribuito alla diversità positiva del Pci, ma voleva creare qualcosa di nuovo e ben diverso, l’unità di tutti i riformisti, così come chi ha promosso la svolta del Pci voleva raggiungere una normalità della sinistra europea e non perpetuare ciò che già era. Queste non sono sovrastrutture, sono schemi politici che hanno conseguenze precise. Riproporre il 1976 significa rilanciare l’idea tipica del “nessun nemico a sinistra”, in cui l’unità ideologica della sinistra è il prius; ripartire dall’Ulivo del 1996 e dal Pd del 2007 significa ripartire dall’unità dei riformisti anche a costo di avere nemici a sinistra. Perché dovremmo, nel caso, allearci con chi non condivide le direttrici euro-atlantiche di Draghi? Auspichiamo che tutti a sinistra del centro le accettino, è possibile col M5S così come progressivamente anche Podemos in Spagna le ha fatte proprie nell’attuale esperienza di Governo, ma quello è un discrimine, non la fedeltà a un soggetto storico-messianico, la Sinistra. Unità della Sinistra e unità dei riformisti non coincidono.

In una recente intervista a questo giornale, Claudio Petruccioli ha esternato e argomentato il disagio di chi, come lui ma non è il solo, a conclusione di questa legislatura, vorrebbe sostenere un partito, una coalizione, in continuità con l’ispirazione del governo Draghi, ma oggi non sa per chi votare…
Torniamo al punto del passaggio tra le primarie e le elezioni reali. Le primarie ci hanno fatto respirare, ma le elezioni politiche del 2023 si giocheranno in larga parte sui dividendi politici del Governo. Dividendi enormi, alcuni di impatto diretto ed immediato, altro, per lo più di impatto indiretto e lungo, che tuttavia si potranno intravedere. Sarebbe paradossale che ne beneficiasse Salvini, che non voleva entrare al Governo e che vi è stato costretto dalla sua constituency o che nessuno ne risultasse credibile erede come paventa Petruccioli. Siamo in grado di presentarci con una coalizione guidata dal segretario del primo partito, che sarà inevitabilmente il Pd la cui forza è stata confermata dalle primarie, che si presenti anche, al tempo stesso come il segretario del PDD, il partito di Draghi? Enrico Letta, allievo di Andreatta, ne avrebbe le qualità, ma al di là della persona, questa è l’operazione politica.

A proposito di elezioni. Del dibattito su quale legge elettorale non esiste più traccia.
Le leggi elettorali sono più il riflesso che non la causa degli assetti politici. La proporzionale senza coalizioni preventive era stata ipotizzata in un contesto che lasciava presagire una stabilizzazione di uno schieramento Ursula, eterogeneo su vari temi ma tutto pro-europeo, con un’opposizione al sistema, da parte della Lega oltre che di Fdi. Questo scenario è venuto meno con l’ingresso della Lega nel Governo, che le dà, anche per questo, un indubbio potere di veto. In questo contesto è inevitabile che si mantenga un sistema con coalizioni pre-elettorali, ma ciò si può fare in modo molto più razionale che non con la legge Rosato, che obbliga rigidamente a spartirsi i candidati nei collegi uninominali a un turno sulla base di sondaggi pre-elettorali tra partiti che si possono alleare ma che restano diversi e che non consente di prevedere razionalmente il tasso di disproporzionalità, potendo produrre o un’assenza di maggioranze o supermaggioranze. Molto più logico e sincero un modello simil-comunale con un premio di coalizione ragionevole ed eventuale secondo turno. Un modello che nelle province, finché c’era l’elezione diretta, era abbinato a collegi uninominali di partito, a base proporzionale per l’individuazione degli eletti, sfuggendo all’alternativa tra liste bloccate e voto di preferenza in circoscrizioni che dovrebbero altrimenti essere molto grandi in seguito alla riduzione dei parlamentari per evitare gli slittamenti di seggi. Man mano che le alleanze si stabilizzeranno, anche per le amministrative, il discorso si potrà riprendere in questi termini. Chi invece pensa che si possano tenere gli schemi fissi a prescindere, continuando a invocare la proporzionale senza coalizioni preventive, va contro le dinamiche materiali e, come sempre accade in questi casi, lavora per il suo contrario, cioè per votare con il sistema attuale.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.