Chiamateli come vi pare. Ex Cinque stelle, tre stelle, due, una. Zero. Ma anche Pluto o Paperino, la carica degli ex 333, il numero iniziale con cui erano sbarcati in Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, finendo invece schiacciati senza pietà. Sì, dategli il nome che preferite, ma non Cinque stelle, perché i Cinque stelle non esistono più. L’epitaffio lo ha scritto Luigi Di Maio, definendoli una forza liberal e moderata, loro che erano nati con la stimmate delle rivolte, della rabbia, del buttiamo giù tutto, perché tutto fa schifo a parte noi. Quando domenica, chiamati dal garante, il comico che non fa più ridere Beppe Grillo, si sono riuniti all’Hotel Forum per insignire del ruolo di capo l’ex premier Giuseppe Conte, non stavano scrivendo l’avvio di una nuova fase, stavano – forse anche un po’ consapevoli – celebrando il funerale di quello che è stato il Movimento con i suoi pregi (pochissimi) e i suoi difetti (moltissimi, troppi).

I Cinque stelle sono finiti per molti motivi. Il primo è di carattere strutturale. Nessuna delle loro battaglie, dei loro slogan, delle loro proposte – a parte il reddito di cittadinanza che comunque esisteva già durante il governo Gentiloni – è rimasta in piedi. Sono cadute come birilli, colpite a morte sulla strada del potere, dei seggi, dei posti nei ministeri, dei portaborse, dei rimborsi dichiarati e tenuti sul conto, come i peggiori furbetti. Loro che avevano urlato contro la cosiddetta casta, oggi la rappresentano senza neanche conservarne preparazione, dedizione, cultura. Ma il vero Ko arriva dal tema della democrazia. Su questo erano stati lungimiranti. Avevano capito che le istituzioni europee creavano un nuovo conflitto, quello tra alto e basso, tra chi stava nelle stanze dei bottoni e chi si sentiva (a torto o a ragione) tagliato fuori dai luoghi delle decisioni.

L’intuizione era giusta, la risposta sbagliata, perché si è concretizzata in quella pantomima della piattaforma Rousseau e oggi mette in scena uno dei partiti più feudali della storia della Repubblica. Anche la decisione di coinvolgere Conte per rilanciare il movimento non è nata in una assemblea, con un voto, con una discussione in segreteria. Lo ha deciso il capo supremo, quello che parlava di democrazia diretta, talmente diretta che ora fa capo solo a lui. È questo il tradimento più grande, perché su questo ci avevano preso, avevano colto una crisi reale che riguarda le democrazie occidentali. Ma invece di trovare una cura, hanno tentato di dare un colpo finale alle istituzioni prese d’assalto al grido dell’antipolitica.

L’unico fattore che sopravvive e che resterà il collante del nuovo partito di Conte – perché di un nuovo partito si tratta – è quello del giustizialismo, della subalternità ai giudici e agli editti di Re Travaglio. Per il resto, la neo formazione, nata dalla polvere dei Cinque stelle, sembra oscillare tra confusione più totale (per Di Maio sarà liberal e moderata, per Conte populista e legalitaria) e sfida al Pd. I dem sono ancora convinti di poter inglobare i Cinque stelle, quando invece sarà Conte che mutando pelle diventerà il loro nemico numero uno. Altro che alleanza: anche se si farà sarà lotta dura per la conquista del consenso nella stessa fascia di elettorato e la richiesta dei 5s di entrare nel gruppo socialista in Europa ne è l’ulteriore conferma.

Ma c’è un altro motivo per cui sosteniamo che i Cinque stelle non esistono più. È saltata la base sociale che li ha resi così forti. Quando nel 2013 il movimento inizia a diffondersi a vista d’occhio, le piazze si riempiono di gruppi di diversa natura. Quelli delusi dalla politica, quelli aizzati dal populismo crescente, gli scontenti, gli odiatori, gli impoveriti dalla crisi economica. Un mondo variegato che metteva insieme destra e sinistra, piccoli imprenditori e famiglie alla ricerca di uno stile diverso di vita, più green, più “naturale”. Il collante che li teneva insieme era per un verso la questione nobile della domanda di democrazia, per l’altro il sentimento dell’odio. Del rancore. Quel rancore che è stato il vero humus del populismo. Quel mondo sta però mutando e una bella scossa gliela ha data proprio la pandemia, quando ha messo in evidenza il valore della politica, delle competenze, della ricerca scientifica. Il valore delle istituzioni.

Il Censis prima del 2013, prima che diventasse senso comune, aveva iniziato a raccontare l’insorgere della società del rancore. Aveva colto prima di tutti il cambiamento, aveva descritto quel cataclisma populista che ci stava per travolgere. Oggi inizia a parlare invece di una società che sta superando l’odio, che ritrova la solidarietà, che guarda in maniera diversa all’altro. Sono segnali di un mutamento che certo non avviene da un giorno all’altro, ma è una tendenza che ci consegna una società diversa che non è più quella del boom dei Cinque stelle. Ecco perché anche se Alessandro Di Battista dovesse dar vita a una sua formazione, anche se oggi viene presentata a Montecitorio la componente dei dissidenti “L’Alternativa c’è”, tutti loro dovranno vedersela non tanto con la concorrenza degli ex amici, ma con un consenso sociale che non sarà più come quello di prima.

Le sacche di rabbia resistono e il populismo, come ha spiegato bene Fausto Bertinotti su queste pagine, prende nuance “tecno” lasciando intatta la questione della crisi della rappresentanza e della politica. Comunque la si pensi però si chiude una fase e se ne apre un’altra. E i Cinque stelle, quei Cinque stelle, quelli che riempivano piazza San Giovanni al posto degli eredi di Berlinguer, lasciando tutti attoniti, beh quelli, proprio loro, proprio i grillini non esistono più.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica