«Mi chiedi come ha reagito la città alla sentenza di appello del processo “Trattativa”? Direi con totale indifferenza. Gli unici che si sono fatti notare sono stati alcuni garantisti ritardatari. In prima fila quelli del Pd». Comincia così l’intervista che Andrea Fabozzi ha realizzato con Peppino Di Lello e che è stata pubblicata ieri sul manifesto. Forse molti di voi non sanno chi è Peppino Di Lello. Ve lo dico io: uno dei più capaci e coraggiosi magistrati italiani degli anni 70 e 80. Che indagò seriamente sulla mafia, senza strombazzare, senza narciserie, senza chiacchiere. E che ha messo sul piatto veramente la sua vita, senza retorica perché allora a fare il magistrato che si occupava di mafia la vita la rischiavi davvero, non per modo di dire. C’erano almeno 50 probabilità su cento, forse di più, di restare ucciso.

Di Lello lavorava con Rocco Chinnici, che fu assassinato nel 1983. E poi entrò a far parte del famoso pool messo in piedi da Antonino Caponnetto. In quel pool erano pochi pochi: quattro. Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Peppino Di Lello. Politicamente molto distanti, ma molto vicini nella loro idea di giustizia, di indagine e anche di ruolo del magistrato. Non conosco quale fosse l’orientamento politico di Guarnotta, so che Falcone era su posizioni di centrosinistra, Borsellino di centrodestra, Di Lello di estrema sinistra. Quando lasciò la magistratura, Di Lello, dopo la morte di Falcone e Borsellino, partecipò a un paio di tornate elettorali con Rifondazione Comunista, e fu eletto una volta, credo, al Parlamento europeo e un’altra volta al Senato. Personalmente lo ho conosciuto nei primi anni di questo secolo in un luogo molto lontano da qui: a Porto Alegre, dove si radunavano i giovani (ma anche qualche vecchietto) convinti che fosse giusto combattere il dominio capitalista e liberista sulla globalizzazione.

Peppino pensava che avessero ragione. Anche io, che all’epoca lavoravo per l’Unità, e che conoscevo Di Lello per la sua fama, perché negli anni 80 mi ero occupato di mafia, ma non sul campo: da Roma. Prima di passare alla politica, Di Lello ha lavorato a lungo, e soprattutto ha lavorato al famoso maxiprocesso, quello nel quale Giovanni Falcone sferrò una mazzata mortale sul gotha della mafia. Capite bene che Di Lello, sempre molto contrario alla pubblicità, è uno di quelli che se vi parla della mafia, e soprattutto delle storie di quegli anni, ve ne parla perché sa. Conosce, ha visto, ha indagato, ha saputo, ha studiato. Ho scritto “uno di quelli”, ma sarebbe più giusto scrivere “uno dei pochissimi”. Oggi sembra che tutti erano allievi di Falcone nel pool, ma non è vero. Perciò mi pare che l’intervista al manifesto sia importantissima, e ne copio qui, per i nostri lettori, ampi stralci:

Chiede Fabozzi: “Al romanzone trattativa», come lo hai definito in un tuo pezzo, manca solo il capitolo finale della Cassazione. Dopo le assoluzioni della Corte di assise di appello i sostenitori delle tesi della procura spiegano che la sentenza riconosce comunque che una trattativa c’è stata. I carabinieri l’hanno condotta, anche se non è stata riconosciuta come reato. Sei d’accordo?

“Per niente. Non dobbiamo dimenticare – risponde Di Lello – qual era la tesi della pubblica accusa: che la politica, cioè Calogero Mannino, avrebbe avviato la trattativa per interesse personale, cioè salvarsi la pelle. E questo avrebbe indotto i mafiosi ad accelerare sempre le stragi proprio per avere più morti e più forza contrattuale con lo Stato. Le concessioni alle quali i mafiosi puntavano erano l’abolizione del carcere duro, la restituzione dei patrimoni e la revisione dei processi. Bene. Non solo tutto questo non c’è stato, ma addirittura è stato il governo Berlusconi a inasprire alcune misure. Stabilizzando 41-bis nell’ordinamento penitenziario e allargando, con l’aiuto della Cassazione, lo spettro dei sequestri e delle confische. Di revisione dei processi non si è mai parlato. Quando io, adesso, leggo i tifosi della procura di Palermo raccontare che sì, è vero, magari nell’immediato non ci furono concessioni dello stato di fronte alle richieste dei boss, ma poi più avanti… Ma quando mai! Non si allargò proprio niente. I mafiosi volevano indietro la roba, i soldi, e volevano la cancellazione degli ergastoli. Non si può spacciare l’alleggerimento del carcere duro per un po’ di mafiosi di mezza tacca, deciso da Conso anche perché al 41 bis c’era ormai un numero esagerato di detenuti, per chissà quale concessione. Non scherziamo. La sentenza di appello ha completamente smantellato l’impianto accusatorio, del resto incoerente dal principio. Se fossero state vere quelle accuse, allora, dal punto di vista logico, carabinieri e politica andavano imputati di concorso nelle stragi visto che avrebbero rafforzato in Cosa nostra la convenienza di fare attentati. (…)

“Io credo che nel processo di primo grado abbia pesato molto la mancata perquisizione del covo di Riina da parte dei Ros. Questo fatto non c’era nel processo Trattativa, ma sicuramente ha fischiato nelle orecchie dei giudici popolari. Come una specie di prova che qualcosa da nascondere nei rapporti tra polizia giudiziaria e cupola mafiosa in fondo c’era. La grande contraddizione della procura di Palermo è che al termine delle indagini sulla mancata perquisizione del covo, un episodio accaduto all’interno del periodo in cui ci sarebbe stata la trattativa, ha sempre chiesto l’archiviazione. E stata la gip a imporre il giudizio, al termine del quale i pm hanno chiesto l’assoluzione. (…)
“Ci sarà stata un’operazione di polizia giudiziaria, anche spregiudicata, da parte dei carabinieri che cercavano innanzitutto di mettere le mani su Riina. Non hanno informato chi di dovere? Male, ma non facciamo finta di scoprire solo adesso come si muovono abitualmente i corpi militari di polizia giudiziaria. Qualcuno si ricorda del generale Dalla Chiesa che consegna il memoriale di Moro direttamente ad Andreotti invece che al procuratore della Repubblica? Certo, è così, i Ros in particolare sono molto autoreferenziali. (…)

“Quello che oggi possiamo dire, aspettando la Cassazione, è che la ricostruzione della procura di Palermo è stata smentita dalla sentenza di appello. La storia adesso è questa. Ovviamente, e non ci sarebbe bisogno di dirlo, questo esito non mette in discussione la profondità dei rapporti che ci sono sempre stati tra mafia e politica e anche tra la mafia e i corpi di polizia. Ma non è con i romanzi che li si combatte. In questo processo la condanna etica del concetto di trattativa ha preceduto quella penale. Ti domando: la relazione che lo Stato cerca con i collaboratori di giustizia non è essa stessa una trattativa? Certamente, è una trattativa istituzionalizzata, codificata. E ha consentito molti successi nella lotta alla mafia. Ricordo che Tommaso Buscetta mise immediatamente, già nei primissimi colloqui con Falcone, le mani avanti. Disse: ‘Io di me non parlerò mai’. E infatti non disse nulla dei suoi traffici di droga e dei suoi omicidi. E purtuttavia la sua è stata una collaborazione fondamentale, com’è noto a tutti per la storia del maxi processo. Anche quella fu una trattativa. Gli dicemmo: “Va bene Buscetta, dei fatti tuoi non parliamo e andiamo avanti. Dicci tutto quello che sai su tutto il resto”. (…)

Chiede allora Fabozzi: in questi giorni la figlia di Paolo Borsellino, Fiammetta, ha detto: mio padre non pubblicizzava le sue inchieste e non avrebbe gradito il clamore mediatico che c’è stato attorno al processo Trattativa. Come andavano le cose ai vostri tempi?

“Con i giornalisti parlavamo pochissimo. Non abbiamo quasi mai fatto conferenze stampa o comunicati stampa. Ma la differenza fondamentale è che allora non si organizzavano eventi di sostegno al processo e certo noi non vi avremmo partecipato. Negli ultimi anni, durante la lunga inchiesta e il lungo processo Trattativa, abbiamo assistito a scene da vergognarsi. I teatri con gli striscioni per i magistrati inquirenti, le raccolte di firme, le trasmissioni televisive in cui sono stati perennemente ospiti. Oggi Ingroia che condanna la spettacolarizzazione dell’inchiesta mi fa ridere. Come se lui non c’entrasse niente. Era persino sul palco, alla festa del Fatto quotidiano, quando fischiarono il presidente della Repubblica Napolitano. C’erano lui e Di Matteo ed erano entrambi magistrati in servizio. A proposito di esaltazione, a un certo punto in tv Di Matteo ha accusato l’ex ministro Bonafede, suo grande fan, di aver ceduto anche lui a una specie di trattativa per non averlo promosso al ministero. Disse che Bonafede si era piegato alla richiesta dei boss. E io ho scritto che se era vero si doveva dimettere Bonafede, ma se non era vero si doveva dimettere Di Matteo dal Csm. Non abbiamo saputo più niente e tutto è passato in cavalleria. Anche io ho partecipato a qualche dibattito sul processo trattativa e mi pento amaramente, i miei dubbi e le mie osservazioni critiche sono finite travolte e Di Matteo è stato esaltato come l’idolo dell’Italia”

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.