I numeri non mentono mai, nemmeno quando parlano di politica. E stavolta, a meno di venti giorni dalle elezioni regionali, rivelano una verità sulla quale occorre riflettere. E cioè che al Sud c’è un caso Lega. Secondo un sondaggio condotto da Ipsos per il Corriere della Sera, il partito di Matteo Salvini si attesta addirittura al 17,5% in Puglia, dove il candidato del centrodestra Raffaele Fitto sembra in vantaggio sull’avversario di centrosinistra Michele Emiliano. Una ricerca condotta dallo stesso istituto, pochi giorni fa, ha attribuito alla Lega un 3% dei consensi in Campania: una previsione tanto nefasta da spingere il segretario regionale Nicola Molteni a minacciare querela nei confronti di Ipsos.

Posto che quelle effettuate dall’istituto di Nando Pagnoncelli sono semplici previsioni e che non è detto che trovino riscontro nel risultato elettorale, ciò che colpisce sono le due facce della Lega: locomotiva della coalizione in Puglia, dove si attesterebbe addirittura come secondo partito dietro al Pd, e quasi fanalino di coda in Campania, dove sarebbe nettamente superata da Fratelli d’Italia. Come si spiega tutto ciò? Di sicuro, in Puglia, i salviniani beneficiano della posizione di forza di Fitto. Il candidato di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia è accreditato del 41% e sarebbe in vantaggio sullo sfidante Emiliano, indietro di circa un punto e mezzo. Questi numeri restituiscono l’immagine di una coalizione vincente o almeno in ottima salute. Discorso diverso per la Campania, dove la compagine guidata da Stefano Caldoro accuserebbe un ritardo di venti punti percentuali rispetto al centrosinistra del governatore uscente Vincenzo De Luca. Questione di trend? Sì, almeno in parte. Il punto della questione, però, è il radicamento della Lega in Puglia e in Campania.

A Bari e dintorni, infatti, i salviniani possono vantare la guida di Luigi D’Eramo, deputato aquilano ed eletto nella circoscrizione Abruzzo, ma non completamente estraneo al contesto pugliese. Anzi, si può dire che D’Eramo conosca la Puglia meglio di quanto Molteni, originario di Cantù e quindi del profondo Nord, conosca la “sua” Campania. Al netto di queste considerazioni, però, c’è da dire che la Puglia si è dimostrata senz’altro meno ostile nei confronti della Lega nel momento in cui quest’ultima ha deciso di trasformarsi da partito secessionista in partito nazionale e, in questa prospettiva, ha avviato una strategia di progressivo inserimento nel tessuto politico e amministrativo meridionale. Il che può essere spiegato in vario modo.

I pugliesi vantano una tradizione che contempla il dialogo con la Lega. D’altra parte Pinuccio Tatarella, pugliese di Cerignola, si guadagnò il soprannome di “ministro dell’armonia” proprio per la sua capacità di alimentare il confronto tra le forze politiche moderate, post-fasciste e leghiste che sostenevano il primo governo Berlusconi. In più, i pugliesi non sono mai stati bersaglio di cori e altre espressioni becere da parte dei leghisti della prima ora, come è invece accaduto ai campani. In altre parole, alla Lega è riuscita, in Puglia, un’operazione che invece, in Campania, non sembra aver prodotto i frutti sperati. E cioè quella di scrollarsi di dosso l’immagine di un partito antimeridionalista, portato ad additare Napoli e dintorni come simbolo di quella politica inconcludente e di quella pubblica amministrazione inefficiente che, in realtà, tormentano l’Italia intera. Un tema sul quale la classe dirigente leghista, soprattutto in Campania, dovrà interrogarsi a prescindere dall’esito delle elezioni regionali.