Del Partito democratico, Andrea Orlando conosce pregi e difetti. Ha percorso tutti i gradini di una militanza iniziata nella Federazione giovanile comunista italiana e che lo ha portato ad essere Vicesegretario con Nicola Zingaretti. Esperienza di partito che s’intreccia con quella di governo. Ministro del Lavoro e delle politiche sociali nel governo Draghi, già ministro della Giustizia nei governi Renzi e Gentiloni, ministro dell’Ambiente e della tutela del mare e del territorio nel governo Letta. Sul futuro del Pd ha idee molto chiare. E le racconta a Il Riformista.

Un riformismo forte. Come si declina ai tempi di una crisi, quella scatenata dal Covid-19, senza precedenti dal secondo dopoguerra ad oggi?
Credo che gli effetti della crisi ci spingano a liberarci da questa curiosa definizione: il riformismo forte. L’aggettivo è l’estremo tentativo di distinguere tra il riformismo storicamente affermato e qualcos’altro di indefinito. È la coda di questo esercizio, spia delle difficoltà ad abbandonare una suggestione palingenetica. Il riformismo è o non è. Le riforme sono sempre reversibili. Il problema è che perlomeno dagli anni Ottanta, con la fine del modello fordista, il riformismo sociale si è arrestato mentre si è sviluppato un riformismo civile che ha colto anche importantissimi risultati. Sul primo fronte il riformismo è divenuto anche sinonimo della critica alla vecchia tradizione keynesiana e socialdemocratica oggettivamente in crisi. Una critica giustificata per la difficoltà di quest’ultima a fare i conti con la rivoluzione conservatrice prima e con la globalizzazione poi. Una critica però che si è risolta nella resa agli argomenti della parte avversa. Siccome non funzionavano più i vecchi meccanismi di regolazione e redistribuzione si è finiti per negare la possibilità tout court di regolare e redistribuire. Per cui, per me, il riformismo che è forte o non è, si declina partendo dall’ovvia constatazione che il mondo così com’è, è ingiusto e che occorre cambiarlo.

In una intervista a questo giornale, Goffredo Bettini, nell’indicare l’orizzonte strategico, e il respiro ideale, di un riformismo forte, ha ricordato Carlo Rosselli, nell’affermazione che non esiste vera libertà senza giustizia. Combattere le crescenti disuguaglianze sociali, “accorciare le distanze fra chi sta sopra e chi sta sotto”. È questo il senso di marcia di una sinistra che guarda al futuro, ponendo al centro del suo agire politico, del senso stesso di sé il lavoro, come ha sostenuto su questo giornale Mario Tronti?
Penso che questa sia la questione centrale. Ci sono altri grandi temi di cui il riformismo si deve fare carico a partire da quello della sopravvivenza del pianeta. Ma il mancato presidio delle diseguaglianze sociali è stata la causa della rottura tra la sinistra e una parte del popolo che aveva saputo rappresentare nel tempo. La riconquista di quel rapporto, cruciale per la lotta al populismo, c’è poco da fare, passa da lì.

Lei è stato vice segretario del Partito democratico. Ed oggi è ministro del Lavoro nel governo Draghi. “Letta ha ragione – sostiene Bettini -. Basta: governo e solo governo. Senza governo ci sentiamo nulli e impotenti”. Le chiedo: per il Pd il governo è diventato un fine assoluto, che tutto giustifica?
Questo credo sia anche la conseguenza della debolezza strutturale dei partiti e del Pd, seppur in misura minore, tra gli altri. Sembra non esserci vita fuori dalle istituzioni. Eppure io sono convinto che recuperando il concetto di “lavoro politico” ci sia un enorme spazio per organizzare la politica nella società. E anzi, credo che la stessa azione di governo rischi di essere priva di prospettiva senza la ripresa di questo “lavoro politico”. L’idea delle agorà democratiche lanciata da Letta credo sia una risposta a questo tema, un tentativo di usare forme nuove di partecipazione.

Molto si discute sull’alleanza Pd-5Stelle. C’è chi sostiene che sia un’alleanza “contronatura” politica e che così facendo il Partito democratico si consegna all’antipolitica. Come la vede?
Alla base di questa valutazione c’è una sostanziale rimozione compiuta da una parte delle classi dirigenti sedicenti progressiste. Dentro l’antipolitica c’è anche il riflesso di un tradimento della sinistra vero o presunto che sia, sicuramente avvertito dai settori popolari della società. Occorre fare i conti con questa percezione. Abbiamo tutti lo stesso giudizio sull’effetto, l’antipolitica spesso fomentata e alimentata anche “dell’altro”. C’è un giudizio diverso sulle cause. Per alcuni è il frutto di una incomprensibile regressione culturale. Per altri, tra cui il sottoscritto, è anche la conseguenza di una crisi della missione della sinistra e della sua funzione emancipatrice. Nessuno dice che quel “pezzo” di populismo sia di sinistra come si sostiene nelle caricature che si fanno nel nostro dibattito. Quelle pulsioni, quelle domande però, questo sì, possono essere rese compatibili con un disegno di critica e riforma del modello economico e sociale vigente. È un percorso non semplice, non è però soltanto l’unica via per battere la destra. È anche un faticoso ma utile esercizio per la sinistra per riflettere sui propri limiti.

Un “nuovo Pd”, qualcosa di diverso da una confederazione di fazioni. Un partito, rimarca ancora Bettini, in cui “lo scettro della sovranità della decisione politica si riporta anche ai nostri iscritti”. “Rivoluzionare” il Pd. La metto giù brutalmente: perché Enrico Letta dovrebbe riuscire laddove Nicola Zingaretti ha fallito?
Non parlerei di fallimento di Zingaretti. Quasi due anni di conduzione del partito sono serviti a ridefinire il profilo del Pd e ad affrontare due tornate elettorali non semplici con successo. Lo scettro va dato agli iscritti anche per toglierlo ai passanti, come avviene per le primarie, utili per selezionare i candidati ma non le idee. C’è però un problema di cultura politica irrisolto e che solo una seria, ordinata e organizzata discussione, nutrita dalla ricerca e dal sapere può affrontare. Come ha suggerito recentemente proprio Bettini, con una proposta che sta raccogliendo molti consensi nel partito.

Tassare i super ricchi, investire in istruzione, sanità pubblica, infrastrutture, con un ruolo centrale di uno “Stato imprenditore”. Così Joe Biden nel suo recente discorso dei cento giorni al Congresso degli Stati Uniti. Una sorta di “New Deal” del Terzo Millennio. Se quel discorso fosse stato fatto in Italia da un primo ministro, sarebbe stato tacciato di “comunismo”… Imparare dall’America?
Senza dubbio. Oppure di populismo che è ormai un’etichetta che viene appiccicata a chiunque esprima un’opinione eterodossa rispetto al liberismo. Noto con un po’ di divertimento che quelli che rivendicano la vittoria di Biden come una vittoria del centro si sono volatilizzati. Quella americana è una cultura pragmatica e la politica di Biden è semplicemente il riconoscimento che il mercato non risolve da solo tutti problemi che crea. Quindi direi piuttosto imparare dall’evidenza dei fatti. L’attuale sistema economico senza correttivi non è sostenibile né ambientalmente, né socialmente, non lo vede soltanto chi ha gli occhi foderati di prosciutto ideologico.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.