È una magnifica cattiveria quella che ha portato Joaquin Phoenix a dominare la notte degli Oscar. La cattiveria che cinicamente ha trasformato ogni frammento di dolore della sua vita per caricargli addosso una formidabile capacità espressiva: Joker ha reso indimenticabile un film con una trama vista tante volte, banale tutto sommato. La cattiveria ha reso l’attore un testimone potente, gli ha tolto il giudizio regalando a noi e a lui lo sguardo. Ora Phoenix può sfoderare la sua spada di giustizia, essere credibile quando rivendica diritti per l’uomo, le minoranze, c’è verità, convinzione nel suo essere vegano, il suo animalismo è convincente, coinvolgente. A tutti quelli con cui è stato cattivo ora può chiedere scusa con sincerità, senza protervia, nel momento del trionfo. Personifica la seconda chance, ne rivendica la bontà. E tutti, secondo lui, dovrebbero averla un’altra possibilità dopo qualunque cattiveria.

Questa è la grandezza vera dell’America, il suo, nonostante tutto, rimanere Frontiera, e conservare le caverne ma concedersi anche i voli che una società primordiale può produrre, restare, secondo Steinbeck, una società in transito. Ed eccoli i divi capaci di buttare nella polvere la patina, Brad Pitt motivare una critica feroce all’intero partito Repubblicano, Robert De Niro sfidare a cazzotti il presidente Trump. Da questo lato del mare i Phoenix e le Fonda conservano la forza morale per farsi mettere le manette difendendo i principi.

Da noi il massimo dell’affronto al conformismo è un casto bacio fra Fiorello e Tiziano Ferro, uno sfioro di labbra mite, senza cattiveria. Noi abbiamo smesso di essere Frontiera siamo un palco cosparso di miele, a Sanremo nessuno si sognerebbe di festeggiare un trionfo dedicandolo a un’anima nera come River Phoenix, almeno senza prima aver preso le distanze dalla sregolatezza della sua vita, senza aver detto che drogarsi fa male e aver invitato tutti al rispetto delle regole. Joaquin Phoenix ha rivendicato il diritto di suo fratello e degli uomini di sbagliare, ha chiesto alla società di munirsi di seconde chance, di abbattere i muri, senza limitarsi a inviare una carezza ai migranti o fare un accenno al metoo. Dal palco degli Oscar a quello di Sanremo c’è un abisso di chilometri e impegno, la nostra società si è velocemente rassegnata al disimpegno, si esercita soltanto il ludibrio a Berlusconi e a Salvini, come atto fine a se stesso e utile agli oltraggiati. Non c’è più Sciascia che senza paura vuol conoscere le ragioni dei brigatisti, pur relegandoli a controparte.

Non c’è Volonté che si faccia mettere in galera per i diritti degli operai della Coca Cola. Nella Frontiera al di là del mare ha trionfato Parasite che è una versione ripulita ed esportata in Corea di Brutti Sporchi e Cattivi, ma Scola non abita più in Italia. In Italia. «Ci restò male, papà, quando Tognazzi morì. Ce l’aveva soprattutto con il medico che lo aveva visitato dopo un malore e che, secondo lui, lo aveva ucciso dicendogli, pieno di invidia: “Eh, caro Tognazzi, è finita… è finita la bella vita, le belle donne, l’andare in giro per il mondo, la goduria. Adesso lei deve stare tranquillo se vuole ancora campare…”. Furono quelle parole, per papà, a far morire Ugo Tognazzi ancora giovane, all’età di sessantotto anni. L’età che ho io oggi», (Marco Risi, Forte respiro rapido. La mia vita con Dino Risi, Mondadori), una cattiveria meschina, borghese, quella del medico, figlia di un contesto che rifugge le cattiverie magnifiche, pure e salvifiche. Siamo una società che non accetta più di restarci male, che pretende parole buone e ha il terrore per la vertigine di una magnifica cattiveria, di un impegno da manette ai polsi. Siamo, per dirla con Steinbeck, una società stanziale, questo ci affonda.