Una volta prima della catastrofe tutto era chiaro quanto a destra e sinistra. Di qua gli ambienti borghesi, i ricordi degli industriali con i residui del latifondo e dei palazzi di famiglia e di là i lavoratori, il quarto stato di Pellizza da Volpedo, Charlie Chaplin alla catena di montaggio, Cipputi ormai estinto anche nel bestiario di Altan, i contadini, i servi della gleba, il proletariato con la falce e quelli col martello fino al lumpen che già Marx aveva sbirciato come un sottoprodotto pericoloso da cui stare in guardia.

Ma tutto era chiaro perché c’era la destra e c’era la sinistra. E Benjamin Disraeli e Georges Clemenceau che si contendevano il copyright della sentenza secondo cui «se non sei socialista a venti anni vuol dire che non hai cuore, ma se non sei conservatore a quaranta vuol dire che non hai cervello». I governi si facevano nelle rarefatte democrazie continentali in genere poco inclini al suffragio universale preferendo quello del censo, con delle alternanze fra una destra austera che stringeva i cordoni della borsa e una sinistra solidale e spendacciona. Era una commedia semplice, anzi elementare come i romanzi di Victor Hugo, con rari cenni alle violenze autoritarie dei generali che sparavano ad alzo zero contro la folla che chiedeva pane o gli anarchici italiani trattati come jihadisti in tutta l’Europa per il vizietto di far saltare alla bomba o al coltello le teste coronate. Ma il mondo era comunque di facile lettura. Persino il bene e il male erano di facile lettura.

Fino alla catastrofe. La catastrofe fu la Seconda guerra mondiale ma in un senso che va molto al di là dell’ ovvio, il massacro unico e inimmaginabile della Storia. Il macello non soltanto dei milioni di barili di sangue innocente ma di generazioni e popoli estinti in laboratori mai sperimentati nella Storia che contengono Auschwitz ma non sono soltanto Auschwitz. Il problema ulteriore di quella guerra fu anche assolutamente politico, perché nei primi due anni del conflitto la Germania nazista e l’Unione sovietica combatterono insieme dalla stessa parte finché il più perfido dei due non si avventò sull’altro e ne uscì annientato. Ma non solo. Ci fu lo stravolgimento delle coscienze e delle parti, sicché i comunisti francesi furono messi al bando dalla loro patria come traditori al soldo del tedesco invasore e infatti riempivano i muri di Parigi di “Bravo camarade allemand” mentre le truppe hitleriane marciavano sotto l’Arc de Triomphe. Tonnellate di reticenza non sono riuscite a sciogliere nell’acido dell’oblio quei due anni e le menzogne che modificarono la geografia politica.

Quella che sembra una vicenda soltanto militare fu invece la catastrofe che distrusse il mazzo da gioco normale della politica così come si era giocata dalla rivoluzione inglese del 1688 alla fine della Grande Guerra, perché subito dopo erano intervenuti ingegnerismi titanici nell’esercizio dei genocidi perpetrati in nome dei socialismi nazionali. Quegli eventi che ebbero una diabolica logica per molti anni ingannarono il distratto pubblico liberal europeo e americano. Lunga storia, lo sappiamo, e non è il momento di scendere in dettagli se non per ricordare che dopo la fine della Seconda guerra mondiale, erano cambiati attori e personaggi: a destra non c’erano più i conservatori ma nel caso italiano la destra sociale post-mussoliniana con la sua vocazione proletaria e massimalista cugina di quella dei descamisados argentini di Juan Peron.

E a sinistra galleggeranno per decenni pezzi più o meno armati e in guerra dei tronconi del conflitto che c’era stato e di quello che avrebbe potuto esserci appunto per questa situazione terribilmente anomala che fu deformata ulteriormente negli altiforni della guerra fredda dove le cognizioni di sinistra e di destra furono annientate dalla posizione di schieramento geopolitico dell’uno dall’altra parte. Sicché quando finalmente tutti gli elementi della catastrofe collassarono in un mare di macerie morali e materiali, si era persa la cognizione totale di che cosa fosse la sinistra e la destra. Io che scrivo questo articolo sono stato un socialista iscritto al Psi dall’età di 17 anni, ero amico di Pietro Nenni, persino di Ferruccio Parri e di sua moglie che mi regalava i fazzoletti tricolori cuciti con la sua macchina a pedali. Li ho visti e conosciuti più o meno tutti ma più che altro ero un uomo di sinistra. Come socialista trovai la stessa sorpresa che mi avevano dato i miei capelli rossi, e cioè quella di essere riconosciuto a vista e bersagliato da invettive razziste perché a quei tempi in Italia il capello rosso era ancora l’unico cromatismo minoritario: rosso malpelo schizza veleno, mangia pagnotte schiatta stanotte.

Come socialista con altrettanto sbalordimento mi accorsi che da parte dei miei amici adulti comunisti i quali in gioventù erano tutti stati convintamente e gioiosamente fascisti, mi guardavano malissimo perché il socialismo è per metà antagonista e per metà subalterno al Pci e il Pci era per metà antagonista e metà subalterno all’Unione sovietica e così via con tutte le altre catenelle che conosciamo ma che tendiamo a dimenticare. Oggi ci troviamo senza sinistra. Buona democrazia vivere senza una sinistra? No. Perché diciamo che non c’è sinistra? Vorremmo saperlo: abbiamo un partito che chiama se stesso democratico ed erede dell’antico Pci, il quale anziché fare delle guerre di classe ormai un po’ vecchiotte o almeno delle battaglie per proteggere le categorie che producono il progresso e permettono di inseguire l’eguaglianza nei diritti, nei doveri e nella dignità, inventano dei bersagli da luna park: i giovani. Risarcire o retribuire giovani per i danni che hanno subito con la crisi del 2008.

Così disse Enrico Letta, che sembra il Marchesino Eufemio del Giusti, il quale andò a superare l’esame con coltissimi strafalcioni e banalità lapidarie e inutili ma in perfettissimo francese. Sono tutti vuoti a perdere. Tassare i ricchi è certamente di sinistra. Ma impedire ai ricchi che fabbricano la ricchezza di fabbricare la ricchezza che poi dovrebbe essere redistribuita, è come spararsi sui piedi o compiere quella famosa operazione coniugale da tutti sconsigliata. Ma l’attuale Pd che dovrebbe rappresentare la sinistra intera invece non sa che fare, tant’è vero che sta aggrappata al tram sgangherato dei 5 Stelle sperando che lo porti da qualche parte, mentre per ammazzare il tempo che è pur sempre un’attività venatoria, diffonde progetti opportunistici, iniqui e comunque che non hanno nulla a che vedere con la tradizione e lo spirito della sinistra. Perché mai si dovrebbe risarcire una generazione con una paghetta? Quale generazione è mai stata risarcita con una paghetta?

Le generazioni si arricchiscono dando loro lavoro. Oggi il lavoro c’è ma mancano i lavoratori perché mancano scuole che abbiano creato personale utile per il lavoro che serve. Il nostro è un paese di disoccupati perché inutili, mentre le aziende non hanno chi assumere perché la scuola ha fallito gioiosamente nelle mani delle sinistre italiane che hanno scardinato ogni elemento di progressione. Racconto un piccolo aneddoto che riguarda me stesso: lo faccio per puro narcisismo ma anche per motivi di orgoglio. Per puro caso quando ero uno studente di medicina ho dato il terribile esame di fisica che allora si sosteneva al primo anno con un mostro sacro della fisica italiana che era Edoardo Amaldi, allievo di Enrico Fermi.

Andai a quell’esame preparato in una maniera ossessiva. Sembrava un esame perfetto finché il grande fisico non mi chiese di dimostrare il teorema di Lorentz in cui si discute di un fascio di elettroni a zonzo in un campo magnetico. E mi bocciò per non aver pronunciato le parole “per unità di volume”. Quando gli chiesi se non gli sembrasse esagerato, visto l’intero esame, Amaldi mi rispose sorridendo: “Biada alta per i cavalli di razza”. Era un complimento e una bocciatura. E ovviamente una lezione di diversità, merito, separazione. La nostra generazione di sinistra faceva della scuola pubblica una bandiera perché era difficile e crudele e perché chi era di sinistra doveva eccellere, semplicemente eccellere in tutto. A quel tempo alla scuola privata ci andavano i somari, salvo rare eccezioni. Fu tutto spazzato via proprio da uno dei più mollaccioni e ipocriti accomodamenti della sinistra negli anni Settanta e amen. Così vivevo fra gente di sinistra che non ne poteva più delle ipocrisie opportuniste tra cui considerare la scuola prima di tutto un posto di lavoro e soltanto al secondo posto il servizio pubblico dell’istruzione. Passavano gli anni e non vedevamo l’ora che qualcuno mandasse al macero quelle tonnellate di ipocrisia uniformata. Gli intellettuali si sentivano scomodi e per farla breve quando emerse questo matto di Berlusconi s’alzò un grido: forse è la volta buona, proviamoci. In testa il guru del marxismo italiano Lucio Colletti.

Ma la destra, nel frattempo, anziché essere conservatrice (non c’era poi molto da conservare del buon tempo antico) si era data al riformismo e dunque scavalcava la distinzione originaria fra conservatori e progressisti. Avevamo solo parassiti e gente mentalmente onesta. Lo so: troppo semplificato, direte. Ma è vero. Anche perché non ne posso più di sentirmi rompere i coglioni sul mio tradimento di uomo di sinistra passato a destra. A destra di che? Di Paperino? Dovrebbero ringraziarci – lo fanno dopo le riprese a microfoni spenti – perché tocca a noi, a noi “di destra” che veniamo dalla sinistra – fare tutto il lavoro di sinistra che la destra non sa fare e viceversa. E questo solo perché la sinistra ha accettato di rincoglionirsi nei luoghi comuni, e come un cucciolo sperduto senza collare né cervello, aspetta che le arrivi la pappa dai democratici americani dopo aver già preso la tranvata kennediana del pionieristico Walter Veltroni.

Certo che ci manca, una sinistra. A me – che non sono mai stato comunista – manca anche Rinascita, il settimanale del Pci dove trovavi sputati i dati della realtà, specialmente quando era quella dura da inghiottire. Dov’è finito quello stile? Guardate la foto di gruppo: molta gente stanca di aspettare in balia di una classe, se così si può chiamare, balbuziente, reticente, incapace di distinguere fra luogo comune e dichiarazione politica. Persino i suoi comici deferenti all’autoreferenza non se la sentono di prendere per il culo una sinistra che non c’è più ma che noi vorremmo anche per chiederle perché, in nome di Dio, ci ha scaricato nella discarica dei pentastellati dove ha scambiato per idee i profilattici usati incerta su come usarli: gonfiarli a palloncino o stenderli insieme ai calzini? Segue dibattito.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.