«Il Pd? La sinistra non abita più lì. È un partito di centro che con la socialdemocrazia non ha nulla a che vedere». A sostenerlo è Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, una “coscienza critica” della sinistra. Una voce libera, cosa sempre più rara nell’Italia d’oggi. Professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia (Dedalo Edizioni). Tra i suoi libri, ricordiamo: Fermare l’odio (Laterza); Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Laterza); Il presente come storia; Europa gigante incatenato (Dedalo), e il recentissimo La metamorfosi (Editori Laterza), sulla storia del Pci nel centenario della sua fondazione.

In una intervista a questo giornale, che ha aperto un vivace dibattito, Goffredo Bettino ha declinato così la sua idea di riformismo: «Ciò che tende ad accorciare le distanze tra chi sta sopra e chi sta sotto». La convince questa formulazione?
Si può adattare a molte altre realtà e correnti di pensiero. Anche il cristianesimo. È talmente vaga che si adatta a tutte le taglie, come si direbbe per i vestiti. Come è altrettanto vaga, da risultare inutile, è la definizione di totalitarismo, che abbondava per tanti anni sulla bocca degli sciocchi. Una parola che voleva abbracciare talmente tante esperienze da risultare vacua. Mettici dentro Garibaldi dittatore a Napoli, Saint Just a Parigi, Cromwell, Mussolini, Stalin… alla fine ci manca soltanto Confucio. Totalitarismo è un concetto inutile. Altrettanto è quello a cui lei fa riferimento citando Bettini: alto, basso… È un linguaggio pudico, per non dire proletariato e borghesia. Una volta si diceva così. Che poi non è che siano due parole offensive per nessuno. I borghesi mica si offendono sentendosi chiamare così, anzi ne sono lusingati. Io considero tenue, fragile, e altrettanto generica a quella di totalitarismo, la parola riformismo. Perché anche l’illuminismo delle riforme prima della rivoluzione francese, faceva del riformismo. Erano le monarchie assolute illuminate che facevano le riforme. Anche Solone fece una riforma, perché ai suoi tempi c’era una schiavitù per debiti e lui l’abrogò. Quando Togliatti parlava di riforme di struttura, diceva qualcosa di molto più consistente e impegnativo. Perché riforme di struttura cosa vuol dire?

Lo dica lei, professor Canfora
Vuol dire che intaccano la struttura attuale capitalistica, fondata sul profitto über alles. Mi permetto di aggiungere una cosa. Purtroppo le conoscenze puntuali sono scarse. Tempo addietro, per ragioni di studio mi son guardato la Costituzione della Repubblica federale tedesca, ancora vigente. La Grundgesetz, Legge fondamentale, fu varata nell’aprile-maggio del 1949. All’articolo XV, cioè nei principi fondamentali, c’è scritto che la nazionalizzazione delle aziende per utilità sociale si può fare in qualunque momento. Per questo io preferisco alla parola molto generica riforma, riformismo, la parola socialdemocrazia. Sia perché è il partito di Marx, di Engels, di Kautsky, di Lenin stesso prima di chiamarsi bolscevico. La grande corrente nella quale il movimento operaio è nato e si è sviluppato è la socialdemocrazia. I cui congressi fondativi in Germani, dalla fine dell’800 alla Repubblica di Weimar, e a seguire fino agli anni cinquanta del Novecento, puntavano sul superamento del capitalismo in quanto fondato sul profitto. La socialdemocrazia è il mio orizzonte e credo che sia l’unica forza politica che possa proporsi degnamente non le generiche riforme, ma le riforme di struttura. Aggiungo un ultimo dettaglio: nell’ultimo articolo scritto da Togliatti per Rinascita, nel giugno del 1964, dal titolo “Riforme e capitalismo”, lui afferma che «il problema italiano è che non c’è mai stata una socialdemocrazia seria, veramente tale». Col che candidava il Partito comunista italiano a riempire quello spazio.

A proposito di questo. Un grande vecchio della sinistra italiana, Rino Formica, sempre su Il Riformista, ha sostenuto quanto segue: «La soluzione riformistica non esclude la soluzione della rottura, anche la soluzione violenta. Rivoluzione e riforme non sono necessariamente due termini in conflitto. Possono anche essere elementi convergenti. La rivoluzione crea un momento della rottura, la riforma modifica il sistema nel punto dove è avvenuta la lettura». Che ne dice?
Se vogliamo è fin troppo ottocentesco o protonovecentesco parlare di rivoluzione pensando probabilmente al Palazzo d’Inverno. Cosa che non è pensabile nelle società simili alla nostra, a meno che non ci siano rivoluzioni di destra, quello sì, cioè insurrezioni popolari come quelle a cui anelerebbe Salvini e che ha cercato di attizzare nelle ultime settimane. Rivoluzioni conservatrici, chiamiamole come vogliamo, di un popolo arrabbiato che è contrario a tutto quello che non gli è immediatamente utile. E quindi cacciamo i migranti, perché ci tolgono il pane, le mogli, il lavoro… E quella è una rivoluzione di destra. Quel tipo di rivoluzione è sempre possibile, l’altra è più complicata. E si attua con riforme di struttura sorrette da una forte volontà politica. Esse producono una “rivoluzione”, ma nel senso etimologico-concettuale del termine, non nel senso romantico. Rivoluzione e riforme possono convergere? Allora vuol dire che Formica ha in mente uno scenario antico, in cui a un certo punto si espugna la Bastiglia. Quale potrebbe essere oggi una “Bastiglia”… La rivoluzione di destra patrocinata da Salvini voleva invadere Palazzo Chigi. La rivoluzione di destra aizzata da Trump, voleva occupare il Campidoglio, e in parte c’è riuscita. Queste sono le rivoluzioni a portata di mano. Mentre la socialdemocrazia che si proponga riforme strutturali, opera in modo oggettivamente rivoluzionario. Peraltro le rivoluzioni, come dice il compagno Togliatti, non le fanno i partiti, le fanno i popoli. Questo disse alla Costituente quando si accusava il Pci di doppiezza: stai al Governo e poi prepari la rivoluzione. E lui rispose, sprezzantemente che le rivoluzioni le fanno i popoli, e i partiti al più le dirigono se ne sono capaci. Frase pesantissima.

Per venire al dibattito nel Pd…
Scusi, ma che c’entra il Pd con la socialdemocrazia?

E qui la volevo portare. Nel Partito democratico tutti tendono a definirsi: progressisti, riformisti…
Come a Milano, dove c’era una corrente filosofica di un mio caro amico, molto più vecchio di me, che si chiamava il “tuseimeismo”, fondato sul concetto tu sei me. Un movimento di fratellanza. Può essere che nel Pd ci sia anche qualche “tuseimeista”, bisognerebbe chiedere a Letta se lo ha incontrato. Il Pd è un partito di centro, senza bussola, che contiene gli avanzi , come si dice in tracce, del Pci-Pds. C’è Orlando, forse qualcun altro. Gli altri vengono dalla Dc, dal Partito liberale come Marcucci, o dai senza partito senza capo né coda. Il Pd è uno dei partiti di centro e infatti prima o poi, siccome i 5 Stelle sono ormai alla deriva totale, punterà all’alleanza con Berlusconi prima che Forza Italia defunga completamente. È una tragedia. Aggiungo un concetto che può sembrare troppo drastico: la sinistra, nel senso di socialdemocrazia nelle sue varie declinazioni, esiste in Germania, ancora un po’, anche se alquanto ammaccata in Francia. In Italia non c’è più. Il Paese che ha dato Gramsci, cioè uno dei cervelli maggiori del pensiero comunista mondiale, non ha più la sinistra. Vuole un esempio concreto?

Certo che sì, professor Canfora
Un importante deputato della Linke al Parlamento europeo ha fatto un intervento meraviglioso, non più di una decina di giorni fa, in cui ha rivelato che lo stipendio di chi dirige l’EMA (European Medicines Agency) lo pagano le grandi aziende farmaceutiche. I controllori stipendiati lautamente dai controllati. Smentitemi se potete, ha detto ai suoi colleghi parlamentari. Ovviamente nessuno lo ha fatto, perché le cose stanno proprio così. Ecco, questo significa fare un lavoro di sinistra. Nei nostri telegiornali da Minculpop questa notizia non è stata data, neanche di striscio. Mi pare che basti.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.