Omertà di Stato. “Se c’è stato altro, ditelo!”. È finalmente il grido disperato di un pm a denunciare in un’aula di tribunale quel depistaggio di magistrati e poliziotti sull’omicidio Borsellino che qualcuno di noi aveva segnalato da subito e che si è costruito, di omertà in omertà, nell’arco dei trent’anni, mentre si attende la commemorazione del 19 luglio. Ormai il “caso Scarantino” non è più solo depistaggio e complotto delle istituzioni per dare velocemente una falsa verità sull’assassinio di Paolo Borsellino con la costruzione del fantoccio-pentito.

Ormai, lo dicono le parole del pm Stefano Luciani che svolge l’accusa nel processo a Caltanissetta contro tre poliziotti accusati di calunnia, “sono passati trent’anni, se c’è stato altro ditelo”. Certo, che c’è stato altro, anche se loro non lo diranno. Prima di tutto, visto che ai tre, che furono il braccio operativo del questore Arnaldo La Barbera negli anni caldi delle stragi mafiose siciliane, viene contestata una calunnia (nei confronti di innocenti condannati) finalizzata a favorire Cosa Nostra. E alzi la mano chi crede a una simile ipotesi. Attenzione, perché questa contestazione sembra costruita appositamente per sminuire quel che è accaduto in Italia nel corso di trent’anni, dall’uccisione di Borsellino del 19 luglio 1992 fino alle rivelazioni del secondo libro di Sallusti e Palamara sul ruolo di alti magistrati e membri del Csm in questo grande depistaggio omertoso dello Stato.

In questa storia sono dentro tutti, alti magistrati, pubblici ministeri, giudici, giurie popolari, questori e poliziotti. Si parte da torture preordinate, organizzate e messe in atto a partire dal 1993 nelle carceri di Pianosa e Asinara. Si passa attraverso undici (undici!) processi e un carosello di finti e veri collaboratori di giustizia e innocenti sbattuti in galera per quindici (quindici!) anni. E nessuno, vivi e morti, che abbia mai pagato, con un grande circo di omertà di Stato che lascia nella rete solo i tre poliziotti che, semmai, dovrebbero dover rispondere di qualche reato che somigli alla tortura, e la cui reticenza fa imbufalire il pm in aula, “se c’è altro ditelo”. Perché è chiaro che nessuno dei responsabili delle diverse istituzioni abbia agito per favorire Cosa Nostra, ma solo se stesso. Dall’ultimo poliziotto fino al primo Alto Magistrato, tutti hanno agito solo per la propria vanagloria, per la carriera, per ammantare di successi contro la mafia uno Stato sconfitto e imbelle. Dove sono tutti questi capitani coraggiosi con il petto gonfio e le loro conferenze stampa “antimafia”? Qualcuno ha pagato per il Grande Imbroglio?

L’ultimo episodio, vergognoso, da far arrossire, lo racconta Fiammetta Borsellino, indomita figlia del magistrato ucciso, in una conversazione con Repubblica. Una telefonata del procuratore generale Giovanni Salvi che l’aveva in un primo tempo emozionata. Siamo ormai al trentennale della strage di via D’Amelio e magari il procuratore generale della cassazione mi comunica che si è aperto qualche procedimento nel Csm, qualche spiraglio di verità, pensa lei piena di ingenua speranza. Macché. L’alto magistrato voleva solo invitarla a un convegno commemorativo. Ma le azioni disciplinari nei confronti dei magistrati, che fine hanno fatto? Ah, quelle? C’è un complesso problema di prescrizione, risponde il procuratore generale. E lo crediamo bene che sia un po’ tardi, trent’anni dopo. Ce lo ha illustrato anche il buon Luca Palamara, nel suo secondo libro con Sandro Sallusti. Perché nel 2017, quando l’anniversario della strage era giù al quindicesimo anno e c’era già stata la sentenza del “Borsellino quater, in cui, dopo le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, era emersa la colpevole Omertà di Stato, il Csm, di cui cui faceva parte, scelse di non fare nulla perché in quelle inchieste del grande imbroglio “aleggiava il nome di Nino Di Matteo”.

Certo che “aleggiava”, anche se lui, al contrario dei due suoi colleghi, che comunque saranno prosciolti dal gup di Messina, per quei depistaggi non fu mai neppure indagato, Era giovane, si disse. Una vera attenuante. Non interessò nulla a nessuno di quella storia, tranne che alle due figlie di Borsellino, Fiammetta e Lucia che nel 2018 avevano inviato tutta la documentazione al procuratore generale Riccardo Fuzio, che aveva balbettato “avrei voluto fare qualcosa”, ma non aveva mosso un dito.
E interessa poco ormai, solo un paio di quotidiani, il fatto che nell’aula bunker di Caltanissetta dove i vertici di Cosa Nostra furono condannati per le stragi, un tribunale stia per decidere se i tre ex componenti del gruppo “Falcone Borsellino” siano o meno responsabili di calunnia. Coloro che furono gli uomini operativi del capo della mobile La Barbera (morto nel 2002), il dirigente Mario Bò e i due ispettori in pensione Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo sono sospettati di ben altro che del fatto di aver contribuito alla costruzione del fantoccio-pentito Scarantino con la sua preparazione su quel che avrebbe dovuto dire, parola per parola, a ogni udienza processuale.

Di ben altro tipo di “preparazione” dovrebbero oggi rispondere davanti alle vittime, quelle di mafia e gli innocenti vittime dello Stato, tutti questi esponenti delle istituzioni, dai poliziotti ai magistrati. La “preparazione” che avveniva nelle carceri di Asinara e Pianosa (l’istituto dove fu portato Enzo Scarantino) si chiamava tortura fisica e psicologica per la costruzione dei “pentiti”. Non ci sono innocenti, in questa storiaccia. Prima di tutto perché ci furono parlamentari che andarono a visitare quelle carceri e raccolsero testimonianze di finte esecuzioni, botte e manganellate, docce gelate, vetri e vermi nella minestra. Testimonianze che furono oggetto di interrogazioni al Governo ma che trovarono ascolto negli organismi europei, ma non in quelli italiani. E quella delle torture che portarono al “pentitificio” e alle calunnie di cui si parla oggi, sono solo la prima fase, la premessa che porterà a quello che ormai anche una sentenza, quella del “Borsellino quater”, definirà il più grande depistaggio italiano.

Perché poi se qualcuno come il procuratore capo di Caltanissetta Tinebra (deceduto pure lui) e i sostituti Annamaria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo (brillanti carriere tutti e tre) avesse voluto ascoltare i colleghi Ilda Boccassini e Roberto Saieva, il bluff costruito addosso come una seconda pelle a Scarantino sarebbe stato smascherato fin dal 1994. Invece come si comportavano i vertici della magistratura in quell’anno? A Palermo era da poco arrivato il procuratore capo Giancarlo Caselli, in quale si era affrettato –dopo le denunce su quel che accadeva a Pianosa e Asinara- a convocare una conferenza stampa, affiancato dal procuratore generale e dal questore, per difendere il capo della mobile La Barbera e confermare l’attendibilità del “pentito” Scarantino. A Caltanissetta intanto il capo della procura Tinebra bloccava la pm Boccassini e la relazione in cui la magistrata con il collega Saieva dimostrava l’inattendibilità del fantoccio-pentito veniva fatta sparire. Benché una copia fosse stata inviata, secondo la sua stessa testimonianza, anche a Palermo.

Ma a proposito di atti spariti, occorre ricordare anche un fatto accaduto nel 1995. Siamo già a tre anni dalla strage, ma ancora si sarebbe potuto capire l’imbroglio e iniziare a indagare in altre direzioni. Il 13 gennaio di quell’anno era stato disposto un confronto tra Scarantino e i tre “pentiti doc” della strage di Capaci, quelli ritenuti attendibili al cento per cento. Gioacchino La Barbera, Totò Cancemi e Santino Di Matteo erano boss di un certo livello di Cosa Nostra. Era emerso dai confronti che questo Scarantino, che avrebbe avuto un ruolo rilevante nel procurare la Fiat 126 imbottita con 90 chili di tritolo, proprio non lo conoscevano. E lui stesso, che diceva di aver partecipato con loro agli atti preparatori della strage, era caduto in tali e tante contraddizioni da fargli cadere la maschera.

Sarebbe bastato un interrogatorio genuino, e non pilotato, per far crollare l’intero castello. Non solo questo non fu fatto, ma le 19 bobine dei confronti furono fatte sparire. E intanto si celebravano i processi Borsellino uno e due. Le bobine ricompariranno solo al Borsellino-ter, e forse era ormai tardi. Accuse e condanne sulla base dell’attendibilità del fantoccio-pentito andavano avanti come treni ad alta velocità. E anche quando esplose la verità, ma solo all’undicesimo processo, niente è cambiato. Solo tre poliziotti “sordomuti” rispondere di calunnia. Povero pm Luciani! “Se c’è altro, ditelo”, grida invano. Certo che c’è altro, ben altro. Ma non emergerà in quell’aula.

 

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.