Per gentile concessione degli autori e dell’editore, anticipiamo qui di seguito uno stralcio del nuovo libro di Luca Palamara e Alessandro Sallusti, intitolato “Lobby e logge”, che è uscito ieri in tutte le librerie fisiche e digitali per i tipi di Rizzoli. «Ho deciso di scrivere questo libro – spiega l’ex leader dell’Anm al Riformista – dopo la divulgazione dei verbali sulla Loggia Ungheria. Ci si è concentrati, dopo i fatti dell’hotel Champagne, solo ed esclusivamente sulla Procura di Roma. Io credo sia il caso di approfondire anche altri aspetti, ad iniziare proprio dalla Loggia Ungheria. Come sono state fatte le indagini su Ungheria? Penso sia il caso di fare una riflessione al riguardo». 

Possiamo parlare di lobby di magistrati che gestiscono i pentiti?
Certamente sono dei mondi chiusi e ben difesi da chi li abita. Un pentito vale oro, purtroppo anche quando mente come nel caso di Vincenzo Scarantino.

Vincenzo Scarantino, classe 1965, mafioso di basso livello, viene arrestato per spaccio di droga il 29 settembre 1992. Due mesi dopo si dichiara pentito e inizia a collaborare sostenendo che il suo clan riforniva di droga Silvio Berlusconi, un’accusa incredibile subito scartata. Nel giugno del 1994 il colpo di scena: si autoaccusa della strage in cui morì il giudice Borsellino e fa i nomi dei complici. Al processo, iniziato nel 1999, il tribunale di Caltanissetta emetterà nove sentenze di ergastolo e una a diciotto anni per Scarantino. Ma c’è un problema: non era vero nulla, ma proprio nulla. Lo si scopre nel 2008 quando un altro pentito, Gaspare Spatuzza, sbugiarda Scarantino e racconta tutt’altra storia. Di fronte all’evidenza lo stesso Scarantino ammetterà di essersi inventato tutto.
È sicuramente una delle pagine più buie e vergognose della giustizia italiana. Che Scarantino non fosse attendibile se ne era accorta all’epoca dei fatti Ilda Boccassini, che per questo lasciò la procura di Caltanissetta dove era approdata dopo gli attentati a Falcone e Borsellino proprio per partecipare alla caccia ai colpevoli. «Fregnacce pericolose», aveva bollato le parole di Scarantino, ma nonostante questo la macchina infernale della giustizia impazzita continuò la sua corsa, guidata dai procuratori Giovanni Tinebra – quello che di recente, in un altro contesto, il faccendiere Amara indicherà come il capo della loggia Ungheria –, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, coadiuvati da un giovane pm, quel Nino Di Matteo che diventerà poi una star della magistratura e che ora siede al Csm.

Anni dopo, nel 2017, la procura generale di Catania, annunciando la revisione delle ingiuste condanne dirà: «Quali rappresentanti dello Stato, ci sentiamo di dover chiedere scusa, nonostante non siano nostre le responsabilità, per le condanne inflitte nell’ambito del processo per la strage di via D’Amelio». Lei si è fatto un’idea di che diavolo è accaduto: mania di protagonismo, imperizia, depistaggio?
Scarantino sostiene di essere stato indotto a dire quello che ha detto dai poliziotti che lo tenevano in custodia. A proposito, c’è una sua frase terribile: «Ero un ragazzo. E se non combaciavano le cose che dovevo dire, loro mi dicevano di non preoccuparmi. Io andavo dai magistrati in aula e ripetevo, quando ci riuscivo, quello che mi facevano studiare». Io in questa storia mi sono imbattuto sia da presidente dell’Associazione nazionale magistrati sia da membro del Csm. Volevo capire, ma come adesso le racconterò non era facile.

In che modo se ne occupò?
Per questo scandalo finiscono nei guai le persone che avevano gestito il pentimento di Scarantino. L’allora questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, morto nel 2002, che farà poi una carriera fulminante: questore di Napoli, di Roma, capo del dipartimento antiterrorismo della Polizia, caduto in disgrazia sui fatti della scuola Diaz al G8 di Genova. Poi ci sono i suoi tre poliziotti – Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei – che gestirono materialmente Scarantino. Oltre ovviamente ai quattro magistrati, Tinebra, Petralia, Palma e Di Matteo, quest’ultimo coinvolto solo come testimone. Ci sono due fronti, uno penale e uno disciplinare al Csm.

Partiamo dal penale.
La Barbera e Tinebra, come detto, sono nel frattempo morti. Il 2 febbraio 2021, cioè quasi trent’anni dopo i fatti e dodici dopo la scoperta della messa in scena, il tribunale di Messina ha archiviato l’inchiesta nei confronti dei magistrati Petralia e Palma perché non è stato possibile accertare «le evidenti anomalie» del caso Scarantino. I tre poliziotti sono tuttora sotto processo a Caltanissetta. Dimenticavo: Scarantino è tornato in libertà per decadenza dei termini di custodia. E aggiungo anche che Petralia, oggi in pensione, il 29 settembre 2021 è stato condannato dai colleghi di Messina a un anno per aver omesso di indagare su un amico imprenditore.

Chiunque direbbe: non è possibile.
C’è stato un clamoroso depistaggio dentro lo Stato sull’omicidio del magistrato simbolo della lotta alla mafia, ci sono otto persone che hanno fatto da innocenti anni in galera, ma questa è una delle verità, a proposito di logge che sovraintendono al potere, che non si possono accertare. E bisogna credere alla favola che tre poliziotti infedeli si siano inventati da soli, tanto per giocare, un simile complotto senza che nessuno se ne accorgesse.

Be’, al Csm sarà andata meglio, ovviamente, perché dalla casa della giustizia italiana le logge restano fuori.
Mi vergogno, perché io c’ero e non faccio parte di nessuna loggia, ma devo deluderla. A noi la questione arriva nel 2017 dopo la sentenza del processo Borsellino quater, il processo che di fatto certifica l’imbroglio del caso Scarantino. È anche l’anno del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Borsellino e la figlia del giudice, Fiammetta, scrive una lettera nella quale ci chiede di fare chiarezza anche all’interno della magistratura. In altre parole ci chiede di prendere l’iniziativa.

Ricordo bene, un grido di aiuto e una denuncia al tempo stesso: «Fino a ora il nostro silenzio è stato dettato dal rigore e da una necessità di sopravvivenza. Noi denunciamo anomalie che hanno caratterizzato la condotta di politici e magistrati dei processi Borsellino. Anomalie condotte da uomini delle istituzioni. Parlo di verbalizzazioni, interrogatori e sopralluoghi non corretti. Le mie denunce non sono un mero dibattito tra me e il procuratore Di Matteo, questa è una semplificazione che fa molto comodo a chi sta nascosto nell’ombra. È una semplificazione che toglie l’attenzione dal nostro fine che è quello di addivenire alla verità. Il nostro è un urlo di dolore. È vero che si può tornare ad aprire un processo, ma la procura di Caltanissetta ha uomini e mezzi per farlo? Mio padre si meritava questo dopo venticinque anni? Quasi tutto è compromesso».
Il messaggio era chiaro: a noi non ce ne frega niente che voi commemoriate mio padre, noi abbiamo bisogno di fatti e risposte.

Voi che strada prendete?
Acquisiamo gli atti del Borsellino quater e apriamo una discussione in prima commissione, quella che si occupa dei procedimenti disciplinari. Fu una discussione molto accesa, ma detto in onestà non ci fu mai l’intenzione di andare fino in fondo. Primo perché era passato troppo tempo per poter accertare una verità oggettiva, secondo perché sulla vicenda aleggiava il nome di Nino Di Matteo, in quel momento tra i più potenti e protetti magistrati italiani.

Insomma non avete fatto nulla.
Abbiamo fatto ammuina, come si dice a Napoli. Non abbiamo neppure convocato, almeno per dare un segnale alla famiglia Borsellino e al Paese, i magistrati che gestirono quel depistaggio. Tantomeno Di Matteo che, ascoltato come testimone al processo di Caltanissetta contro i tre poliziotti coinvolti, confermò che in un primo tempo aveva creduto alle dichiarazioni di Scarantino e che solo dopo gli vennero dei dubbi. Versione che non spiega come mai il processo non venne fermato.

Si disse: all’epoca Di Matteo era un giovane magistrato.
Non è mai facile gestire un pentito, o presunto tale, a maggior ragione per un giovane magistrato e anche per questo sono da comprendere le parole di Fiammetta Borsellino: «C’è da indignarsi se per mio padre la giustizia è stata affidata a un ragazzino alle prime armi». Ma c’è una cosa che nessuno ha mai saputo.

Prego.
Nel 2018 sia Fiammetta sia la sorella Lucia Borsellino si recano nell’ufficio del procuratore generale Riccardo Fuzio, in quel momento la massima autorità giudiziaria italiana, fornendo elementi che a loro dire avrebbero potuto dare avvio a un’istruttoria, a un’azione di accertamento delle responsabilità sul piano disciplinare dei magistrati coinvolti. Vengono sentite, raccontano fatti, vicende e situazioni circostanziate.

E cosa accade?
La magistratura in quel momento è concentrata su altri problemi che sono nell’aria: di lì a poco verrà travolta – anche lo stesso Fuzio – dal caso Palamara. Così l’anno dopo, siamo nel luglio 2019, l’ultimo atto che Fuzio compie prima di andare a dimettersi è scrivere una lettera alle sorelle Borsellino, lettera che qui leggiamo per la prima volta: «Gentilissima signora Fiammetta Borsellino e Lucia, le scrivo per rappresentarle che ho continuato ad acquisire e a leggere atti, compresa la sua memoria dell’aprile scorso, perché volevo perseguire quella ricerca della verità che giustamente rivendica come diritto alla verità da parte dello Stato italiano. Al di là della valutazione su quanto sin qui emerso in corso in varie sedi, compresa quella penale, era mia intenzione affrontare il vostro grido di verità in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario o in altra manifestazione pubblica con una forte richiesta nella mia qualità di compiere un ulteriore sforzo di questo faticoso percorso. Nella stessa occasione avreivoluto rivolgere le scuse del Paese, mai sinora rivolte alla vostra famiglia. Purtroppo, gli ultimi eventi – quelli dell’Hotel Champagne – me lo impediscono. Su questi eventi non voglio nemmeno dirle una parola. Li richiamo solo per dirle che sono rammaricato, perché avrei voluto continuare ad assecondare la ricerca di verità della vostra famiglia sempre nel mio stile. Anche quest’anno non sarei venuto a pavoneggiarmi a Palermo. Esprimo a lei e a tutta la famiglia la mia sincera vicinanza per questo ennesimo 19 luglio ancora senza chiarezza. La seguirò da semplice cittadino».

È un atto di resa delle istituzioni. Se non può fare nulla il primo magistrato d’Italia…
Le promesse di giustizia, o almeno di chiarezza, non sono state mantenute. E le assicuro, perché io come le ho detto ero lì, non per dimenticanza ma per mancanza di volontà. Un’inchiesta nata nella palude dell’intreccio tra mafia, pentiti e servizi segreti muore nella palude del Csm e della Corte di Cassazione. La risposta, anche questa inedita, che le sorelle Borsellino fanno avere a Fuzio è una coltellata al cuore. Da quest’anno in poi andrebbe letta pubblicamente a ogni ricorrenza delle stragi di quel 1992. Leggiamola.
«Gentile dottor Fuzio, non riesco a comprendere la sua lettera per una totale assenza di concretezza. Un anno fa io e mia sorella siamo venute presso gli uffici della procura generale della Corte di Cassazione con elementi importanti sul piano disciplinare. Non mi risulta che a oggi codesta procura abbia prodotto atti concreti conseguenziali a quell’incontro. Per me e per la nostra famiglia parole come “ricerca della verità” e “avrei voluto ma non ho potuto” a distanza di un anno da quella verbalizzazione non hanno alcun significato se non quello di avanzare false scuse di fronte a quello che per noi costituisce una inadempienza. Mi sorprende che dopo un anno e l’evidenza di comportamenti gravissimi Lei parli ancora di leggere memorie e acquisire atti. L’unica cosa evidente è che nessun atto è stato prodotto né si è addivenuti a una evoluzione dell’istruttoria. Non abbiamo bisogno di proclami in occasione di inaugurazioni di anni giudiziari o celebrazione di anniversari. Cordiali saluti».

Fine seconda parte – La prima puntata è stata pubblicata sul numero di ieri