La lezione di trasparenza, a questo punto definitiva, arriva direttamente dal Colle più alto. Matteo Salvini, che ne è il primo destinatario, è impegnato più o meno negli stessi minuti in una diretta Facebook in cui spiega che lui «ha solo cercato di portare mattoncini per la pace», ma visto che è stato frainteso ed attaccato in modo strumentale, continuerà a portare mattoncini «stando a Milano con i figli e costruendo la rete della pace al telefono». La missione a Mosca è insomma definitivamente accantonata. Per la Lega resta urgente e neppure troppo sullo sfondo il problema di come gestire un segretario soggetto ad errori e gaffe.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella approfitta delle celebrazioni del 2 giugno e della festa della Repubblica per cercare di chiudere il caso Salvini. E offrire qualche esempio di cosa voglia dire “trasparenza” nelle relazioni diplomatiche. Era stato il premier Draghi martedì a Bruxelles a parlare di “obbligo di trasparenza” nei rapporti diplomatici soprattutto da parte di chi siede in maggioranza. L’occasione è la cerimonia del saluto agli ambasciatori e alla “comunità” del personale diplomatico accreditato a Roma.

Due sedie vuote
Ieri pomeriggio nei giardini del Quirinale dove si è esibito il maestro Chung e l’orchestra del teatro La Fenice c’erano due sedie vuote. Sono quelle dell’ambasciatore russo Razov e dell’omologo bielorusso Kiryl Piatrouski. Nessuno dei due è stato invitato. Prima lezione di trasparenza: solo il Presidente del Consiglio e nel caso il ministro degli Esteri in un contesto bellico possono avere contatti con la parte che ha violato i fondamentali del diritto internazionale. La seconda lezione di trasparenza riguarda la politica estera.

E potrebbe mettere a tacere tanti presunti pacifisti in cerca di visibilità (e di un posto in qualche lista elettorale). «Con la Costituzione – scandisce bene le parole il Capo dello Stato – l’Italia ha imboccato con determinazione la strada del multilateralismo, scegliendo di non avere paesi nemici, consapevole dell’interdipendenza dei destini dei popoli, nel rispetto comune per garantire universalmente la pace. Ci ha spinto e ci spinge il solenne impegno alla rinuncia della guerra come strumento di risoluzione delle controversie».

Lezioni di trasparenza
La trasparenza riguarda anche e soprattutto il resoconto dei fatti. «L’aggressione all’Ucraina da parte della Federazione russa – scandisce bene le parole il Capo dello Stato – pone in discussione i fondamenti stessi della nostra società internazionale, a partire dalla coesistenza specifica». E l’obiettivo finale così come i mezzi per raggiungerlo: «La Repubblica italiana è convintamente impegnata nella ricerca di via d’uscita dal conflitto che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina». Con lucidità e con coraggio «occorre porre fine alla insensatezza della guerra e promuovere le ragioni della pace» per «ripristinare una rinnovata legalità internazionale».

Altrimenti il rischio è che «si avverino scenari che vedono l’umanità protagonista della propria rovina». In due pagine scarse c’è il paradigma dell’azione di governo di fronte ad un’eventualità che certo non era stata prevista fino a poche ore prima che il 24 febbraio scorso i carri russi entrassero nei confini ucraini. Si trova ovviamente anche tutto il disagio sociale perché «il conflitto non ha effetti soltanto nel teatro bellico e le conseguenze della guerra riguardano tutti, a cerchi concentrici le sofferenze si vanno allargando colpendo altri popoli e nazioni».

Memorandum per il 21 giugno
Bisognerà tenerle presente queste due pagine quando il 21 giugno i partiti di maggioranza voteranno l’informativa di Draghi al Parlamento prima del nuovo Consiglio Europeo. Sarà interessante vedere da qui ad allora come Lega e 5 Stelle ne terranno di conto o proveranno ad aggirarle. Le premesse non sono un granché. Mentre Mattarella parla alla comunità degli ambasciatori che lo hanno a lungo applaudito, Matteo Salvini si sfoga con i cronisti nei pressi del Senato e poi via social con i suoi elettori. Peccato perché in quelle due pagine avrebbe trovato le risposte necessarie a capire perché è stato un errore da matita blu e non un atto di altruismo intavolare trattative segrete con l’ambasciata russa con la mediazione di presunti esperti diplomatici. La missione in Russia è definitivamente archiviata. Ma il leader della Lega continua a rivendicarne la bontà.

«Ho incontrato l’ambasciatore russo ma anche quello turco, ucraino, americano e francese. Io lavoro per la pace, ho incontrato decine di ambasciatori e di rappresentanti istituzionali, dovrebbero farlo tutti i leader politici». Come se la diplomazia fosse una chiacchiera in un salotto o, copyright Matteo Renzi, «un viaggio in Interrail». Ai «criticoni da tastiera» Salvini chiede se «vogliamo andare avanti per altri mesi con la guerra». La maggioranza degli italiani «è con me perché la guerra causa morte in Ucraina e povertà in Italia». Le sanzioni hanno portato via all’Italia nei primi quattro mesi 8,7 miliardi, nel mese di aprile le esportazioni dell’Italia sono calate del 48%. «È bastato l’annuncio del sesto pacchetto di sanzioni per far schizzare i prezzi dei carburanti».

Nello sfogo di Salvini trovano posto solo una lunga lista di argomentazioni infarcite di populismo che mettono in sequenza di causa ed effetto gli argomenti sbagliati. La nuova povertà, per dirne una, non è figlia delle sanzioni ma di una guerra unilateralmente dichiarata da un paese contro un altro. Ci si chiede se il segretario della Lega sia in grado di distinguere la buona e necessaria diplomazia da un pasticcio di promesse e concessioni decise fuori dal contesto di relazioni – Ue e Nato – dove l’Italia ha deciso di muoversi. «Io – insiste i leader leghista – sono tra quelli che lavorano per ricostruire un ponte e lavorare ad un varco tra missili e bombe. Non chiedo medaglie ma perlomeno rispetto. Se devo chiedere il cessate il fuoco lo chiedo a chi ha iniziato il conflitto. Sono ascoltato da quelle parti? Per fortuna. Salvini otterrà dei risultati? Li porto sul tavolo di Draghi. È un paese strano l’Italia…dove l’unico piano per la pace, quello del ministro Di Maio, è durato tre minuti».

È obiettivo di tutti riportare le parti in guerra al tavolo del dialogo. Ci provano da mesi tutti i leader europei e non, Draghi, Macron, Scholtz, persino Erdogan. L’unica cosa che va evitata è consentire alla propaganda russa, mossa abilmente da Putin, di insinuarsi nelle naturali differenze di un fronte come quello europeo e atlantico che deve restare compatto. Prestarsi, come rischiava di fare Salvini, a diventare il cavallo di Troia della propaganda russa nel cuore dell’Europa è l’errore più grave. Basta ascoltare Mattarella per capirlo. Osservare le scelte del cerimoniale del Quirinale. E aver la pazienza di mettere in fila i tanti piccoli passi mossi da palazzo Chigi.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.