C’è un cuore che batte nel cuore della Lazio e non è quello degli Ultras che la scorsa notte hanno esposto lo striscione: “Hysaj verme, la Lazio è fascista”. È il cuore dei tifosi biancocelesti come Emanuele Trevi, scrittore, fresco vincitore del Premio Strega con Due Vite (edito da Neri Pozza). Il caso è quello del calciatore, terzino albanese, che a cena con i compagni di squadra ha cantato Bella Ciao, in piedi su una sedia, in una sorta di rito di iniziazione cui i nuovi arrivati vengono sottoposti ormai in tutti gli spogliatoi. Il video, postato dagli stessi atleti, ha fatto il giro dei social e provocato una polemica scoppiettante quanto sconcertante. La curva biancoceleste è vicina all’estrema destra.

“La vera notizia, per me, è che a tanta gente, tifosi, è piaciuto un sacco Hysaj che canta Bella Ciao. Questo fa capire che la rappresentazione del tifo non è quella che fanno le curve. E questo succede per tutte le squadre, non solo per la Lazio”, osserva Trevi a Il Riformista. Elseid Hysaj è stato riempito di insulti e ha avuto un confronto con gli ultras in ritiro. La società ha condannato “fermamente il vergognoso striscione contro il calciatore Elseid Hysaj. Non è il primo episodio di questo tipo – si legge in una nota – Prendiamo nettamente le distanze da chi vuole strumentalizzare per fini politici questa vicenda che danneggia la squadra, tutti i tifosi laziali e la società”. Sui social network l’hashtag #IostoconHysaj ha superato in poche ore le 16mila condivisioni.

La Lazio oggi gioca a Auronzo di Cadore, dov’è in ritiro, contro la locale Fiori Barp Sospirolo. Già ieri il calciatore ex Napoli è stato visto sorridente in campo ed è stato applaudito, secondo La Gazzetta dello Sport, da molti tifosi. Il club con l’arrivo di Maurizio Sarri in panchina, allenatore che non ha mai nascosto le sue simpatie di sinistra, e con questo altro episodio, sembra essere di fronte a un cortocircuito, forse un restyling.

L’immagine della Lazio sta cambiando?

Non succederà niente. Tranne piccole isole come Livorno o Cosenza, penso anche al St. Pauli in Germania, le curve rosse sono pochissime. Praticamente scomparse. Ho 57 anni e ho vissuto la colonizzazione del tifo da parte della destra eversiva. Non vado più allo stadio perché quel mondo mi fa schifo. E non è la Lazio, che ha questa fama, il punto: e la Roma? O il Milan? E l’abbraccio tra Salvini (segretario della Lega, ndr) e il capo ultras della Curva Sud del Milan?

Certo, ma il saluto romano di Paolo Di Canio al derby del 2005 con la Roma, l’immagine di Anna Frank con la maglia romanista, la stessa “romanità” della Lazio e altra retorica hanno sempre accostato la tifoseria a certe posizioni più di quanto succeda con altre squadre.

Sicuramente, ma questa polemica fa capire che il tifo non è uniforme, non è quello che viene mostrato negli stadi, spesso e volentieri da nazisti e spacciatori. La rappresentazione del tifo non è quella che fanno le curve. Io tra l’altro ho difeso Di Canio in quell’occasione, perché capisco le persone, il popolo: la presenza della destra negli stadi come nelle palestre e nei quartieri è stata un elemento vincente, e anche rispettabile, di una strategia.

Quindi non parliamo solo di stadi?

La destra eversiva ha messo in campo una strategia per colonizzare alcuni luoghi. Semmai è una colpa della sinistra, che ha perso presa sul territorio, che si è allontanata dal mondo reale e popolare e dal popolo stesso. È un fenomeno generale, mondiale. Quando ero ragazzino nella Curva Sud della Roma c’era uno striscione degli Autonomi di San Lorenzo. Spariti, cacciati in malo modo. Una volta la sede del Pci in un quartiere aveva lo stesso peso della parrocchia.

Perché non va più allo stadio?

Non riesco a esultare con la gente che inneggia ai campi di concentramento, ai giornalisti plutocrati o ai vaccini che fanno male; è un mondo che mi ripugna. Per quanto mi riguarda: lo stadio tenetevelo, noi la partita ce la vediamo a casa, non ce ne frega niente dei saluti fascisti e possiamo pure rispettare Paolo Di Canio, ma comunque noi la partita la vediamo a casa, arrivederci.

L’ha stupita Hysaj che canta “Bella Ciao”?

Quello che mi ha stupito di più è stato il grande consenso attorno a Hysaj. La notizia è quella per me. Tutta la vicenda dimostra che non bisogna mai identificare una tifoseria con un orientamento politico. Hysaj ha solo evocato valori che appartengono a persone di buona volontà. Bella Ciao parla di un invasore che viene cacciato, non è L’Internazionale. Era un canto delle mondine che i partigiani hanno trasformato in un canto di guerra. Da figlio di partigiano, per me è tutto particolarmente commovente. Ancora più commovente se a cantarlo è un campione e non una pippa.

Ci sono tante aspettative attorno a questa squadra, alla Lazio di Sarri. È ottimista?

Non guardo alle sue vittorie, allo Scudetto con la Juventus o all’Europa League con il Chelsea, non mi interessano i titoli. Guardo al Napoli, desidero che la Lazio giochi come quella squadra: spettacolare. Sarri, che è un allenatore dall’altissimo tasso di idee proprie, e non da campagne acquisti faraoniche, ha già qualcuno in casa che potrebbe adattarsi bene al suo gioco. Penso a Manuel Lazzari. Fondamentale sarà non vendere Milinkovic Savic: credo proprio possa essere il suo anno, l’anno del “Sergente”. Poi magari il calciomercato ci riserverà sorprese.

Sarri in un’intervista a Gianni Mura disse che Felipe Anderson, che dopo una parentesi al West Ham è tornato in biancoceleste, poteva diventare un “grandissimo”.

Che felicità: per me Felipe Anderson è stato uno dei grandi negli ultimi vent’anni alla Lazio. Pensi che per nostalgia andavo su Youtube a vedermi i goal, pochi tra l’altro, che faceva al West Ham.

Ricapitolando: la Lazio di Sarri, la Roma di Mourinho, Allegri che torna alla Juventus, l’Inter campione d’Italia di Simone Inzaghi, Spalletti al Napoli e l’Italia Campione d’Europa. La Serie A è stato il campionato che ha totalizzato più goal tra i suoi giocatori nella competizione europea: è tornata a essere il torneo più bello del mondo?

Sicuramente sarà un bel “Trono di Spade”. E sarà anche una risposta all’orrore di quei paperoni che dopo essere stati eliminati dal Porto agli ottavi di finale di Champions League sostenevano che il Porto non fosse abbastanza titolato per giocare con loro in Superlega. Lo sport non deve essere leso da queste cose, perché queste sono cose che feriscono.

Proprio all’Europeo è stato esaltato il “gruppo” degli Azzurri. La Lazio del primo scudetto, quello del 1974, invece era una squadra di nemici dal lunedì al sabato, e un gruppo unito solo la domenica. Secondo lei, che ha scritto un romanzo sull’amicizia che ha vinto lo Strega, è tutta retorica quella dell’amicizia nello sport?

Sicuramente è meglio se sei amico, ma ci sono state squadre, nella storia del calcio, di gente che s’è odiata e che erano comunque fortissime. Allenatori – lo ha raccontato nel suo libro La Partita (Mondadori) Pietro Trellini – come Bearzot che per i Mondiali dell’’82 in Spagna lasciò Roberto Pruzzo a casa per non mettere pressione su Paolo Rossi. Sappiamo com’è andata. Lì c’è il genio. Poi, se c’è anche l’amicizia, tanto meglio.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.