La passione per Falcone, l’odio per Berlusconi. Ilda Boccassini è Ilda Boccassini e i suoi sentimenti non sono sorprendenti. Quello che è poco elegante, volgare e violento nei confronti di una persona che non c’è più e che viene ricordata in tutto il mondo come un grande investigatore, è mettere in piazza la sua parte intima con il racconto di una relazione sentimentale. Che forse ha vissuto più lei che lui, e del resto gli è stato risparmiato l’imbarazzo di leggersi in un libro (di cui parleremo nei prossimi giorni, vale la pena di spigolarlo per bene), e che lei non ha mai nascosto. Clamoroso e pieno di rancore urlato fu il discorso che Ilda Boccassini, in un’assemblea di magistrati a Milano, fece il giorno in cui Falcone fu ucciso. Avete tradito Giovanni, fu il suo “J’accuse”, vestita di nero (lei ora dice fosse blu scuro), con gli occhiali affumicati a celare il pianto, come una vedova. Quel giorno anche chi ancora non sapeva, aveva saputo. E intanto l’Italia intera, e non solo, piangeva Giovanni e Francesca, marito e moglie magistrati, morti insieme alla scorta, assassinati a Capaci dalla mafia.

Qualcosa di grande, reso piccolo dal racconto su un uomo che tradisce la moglie, come se avesse qualche importanza se non per l’io immenso di una donna che vuole, che ha sempre voluto essere presente, ritagliarsi almeno un angolino nella vita di chi è diventato un mito. Esserci. Essere chiamata a grandi cose. A Caltanissetta per indagare sulla morte di “Giovanni”, magari dopo averlo chiesto. A Milano a indagare su Silvio Berlusconi e il suo rapporto con una ragazza non ancora maggiorenne per pochi mesi, a frugare nella vita sociale, sentimentale e anche sessuale del Presidente del consiglio in carica, lasciando da parte le carte ben più urgenti, delle indagini sulla criminalità organizzata di cui Ilda Boccassini era coordinatrice alla procura di Milano. Esserci, essere chiamata. La parte politica del complotto, dei cecchini appostati sul tetto con il mirino puntato su Berlusconi, ha raccontato in modo esplicito e senza escludere le proprie responsabilità il magistrato Luca Palamara. Era venuto in luce il ruolo svolto dal procuratore capo della repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati, il suo conflitto con l’aggiunto Alfredo Robledo, responsabile dei reati contro la Pubblica Amministrazione, scippato dell’inchiesta su una presunta concussione . E poi la “porcata” del Csm che avrebbe dovuto dirimere in modo equo la competizione tra i due magistrati e invece, con l’aiuto del referente interno di Bruti, Giuseppe Cascini, e dello stesso presidente della repubblica Giorgio Napolitano, decretò il game over per Robledo e aprì un varco più largo di un’autostrada per il processo politico a Silvio Berlusconi. E la storia infinita dei processi “Ruby”, uno, due, tre…

Ilda Boccassini la racconta a modo suo. L’insistenza del procuratore capo perché si occupasse lei di quel che non le competeva. Di quell’indagine su reati che non c’erano, la concussione di cui non si era accorto neanche il concusso e la prostituzione minorile di una ragazza di cui tutti ignoravano l’età e che ne dimostrava molti di più. L’ex pm non ha nel mirino il solo Presidente del consiglio però, il fatto è che i suoi colpi bassi vanno a segno sempre sulle donne. E non le manca il coraggio di dedicare il libro alle donne afghane. Punta la stessa Ruby quando in aula le attribuisce l’astuzia delle donne orientali, e Nicole Minetti, “un’igienista dentale venticinquenne trasformata in consigliera regionale”. Trasformata? Si dice “eletta”, dottoressa, non “trasformata”. E poi Daniela Santanché, descritta come “fedelissima” (subalterna?) dell’odiato cavaliere nero. E ancora, la cronista del Giornale Anna Maria Greco, solo perché aveva raccontato una vecchia storia in cui Boccassini aveva subito un procedimento disciplinare al Csm perché vista in atteggiamento affettuoso con un amico giornalista dalle parti del palazzo di giustizia di Milano.

Una storia nota, non c’era bisogno di grandi investigazioni per conoscerla. Il procuratore capo dell’epoca Mauro Gresti, un conservatore piuttosto rigido, aveva chiesto il trasferimento della giovane pm, ma il Csm aveva archiviato. Giustamente. Ma siamo sicuri che la dottoressa Boccassini avrebbe mostrato altrettanta tolleranza rispetto alla vita personale, nei confronti di altre donne? Magari di una di quelle che un’altra “progressista” come lei, la giornalista di Repubblica Natalia Aspesi, proprio ieri nella recensione del libro definisce “donnine” (le ragazze che partecipavano alle cene di Berlusconi) o “donnicciole”, cioè le aderenti a Forza Italia, facendo anche il nome dell’attuale presidente del Senato Elisabetta Casellati? Ilda Boccassini se la prende persino con Livia Pomodoro, che all’epoca del processo “Ruby” era la presidente del tribunale di Milano, per una sua decisione di grande sensibilità. L’aula del dibattimento si era rivelata piccola, a causa della grande presenza di giornalisti, anche stranieri. Così tutta la baracca era stata trasferita in un’aula bunker che era stata allestita negli anni del terrorismo, quando gli imputati erano numerosi. Un’aula ormai abbandonata, con le sue gabbie di ferro disumane, oltre che anacronistiche.

La presidente Pomodoro un po’ si vergognava di mostrare al mondo quell’immagine medievale della giustizia italiana e aveva posto il problema anche in Procura. Ilda Boccassini forse invece voleva proprio dare quell’ immagine: un presidente del consiglio tra le sbarre. Fingeva però di fare spallucce: “Le gabbie dell’aula mi erano del tutto indifferenti, ma turbavano i sonni del presidente del tribunale dell’epoca Livia Pomodoro…”. Quanto sprezzo nei confronti di un alto magistrato, in quel “turbavano i sonni”! Fu poi deciso di coprire le gabbie della vergogna con teli bianchi, il che turbò parecchio il senso estetico della pm, che si consolò indossando “un paio di orecchini pendenti di corallo rosa”, anche perché “..il corallo è di buon auspicio, porta bene a chi lo indossa”. Non le ha portato tanto bene, visto che Berlusconi, pur condannato in primo grado da un tribunale fatto tutto di donne che lui ha definito come “comuniste e femministe”, è stato poi assolto in via definitiva.

Qualcuno pensa che il libro di Boccassini racconti anche la storia per come è andata a finire? La risposta è sì. In tre righe. Ecco il testo: “La sentenza fu ribaltata in secondo grado e il presidente del collegio Enrico Tranfa si dimise in aperta polemica con quella decisione. La cassazione confermò l’assoluzione”. Punto. E no, non può cavarsela in questo modo, dottoressa Boccassini. Dal momento che Palamara ha già chiarito come nei confronti di Berlusconi sia stato attuato un vero cecchinaggio politico, che in fondo neanche lei smentisce, quando dice che “Bruti Liberati aveva già in mente il suo obiettivo…mi disse che era preoccupato per i possibili sviluppi giudiziari e il loro riflesso politico internazionale”. Soprattutto perché, in seguito a quella vostra iniziativa giudiziaria (su cui torneremo, perché tutta la storia degli interrogatori di Ruby nell’estate del 2010 è un po’ diversa da come viene raccontata) il pornofilm delle serate di Arcore non finisce mai. E, tra Ruby primo, secondo e terzo, ogni tanto si sveglia qualcuno – come è accaduto due giorni fa all’uscita di una delle tante udienze per bocca di due ragazze – dice che ha delle rivelazioni da fare. E fatele, una volta per tutte, queste rivelazioni! Quali reati si consumavano durante quelle cene? Perché se sono “peccati” non ci interessano. E dai reati Silvio Berlusconi è stato assolto. Processo politico, politico, politico. E il punto lo mettiamo noi.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.