C’era un tempo in cui la gente – seriamente – diceva: “Vedrai che il petrolio finirà, quanto vuoi che ce ne sia, siamo agli sgoccioli”. Correva l’anno e anzi correvano tutti gli anni. Il petrolio era l’unica risorsa per accendere la luce, far camminare i motori e spingere l’economia, anche il cinema andava a petrolio e il petrolio era per quanto ci riguarda tutto in mano araba. Così, successe che dopo una serie di cocenti sconfitte nelle guerre dei Paesi arabi contro il neonato Stato di Israele, l’Egitto e la Siria si accordarono per attaccare di sorpresa lo Stato ebraico durante le sacre festività di Yom Kippur il 6 ottobre del 1973, contando sul rilassamento delle difese israeliane, che infatti furono totalmente colte di sorpresa. Il mondo si spaccò fra filoarabi e filoisraeliani, ma comunque dopo un inizio disastroso Israele si riorganizzò, stravinse e inseguì gli egiziani fino alle porte del Cairo.

Fu allora che gli stati arabi produttori di petrolio per ritorsione contro gli occidentali fecero salire alle stelle il prezzo dell’energia e il 3 dicembre ci trovammo tutti in bicicletta. Era bellissimo. Una bici nuova come la mia costava settantamila lire, i bambini avevano la loro e il governo proclamò la Grande Penitenza. Non fu, come oggi, un lockdown per motivi sanitari. Fu proprio proclamata, dal nostro governo e un po’ da tutti i governi del mondo, la penitenza contro la modernità, non soltanto l’automobile, ma contro lo sfarzo, la vita ricca, fu urlato in tutte le salse che “povero è bello” e tutti eravamo contenti perché in fondo si trattava soltanto di qualche domenica e nulla di più.Per chi non c’era o non era in età tale da poter ricordare oggi, proverò a ricordare il mio ricordo.

Di un’atmosfera, prima di tutto. Da poco, dal 1970 esattamente, si era cominciato a parlare di inquinamento e la parola ecologia ancora non si usava. Si deprecava la plastica e la si associava al mondo capitalistico guidato dal gretto e sordido proposito di fare soldi e soldi e soldi, mentre il mondo era bello così, senza l’uomo, neanche l’homo faber che sarebbe il sapiens-sapiens dopo il Neolitico. Ci rifugiammo anzi, per iniziativa del governo, in un Neolitico artificiale che però ammazzava un sacco di gente: le prostitute manifestavano con cartelli che dicevano “Lasciateci lavorare almeno a lume di candela”.

Era tutto chiuso, era tutto vietato e faceva freddo perché era dicembre e sarebbe stato di lì a poco un Natale bruttino e gelido, con il terrorismo che cominciava a colare sangue, la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 che era ancora un cupo mistero attuale e c’era questa sensazione di dover espiare la civiltà, fare apostasia dall’essere uomini sapientes et ludentes, ma era anche una fase di grande libertinaggio sessuale. Il femminismo era appena stato importato in Italia dagli Stati Uniti e si erano formati gruppi di meravigliose intellettuali donne che si dividevano e litigavano politicamente come gli uomini e noi uomini “de sinistra” eravamo tutti femministi o almeno ci provavamo e tutti esageravamo in tutto, si vedevano facce truci, molto rivoluzionarie, giravano armi, giravano agenti di ogni razza, terroristi di varie e pregiate risme ma malgrado tutto il mondo – il mio ricordo è focalizzato ovviamente su Roma, la mia città e più che altro su Città Giardino e il quartiere africano e piazza Vescovio, le nostre zone del Salario, tutti a rotta di collo in bicicletta, grandi barbe e capelloni, ancora e per un bel po’ – malgrado tutto, il mondo seguitava a girare e le albe seguivano i tramonti e tutto era ciclico ma anche nuovo e triste e allegro e angoscioso e festoso.

Ci avevano tagliato il petrolio ed era stata prevista una catastrofe, come oggi col Covid. Predicavano tutti, dai comizi e dalle università occupate, dalle fabbriche e dalle chiese, e sentivi i politici e i sindacalisti, i preti, i comunisti, i democristiani, i socialisti e i gruppettari e gli estremisti, tutti erano – eravamo – raccolti per famiglie e per sdegni. Volavamo in bici e pedalavamo senza tenere il manubrio e tutti tessevano rapporti sentimentali, la nostra generazione di mezzo – che allora era nel fulgore del sex appeal e del fanatismo – aveva spaccato tutti i tabù dei padri e sarebbe poi incorsa nel fulmini della generazione dei figli, tutti più o meno rientrati in una ortodossia arresa, anche un po’ mesta.

Noi invece, con poche eccezioni, spaccavamo tutto e le domeniche dell’austerità erano perfette per questa nuova religione in cui si faceva finta di maledire le automobili e l’America che era sempre colpevole di tutto, salvo che della bella musica che ci inondava, benché anche da noi si facessero belle canzoni e tutti girassero con una chitarra sulla schiena, salvo me che non ho mai imparato. Il pretesto governativo era risparmiare con le domeniche inchiodate, circa 50 milioni di litri di carburante, a botta. Potevano andare in macchina i preti, i medici, i vigili e le forze armate, i pompieri e i veterinari e per fare bella figura la Nomenklatura della politica rinunciava alle auto blu e le multe arrivavano fino a un milione di lire, più o meno mille euro.

Il papa Montini, Paolo VI che sarebbe morto dopo il martirio di Aldo Moro di cui era intimo, stava ancora bene e andò in carrozza a piazza di Spagna per l’Immacolata. La gente reagì con spirito carnevalizio. Era in fondo lecito, rinunciando a Satana, la macchina, travestirsi e girare anche su un elefante (si dice, a Palermo) ma più che altro a provare che cosa si prova – vengo anch’io – a camminare in mezzo alla strada, sui binari dei tram, a fare insomma tutto ciò che normalmente o è vietato o è folle fare. Era molto divertente perché tutto si viveva meno che uno spirito quaresimale: si facevano spaghettate domenicali, picnic sull’erba, tutti facevano l’amore dove capitava e tirava un’aria da giudizio universale ma divertente, e tutti giocavano a calcetto e colpivano finestre e saracinesche e statue decapitate, tutti si estasiavano dicendo senti come è bella quest’aria pulita senza i gas delle macchine e la puzza della nafta.

Tutti avevamo le tasche piene di gettoni telefonici e le cabine erano assediate e i telefoni non funzionavano e la gente prendeva a calci le maledette macchine, ma si giocava a flipper nei bar con quella pallina che schizzava e si faceva il tifo e c’erano un po’ di luci proibite, ma giusto il minimo indispensabile. Così era l’era dell’austerità Non c’era niente di austero, ma una gran voglia di vivere e di giocare a questo gioco del facciamo finta. Tutti facevamo finta e c’era questa rabbiosa libertà sessuale, questa spontaneità perfino ossessiva del finto ritorno a un’innocenza mai vista e bisogna tener conto che si usciva dal biennio sessantotto sessantanove quando era scoppiato il mondo del vecchio secolo ed era arrivato un nuovo Novecento ancora informe, ma avido di essere e di consumare.

Non durò molto: le restrizioni al traffico finirono nel mese di giugno del ’74, dunque erano durate sei mesi, non moltissimo ma abbastanza per lasciare un ricordo. Di ricordi, si sa, ognuno ha il suo. Ma l’immagine di insieme era quella di una nuova gioventù che faceva seguito a quella della vecchia contestazione sul modello tedesco e americano e che veniva su un’Italia ancora confusa e decisamente capace anche di violenza. Questo, oggi, ce lo siamo scordato. Allora, ai tempi delle domeniche dell’austerity, girava, era nell’aria, un clima di violenza imminente e immanente. C’era paura e sfrontatezza, fra tante biciclette e pallonate e canti e cori e padellate e schitarrate.

C’era anche una vena di disperazione, questo sì, ma appena una vena e anche lì, ognuno aveva la sua. Ci aspettavano anni terribili, non soltanto per il piombo e gli assassinati e le minacce e le fanfaronate. Ma perché c’era paura di guerra termonucleare, c’era rabbia confusa e tutto quel clima di disperata festosità sarebbe terminato solo con la fine degli anni Settanta, con gli anni fin troppo rilassati ma calorosi degli Ottanta, prima che tutto ricadesse nel nuovo turbine. Oggi il petrolio ti pagano se vai a portartelo via. Allora, era il sangue di Satana e costava più della libertà.