«Dia a retta a me che nella mia ormai vetusta vita ne ho viste tante. In politica poi… Quello messo in atto è un grande imbroglio, “grande” commisurato alla statura misera degli ideatori, un imbroglio che con ragioni e motivazioni di carattere ideologico non c’entra nulla, ma proprio nulla. Ma c’entra tanto, tutto, con un opportunismo politico di piccolo cabotaggio. Del resto, ma come diavolo si può fare a prendere sul serio l’avvicinamento al socialismo di un Movimento che ha fatto del rigetto sprezzante dell’ideologia un proprio elemento fondante, del quale andar fieri?». A dichiararlo al Riformista è Rino Formica uno degli ultimi “Grandi vecchi” della politica italiana. Grande per statura politica e non per anzianità acquisita. È stato ministro delle Finanze, dei Trasporti, del Commercio con l’estero, del Lavoro e della Previdenza sociale, e del Psi è stato da sempre e fino alla fine uno dei dirigenti più autorevoli. Lui di socialismo se ne intende.

Senatore Formica, ci aiuti a capire. Cosa c’è dietro questa ipotesi vagheggiata da Di Maio e ben vista da Letta, di un’adesione dei 5Stelle al partito del socialismo europeo e al gruppo di riferimento all’Europarlamento?
È un’operazione di tecnicalità regolamentare del Parlamento europeo che però viene utilizzata, sul piano interno, per vedere se, de facto, c’è una legittimazione, che avviene in sede europea, di una convergenza in sede italiana che avviene senza dibattito politico. Ed è una convergenza, che allo stato attuale, serve momentaneamente per creare un blocco comune per l’elezione del Presidente della Repubblica. Certo, in prospettiva ci sono le elezioni politiche, ma il primo fatto, e non solo per ragioni temporali, è di creare una convergenza con un gruppo, quello dei 5Stelle, che potrebbe essere una variabile impazzita per la elezione del nuovo Capo dello Stato. Stiamo parlando di un gruppo parlamentare che, in quanto portato delle elezioni politiche del 2018, è ancora il primo in termini di rappresentanza. Che poi sia una dimensione assolutamente falsata, iper sovradimensionata come dimostrano le varie tornate elettorali successive, poco conta in vista delle votazioni per il Presidente della Repubblica. Con tutto questo, il socialismo europeo c’entra come i cavoli a merenda. Quella in atto è un’incursione tra le file di un Movimento allo sbando per creare una maggioranza numerica, non politica, che possa portare una personalità di spessore al Quirinale. Ma di quali motivazioni ideali stiamo cianciando! Qui siamo alle prese con un Movimento, i 5Stelle, che pur di mantenere la cadrega, si è fatto piacere Salvini e poi Zingaretti e poi Letta, per non parlare di Draghi. E ora pure Scholz, anche se probabilmente nel mondo pentastellato non sanno neanche chi sia. Tutto, pur di restare dentro quel dorato, e ben remunerato, Parlamento che, quando dovevano cavalcare l’antipolitica, avevano giurato di aprire come una scatola di tonno. L’operazione “socialismo europeo” è un’operazione finta. Sa quale sarebbe, allo stato attuale, la cosa da chiedere all’uno e all’altro?

Faccia lei la domanda, senatore Formica…
Qual è la convergenza socialista che si nota da parte dei 5Stelle su quella che è la storia e la tradizione del socialismo europeo?

Questa è la domanda, e la sua di risposta qual è?
Non ne esiste traccia, indizio, neanche a pagarlo oro. Vede, quando il Pci voleva aderire al Partito socialista europeo, vi fu una discussione all’interno del Partito socialista come all’interno del Partito comunista. Discussioni serie, anche aspre, ma di uno spessore che questi qua oggi neanche se lo sognano. Era crollato il muro di Berlino, l’impero sovietico si disfaceva, l’89 aveva segnato il fallimento del comunismo reale, e si manifestò una reale convergenza delle forze del Partito verso la storia e la tradizione del Partito socialista europeo. Di questo non c’è traccia oggi. Non c’è uno straccio di discussione nei gruppi dirigenti, non c’è pathos, un minimo di passione culturale. Ma la cosa più sorprendente sa qual è?

Qual è?
Che tutto ciò non viene richiesto. Quanto poi agli intellettuali che sono sempre stati abituati a ragionare sulla base degli input che venivano dai partiti che loro fiancheggiavano, non si pongono il problema di dire: scusate, andiamo sul profondo, ma voi a che pensate facendo questa operazione?

A proposito di Scholz e della Spd tedesca. Il Pd dovrebbe trarre qualche lezione da un partito che veniva dato politicamente per defunto e oggi invece esprimerà il primo cancelliere del dopo-Merkel?
Se il Pd fosse dello stesso “ceppo” politico e ideale, certo che sì. Ma così non è. I socialisti tedeschi hanno dato prova di saper aggiornare i loro programmi, la propria agenda politica, alle sfide del presente. Senza che questo abbia voluto dire negare se stessi, la propria storia, le proprie radici. Il revisionismo è una cosa, il “negazionismo” storico-politico è altro. E quando il negare le proprie radici è in funzione di una mera operazione tattica di potere, una scorciatoia per governare, il cerchio si chiude. E si chiude male.

Lei ha fatto in precedenza riferimento sull’ingresso dell’allora Pci, e successivamente dei suoi derivati, nel Partito del socialismo europeo. Alla fine, quello che ha sugellato questa operazione con la cultura socialista non aveva molto da spartire. Il riferimento è a Matteo Renzi. Come se lo spiega?
Ma no… Matteo Renzi ha portato il Pd ad aderire al Partito socialista europeo, ponendo così fine ad un’anomalia insostenibile…

A cosa si riferisce?
Originariamente, l’adesione al Partito socialista europeo fu del Pds. Quando il Pds poi si trasformò e si fuse con la Margherita, il partito nuovo, il Pd per l’appunto, non aveva aderito in quanto tale. Una sua componente interna, il Pds, aveva mantenuto il collegamento, tant’è che D’Alema continuò a ricoprire incarichi politici di primo pano in quell’ambito. Renzi si trovò, da segretario, a farsi carico di questa anomalia per cui un pezzo del partito aderiva al socialismo europeo e quelli di provenienza Margherita avevano invece aderito al gruppo dei Liberali europei. Renzi non portò l’adesione, ma risolse l’anomalia.

Ma questa anomalia, dal punto di vista della cultura politica, non è rimasta poi tale? Messa giù un po’ brutalmente: ma questo Pd, per come oggi è, per la cultura politica che lo permea, cosa c’entra con il socialismo europeo e le sue organizzazioni storiche?
In sostanza, la storia dei collegamenti sovranazionali dei socialismi dei singoli partiti nazionali, avveniva attraverso l’Internazionale socialista. Non attraverso un partito. Il Partito socialista europeo oggi è un fantasma. Quanto alle Internazionali: quella comunista non esiste più da tempo e quella socialista si riduce a collegamenti episodici tra partiti socialisti dei vari paesi. Un Partito transnazionale deve essere un partito dove ci si può iscrivere in qualsiasi parte del mondo. Il Partito “trasversale”, sovranazionale è il Partito radicale, a cui ci si può iscrivere, per dire, dalla Thailandia, dalla Cambogia… Ma questa è tutt’altra storia, forse minoritaria, di certo nobile. Qui, invece, c’è un opportunismo in sede europea che vuole trovare una sua dignità e giustificazione. Contemporaneamente, però, c’è uno sfruttamento in sede nazionale per utilizzare, in funzione della prossima scadenza dell’elezione del Presidente della Repubblica, una parvenza di legame, di blocco fra i 5Stelle e il Pd. E poi, per le prossime elezioni, trovare una giustificazione del tipo: ma questa convergenza è già avvenuta in sede europea. Non vi fate ingannare. Gli intellettuali devono scavare sulle ragioni ideologiche, se ci sono. Ma ragioni di questo tipo non ce ne sono.

In precedenza, lei ha fatto riferimento alla crisi dell’internazionalismo, come idea e non solo in riferimento alle sue organizzazioni storiche. È nostalgia del passato?
No, è una sfida per il futuro. E lo lasci dire a chi alla mia veneranda età continua a essere appassionato di futuro. Non chiamiamola Internazionale socialista, ma Internazionale democratica sì, di questo c’è un gran bisogno. Perché la globalizzazione non sia solo dei mercati, di una finanza sempre più aggressiva, ma dei diritti, civili e sociali. Ecco, un dibattito di questo genere mi appassionerebbe, e non credo che sarei il solo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.