Centosessantatré sollevamenti dall’autunno 2020 a oggi. Il MOSE, l’opera contestata per decenni e costata circa sei miliardi di euro, da quando è entrato in funzione ha protetto Piazza San Marco dalle acque alte eccezionali con una regolarità che cinque anni fa nessuno avrebbe scommesso. Ma il sistema delle paratoie, gestito dall’Autorità per la laguna istituita nel 2020, sta diventando il bersaglio di un paradosso: più si chiude, più la laguna soffre. Ogni chiusura blocca lo scambio tra mare e bacino, e il bacino — già impoverito da decenni di scavi, moto ondoso, erosione delle barene — fatica a respirare. I biologi marini dell’Ismar-Cnr lo dicono da tempo: senza un piano di rigenerazione morfologica, il MOSE rischia di salvare la città consegnando la laguna alla palude.

La prossima amministrazione si troverà sul tavolo tre partite intrecciate. La prima è la manutenzione ordinaria del MOSE, che costa intorno agli ottanta milioni l’anno e che lo Stato ha finanziato finora a singhiozzo. La seconda è la soglia di attivazione: oggi le paratoie si alzano a centodieci centimetri sopra il medio mare, ma con l’innalzamento progressivo del livello dell’Adriatico la frequenza delle chiusure è destinata a crescere, e con essa l’impatto ecologico. La terza, la più scomoda, è il porto: le grandi navi sono state estromesse dal bacino di San Marco nel 2021, ma il traffico commerciale di Marghera continua a transitare per la bocca di Malamocco, dove ogni chiusura del MOSE significa fermare l’operatività. Su tutto, il convitato di pietra dei cambiamenti climatici. Le proiezioni dell’Ipcc per l’alto Adriatico parlano di un innalzamento marino che entro fine secolo renderà il MOSE strumento ordinario, non più emergenziale. Significa ripensare l’opera come infrastruttura permanente, e ripensare la laguna come ecosistema da curare.