È del tutto plausibile che nei momenti difficili, anche chi dovrebbe avere gli strumenti culturali per affrontarli perda la testa, perché rimasugli di vecchie ideologie gli ottundono la mente e prenda lucciole per lanterne. E questo il caso dell’articolo scritto dallo storico Angelo D’Orsi sul Fatto quotidiano per accusare il giornalista Iacoboni, aggredito dal governo russo per aver espresso dubbi sulle finalità degli aiuti russi all’Italia colpita dal Coronavirus, di essere in sostanza un “servo dell’imperialismo” al soldo di un giornale espressione dell’establishment filoamericano.

Con una operazione logica spiazzante, che mette in evidenza la persistenza di vetuste mitologie politiche, le accuse di Iacoboni sui rischi di ingerenze russe in Italia si trasformano nell’articolo di D’Orsi in una attacco ai paesi socialisti – Cuba, Cina, Venezuela e persino la Russia stessa collocata in quella storica “area” – che in maniera disinteressata avevano portato aiuti all’Italia dimenticata dai suoi “alleati storici”. Che nessuno di quei paesi abbia a che fare con il socialismo, che quell’area, quel “campo”, non esistano più, che la guerra fredda sia finita da decenni e che quindi le dinamiche geopolitiche non rispondano più alla contrapposizione socialismo/capitalismo, è ormai acclarato da trent’anni, cioè dalla caduta del muro di Berlino.

Io capisco che D’Orsi, privo di quella chiave di lettura, tanto comoda quanto cieca, faccia fatica a orientarsi nel mondo di oggi nel quale la Cina, lontana da ogni intenzione di ricreare il blocco comunista, punta invece a diventare potenza egemone a livello mondiale, e la Russia – un regime dispotico reazionario – cerca di uscire dal suo ruolo di media potenza regionale a cui la fine del comunismo l’aveva relegata, utilizzando tutte le armi ereditate dalla vecchia tradizione sovietica per colpire l’avversario.

L’Italia è un anello della catena delle democrazie occidentali non solo storicamente debole, ma oggi ancor più indebolita dalla seppur vacillante egemonia populista e sovranista, che avevano cercato di allontanarla dall’Occidente e dall’Europa in nome di un antieuropeismo e un antiamericanismo di maniera, e di spostarla nell’orbita russa e cinese: il disegno di Mosca e Pechino può oggi apparire in parte ridimensionato, ma non è del tutto scorretto ipotizzare che quei paesi perseguano ancora il loro obiettivo strategico di corrodere dall’interno l’Unione Europea e di trasformare i suoi stati periferici in chiavi di volta dei loro progetti espansionistici, in una fase nella quale gli Usa sembrano rinunciare a ruolo di potenza planetaria.

Iacoboni lo ha denunciato attraverso una inchiesta puntuale e documentata, che si può condividere o meno, ma che rientra a pieno nel campo della libertà di pensiero e del buon giornalismo, che nessuno e tanto meno un plenipotenziario di uno stato estero può impunemente violare con pesanti minacce personali. È chiaro che nell’universo escatologico di D’Orsi la libertà di stampa e l’integrità personale siano concetti labili e un po’ “borghesi” di fronte ai destini del socialismo e al “senso della storia” – basta contare quanti giornalisti sono stati assassinati da quei regimi per capirlo – a tal punto da irritarsi per le proteste dei partiti politici e per la nota ufficiale del governo italiano, che pur ringraziando la Russia degli aiuti, ha stigmatizzato l’ingerenza scomposta e inaccettabile del governo moscovita: tutte rubricate dallo storico marxista sotto lo stigma negativo della schiavitù al capitalismo e all’antisocialismo.

Ma per una sorta di esilarante eterogenesi dei fini la sperticata difesa della Russia, condotta con la stessa aggressività e sprezzo del ridicolo con cui in passato gli intellettuali comunisti difendevano l’Urss e il Socialismo reale, suona come un implicita conferma che Iacoboni aveva colpito nel segno: in gioco ci sono le alleanze internazionali e il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale e gli aiuti “socialisti” sono venati da queste finalità che non hanno niente a che vedere con la lotta alla pandemia. Ovviamente l’esaltazione del socialismo non si ferma qui.

Come nel passato i comunisti italiani esaltavano le straordinarie dimensioni dei prodotti agricoli sovietici rispetto a quello dell’agricoltura capitalista, ora D’Orsi elenca la grandiosità degli aiuti: cargo con “una organizzazione perfetta” scaricano camion, addetti, attrezzature a vantaggio del popolo italiano mentre gli “alleati” abbandonano e irridono l’Italia. In questo D’Orsi manifesta la stessa cultura di Salvini declinata in chiave “rossobruna”: è un approccio antieuropeista e nazionalista che occulta le centinaia di miliardi che l’Europa ha già messo a disposizione dei paesi in sofferenza, a cui se ne aggiungeranno altre veicolate da nuovi strumenti di intervento dell’eurozona.

In quest’ottica quei cargo e quei medici sono bruscolini alla stregua di piccoli interventi umanitari, rispetto al bazooka finanziario ed economico dell’Unione europea: si può fare sempre di più e meglio e l’Europa deve dimostrare ancora di essere pienamente all’altezza della sfida pandemica, ma la distanza con gli aiuti del “socialismo” è siderale.  Ma D’Orsi non può vedere tutto ciò, che appartiene al mondo reale, perché come dice lui stesso è impegnato in una battaglia fondamentale: la lotta alla “russofobia”, da cui sarebbe sbagliato che noi lo distraessimo.