Da qualche settimana New York, la città che nell’immaginario comune è considerata la capitale di fatto del mondo occidentale, si è trasformata nell’epicentro della pandemia. E sembra il bersaglio di una minaccia catastrofica e invincibile. Covid-19 ha provocato già 2mila decessi. Sembra di vivere nella fantasia micidiale di un fumetto della Marvel. Ma questa volta non c’è un nemico visibile da combattere né si può sperare in un supereroe o in un supergruppo – l’Uomo Ragno, i Fantastici 4, gli Avengers – che salvino la metropoli dal disastro. La realtà supera, in peggio, la letteratura. Eppure, proprio come nei fumetti, la popolazione della Grande Mela sembra aver eletto il suo eroe. Il suo nome è Andrew Cuomo, ed è il governatore dello Stato di New York dal 2011.

Nato nel 1957 nel Queens, il quartiere più multietnico della città, ha origini italiane – nonni paterni della provincia di Salerno e nonni materni siciliani – ed è figlio d’arte: prima di lui il padre Mario è stato per tre mandati governatore di New York. Le conferenze stampa quotidiane di Cuomo con gli aggiornamenti sull’evoluzione della pandemia nel territorio, seguite da milioni di spettatori, sono diventate un must. «New York avrà ciò di cui ha bisogno: ecco perché sono qui», ha detto nel corso di uno di questi appuntamenti rivolto a Donald Trump che aveva proposto di mettere la metropoli in quarantena. Per Cuomo il lockdown non avrebbe senso: «Se si iniziasse a isolare aree in tutto il Paese sarebbe totalmente bizzarro, controproducente, anti-americano».

E Trump ha fatto dietrofront, rinunciando al suo proposito. Quando il presidente ha fatto il gradasso, accusando lo stato di New York di tenere i ventilatori polmonari nascosti in magazzino e promettendo l’invio di 400 macchine, Cuomo gli ha risposto a muso duro: «Vuoi una pacca sulla spalla per l’invio di 400 ventilatori? Ti sfugge l’enormità del problema». E ha aggiunto: «Sostiene che io lascerei i ventilatori in magazzino? Siamo davvero arrivati a questo punto? Fai morire i newyorkesi perché non riescono a ottenere un ventilatore? Qui ne servono 30mila».

Con quel volto scolpito e ruvido alla Tommy Lee Jones – o alla Bob De Niro, Joe Pesci, Al Pacino, per chi preferisce insistere nel mood italoamericano newyorkese – ogni giorno Andrew Cuomo, giubbotto marroncino, oppure polo a maniche corte, visita i luoghi della resistenza cittadina, predispone le risorse per fronteggiare il virus, rincuora la cittadinanza, incoraggia gli operatori sanitari e i pubblici ufficiali impegnati sul campo, boxa a distanza con quel wrestler di Donal Trump, ribatte ai giornalisti che lo incalzano. Rivolto ai suoi concittadini, Cuomo ha detto: «So che ci sentiamo sotto attacco. Sì, New York è l’epicentro. E molte persone sono spaventate.

Attenzione però: questa è New York e ce la faremo». Le sue parole ispirate ai principi della collaborazione e della solidarietà sfondano. «Ci sono ospedali pubblici e privati che non dialogano tra loro: dobbiamo metterli a sistema», ha detto il governatore. «Abbiamo bisogno di ventilatori. E quando finirà il picco li metteremo a disposizione degli altri stati». Il bagno di popolarità di Cuomo è diventato un fatto politico. In questi giorni, a causa del blocco delle attività e dell’isolamento forzato, le primarie democratiche sono sparite dai radar. E, con esse, i candidati. Togliere i comizi a Bernie Sanders significa distruggerlo. Joe Biden viaggiava sulla cresta dell’onda, ma ora può soltanto pubblicare qualche video dal suo scantinato. Per uno che Trump aveva soprannominato “Sleepy Joe” – il sonnolento Joe – c’è il rischio di finire in letargo. I più romantici sognano così l’ingresso in campo di Andrew Cuomo come candidato dem per le presidenziali.

Nel momento in cui tutti fari sono concentrati sull’emergenza sanitaria – grazie a questo Trump risale nei sondaggi – l’unico capace di fronteggiare il presidente in carica pare proprio Cuomo. Combatte l’epidemia proprio nel suo epicentro e lo fa “con la mano pesante”, una caratteristica che in passato lo rendeva antipatico ma che oggi diventa un valore aggiunto. Entrare in corsa a questo punto non sarebbe un fatto completamente inedito. Il 16 marzo 1968, a primarie già in corso, Bob Kennedy, senatore, fratello di John, si candidò alla presidenza degli Usa per il Partito Democratico. Pochi giorni prima, il senatore Eugene McCarthy aveva ottenuto un ottimo risultato nel New Hampshire contro il Presidente in carica, Lyndon B. Johnson. Questi, due settimane dopo, annunciava la rinuncia alla rielezione. Un mese dopo il vicepresidente Hubert Humphrey annunciò la sua candidatura, pur non avendo partecipato alle precedenti tornate.

Dopo le primarie della California, vinte alla grande, Bob Kennedy era ben piazzato e molto probabilmente avrebbe completato con successo la sua rincorsa. Ma fu assassinato nel famigerato attentato di Los Angeles del 5 giugno 1968. La fantasia con Cuomo corre parecchio se si pensa, tra l’altro, che Andrew è stato sposato per 13 anni, fino al 2003, con Kerry Kennedy, figlia di Bob Kennedy, e che da lei ha avuto tre figlie, Cara, Mariah e Michaela.

Tuttavia, con buona pace dei più arditi sognatori, l’ipotesi di Cuomo candidato alle primarie appare per ora improbabile. E non solo perché il governatore giura di non essere interessato. «Tecnicamente i delegati non sono tenuti a votare per il candidato al quale sono legati sulla base delle primarie. Potrebbero quindi appoggiare qualsiasi altra persona in occasione della Convenzione nazionale democratica di luglio», spiega Jason Lemon del settimanale Newsweek. “Sul piano politico però – conclude – è improbabile che questo accada”.