Il problema non è scegliere
Il sindaco firma il Tso ma non può anticipare la legge
C’è una frase che ritorna puntualmente dopo ogni fatto di cronaca. «Tutti sapevano e nessuno ha fatto niente». La si ascolta al bar, sui social, nei talk show. È una frase rassicurante, perché lascia intendere che qualcuno avrebbe potuto evitare tutto. Basta trovare il responsabile e il mondo torna a essere un posto ordinato. Poi fai il sindaco e scopri che le cose sono molto meno semplici. Ci sono persone che conosci da anni, che incontri al mercato, davanti alla chiesa o fuori dal municipio. Persone fragili, spesso sole, che attraversano momenti difficili. Nei piccoli Comuni i loro nomi li conoscono quasi tutti. Ed è proprio per questo che, quando succede qualcosa, la domanda arriva inevitabile: «Ma il sindaco dov’era?».
A dire il vero, il sindaco lo sa quasi sempre dov’è quella persona. Perché le telefonate arrivano molto prima degli atti ufficiali. «Sindaco, è di nuovo in piazza». «Sta urlando da solo». «È entrato al bar e sta dando in escandescenze». «Bisogna fare qualcosa». Quel “qualcosa”, naturalmente, coincide quasi sempre con il sindaco. Allora si prova a capire, si telefona ai servizi sociali, si avvisa il medico, si tiene monitorata la situazione. E, quando qualcuno suggerisce di chiamare la Polizia locale, sembra quasi di mobilitare un reparto speciale. Nei piccoli Comuni, invece, significa telefonare ai “nostri vigili”, quelli che al mattino regolano il traffico davanti alle scuole, a mezzogiorno rilevano un incidente e nel pomeriggio cercano il proprietario del cane scappato dal giardino. Anche loro conoscono quella persona. Spesso da anni.
Molti immaginano che il sindaco possa decidere un Trattamento sanitario obbligatorio con un colpo di penna. Come se bastasse una firma per ricoverare una persona contro la sua volontà. In realtà funziona diversamente. Prima servono due medici che, indipendentemente l’uno dall’altro, accertino la necessità del ricovero. Solo allora gli atti arrivano sulla scrivania del sindaco che, quale autorità sanitaria locale, firma un’ordinanza. Entro quarantotto ore sarà poi il Giudice tutelare a verificarne la correttezza. Il sindaco, insomma, non fa il medico e non fa il giudice. Non decide chi è malato e chi no. Si trova semplicemente nel punto in cui salute, sicurezza, libertà personale e responsabilità pubblica si incontrano. È una differenza enorme. Ma fuori dal municipio questa differenza la conoscono in pochi.
Sulla carta, il meccanismo sembra perfetto. Nella realtà, però, la vita è meno ordinata delle leggi. Può capitare che una persona rifiuti le cure senza che esistano ancora tutti i presupposti per un Tso. Può capitare che oggi stia bene e domani precipiti. Può capitare che i familiari percepiscano un pericolo che, giuridicamente, non è ancora sufficiente. Ci sono decisioni nelle quali il problema non è scegliere. È capire quando sia il momento giusto per farlo. Il sindaco, in mezzo a tutto questo, può ascoltare, accompagnare, cercare di tenere insieme i pezzi. Ma non può anticipare la legge, anche quando vorrebbe anticipare il problema.
Poi, se la cronaca prende il sopravvento, ritornano i titoli e con loro quella frase che sembra spiegare tutto: «Tutti sapevano». Forse è vero. Quello che quasi nessuno sa, però, è quanto sia sottile il confine tra intervenire troppo presto e farlo con un minuto di troppo. Il sindaco vive spesso proprio lì, su quel confine. E ogni volta spera che, se mai dovrà mettere quella firma, serva ad aprire una strada. Mai ad arrivare un giorno dopo.
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