In un articolo di Francesco Piccolo pubblicato ieri da La Repubblica, l’autore evidenzia due o tre concetti che aiutano a mettere a fuoco il dibattito sui femminicidi e le responsabilità degli uomini. Piccolo fa due ragionamenti. Il primo è una critica rivolta agli uomini: visto che molto spesso, quelli di sinistra, beneducati, tendono a non volersi far incastrare. Dicono: io non c’entro, non sono coinvolto. Io non sono un maschio cosiddetto “alfa”, sono loro i colpevoli, sono loro che vanno messi sotto accusa. Noi maschi non alfa non andiamo processati, non andiamo messi in discussione. Spiega Piccolo: è una scusa, un tirarsi indietro. Tutti gli uomini devono sentirsi coinvolti, tirati dentro, senza aver paura. Ma, spiega ancora l’articolo, un po’ di paura è motivata, perché spesso in questi anni, mescolando pere e mele, gli uomini sono stati vittime di processi sommari, di gogne mediatiche, di veri e propri linciaggi. Tutti, però, ma proprio tutti meritano un giusto processo e meritano di non essere condannati alla pena capitale, come ricorda l’associazione Nessuno tocchi Caino.

Vero. Il Me too per esempio è stato questo. Partita da una giusta rivendicazione di libertà e di attacco alle molestie, è diventato un palcoscenico su cui tagliare teste, farle rotolare a uso e consumo dei riflettori. Di quella storia, che ogni tanto ricompare, resta non la fine delle molestie sulle donne, non la fine della violenza sulle donne, ma la scia di ingiustizie che diversi uomini, prima accusati, poi linciati, hanno subito. Ma che cambiamento è questo?
Forse allora, oltre a rivendicare un giusto processo, in un giusto tribunale, andrebbe anche lasciata per sempre questa pratica e questa metafora. Se parliamo degli uomini in generale, non facciamo riferimento più alla “giustizia” ai “processi”, facciamo riferimento alla cultura, alle identità, al cambiamento. In questa direzione vanno le manifestazioni che si sono svolte in molte città e in cui gli uomini hanno detto “io c’entro”. Non si tratta di mettersi da soli sulla graticola, ma di riflettere sul modello di società che uomini e donne hanno costruito, di quel potere maschile che oggi finalmente viene duramente criticato.

Eppure, come ha denunciato su queste pagine l’importante intellettuale femminista, Lea Melandri (Il Riformista, 25 marzo), ci sono molte resistenze all’autocoscienza maschile, da parte sia di una parte consistente di uomini, ma anche da parte di molte donne. Il loro ragionamento è lo stesso del Me too: gli uomini sono colpevoli a prescindere, lo sono per natura, inutile perdere tempo con cambiamenti, costruzioni di consapevolezze nuove, messa in discussione del rapporto tra amore e violenza, critica ai ruoli del maschile e del femminile. È come se queste donne dicessero: è tutta colpa loro, noi donne siamo solo vittime. Condannando anche se stesse di fatto all’immobilismo, al non cambiamento, incastrate in un ruolo sempre uguale da secoli, millenni. Esiste una sterminata letteratura sul “vittimismo” degli oppressi che però spesso viene dimenticata. Ricordare il ruolo che le donne hanno esercitato nel costruire questo modello di società, non significa sminuire eventuali abusi o violenze. Significa sottrarre le donne al ruolo di minus habentes e riconoscergli piena soggettività.

È un percorso lungo, che spesso viene ostacolato dai percorsi facili e dalle scorciatoie che oggi hanno un validissimo alleato nel giustizialismo: cioè la pretesa di risolvere qualsiasi problema con le condanne sommarie e la “mostrificazione” dell’altro, dell’eventuale reo. No, questo non serve a cambiare. Serve, nella migliore delle ipotesi, a lasciare tutto inalterato; nella peggiore delle ipotesi a far precipitare la situazione in uno stato di inciviltà. Ha quindi ragione Piccolo a rivendicare un giusto processo, ma ancora di più sarebbe importante abbandonare questo linguaggio e parlare della società nei suoi vari aspetti, a partire dal ruolo della cultura. Piccolo è uno scrittore, premiato e stra letto. Inizi lui a raccontare un maschio diverso, non auto consolatorio, come invece purtroppo spesso fa.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica