Quando si scontrarono, vinse Lei. Forse era più brava? Ilda e Nino, Nino e Ilda. Non una coppia, no. Ma una coppia di fatto, questo sì. Per come se ne parla, per come porgono se stessi, ben convinti, ambedue, sia loro dovere spiegare al mondo “come sono” davvero. Perché il mondo intero non aspettava altro. Ilda Boccassini, dopo la pubblicazione del suo libro, si rivela a Enrico Mentana, che la presenta in uno speciale di La 7 come “figura particolare importante forte”. Nino Di Matteo si lascia intervistare in un libro di Saverio Lodato, che lo qualifica subito come “giudice”, e vien voglia di fermarsi solo per questo alla prima riga.

Un uomo una donna, non è solo il titolo di un drammatico film di Lelouch degli anni sessanta. È in questo caso il diverso sguardo con cui un uomo e una donna, due pubblici ministeri che il circo mediatico ha reso “eroi” , porgono se stessi. Eroi della lotta alla mafia in una guerra che non dovrebbe riguardare, se non indirettamente, la stessa magistratura requirente. Nessuno dei due è, o è stato, un secondo Giovanni Falcone. Ma sotto sotto sia Lei che Lui pensano di esserne la reincarnazione. Sarà per questo che tutti e due insistono sul concetto di dovere. Ho il “dovere” di far sapere a tutti chi è davvero Ilda, dice Boccassini. Ho sentito il «bisogno di testimoniare, di far conoscere lo stato d’animo di un magistrato che stenta a riconoscersi in un mondo dominato da logiche che non gli appartengono», rilancia Di Matteo. Certo, Lui non direbbe mai «mi sono messa nuda», come fa Lei. Che precisa: «Ho sentito il bisogno di raccontarmi per far capire chi è Ilda». Non nudo, Lui. Ma solo contro il mondo, questo sì. Il mondo che non gli piace, quello fatto dai “Nemici della Giustizia” (il titolo del libro di Lodato, edito da Rizzoli). Chi sono? I grandi criminali, va da sé, quasi inutile citarli. Perché i “nemici” sono soprattutto certi politici, certi uomini della finanza, certi imprenditori, persino certi magistrati.

Per Lei i nemici sono tutti quelli che sono stati contro “Giovanni”, e di conseguenza contro Ilda. «Ho giurato all’obitorio che nessuno avrebbe distrutto la sua immagine». Amore amicizia passione solidarietà rimpianto. Ma anche tanto autocompiacimento. Certo, se pensiamo all’immagine altera e un po’ arrogante che ha rappresentato Nino Di Matteo in tanti passaggi televisivi e nella forza della toga nel processo “Trattativa”, quello della sua finta vittoria, poi cestinata con l’assoluzione degli imputati nell’appello, Ilda Boccassini appare molto più sensibile, più “umana”, direbbe Fantozzi. Non quella esibizionista e maleducata che ci raccontano le cronache di chi la conosce e non la ama, ma quella che ha sacrificato la sua vita personale e anche l’amore per una passione più grande, quella per la giustizia. E qui le due figure finiscono con il combaciare. Di Matteo è l’uomo più scortato d’Italia, e anche questo è un groppo sacrificio. Ma ce l’ha un po’ con tutti.

Con le correnti della magistratura, con i capi delle procure che creano i propri cerchi magici cui elargiscono prebende e promozioni, con il carrierismo e le carriere. Parla da “puro”, come se lui e lui solo avesse meritato i vari incarichi del suo percorso, quelli avuti e quelli che gli sono stati negati, come il ruolo di vertice del Dap, prima promesso e poi sottratto da parte dell’ex ministro Alfonso Bonafede. Lui non fa sconti, lancia il sospetto che qualcuno, i soliti poteri forti, i soliti politici corrotti, voglia usare questo momento difficile della magistratura per assoggettarla all’esecutivo. Magari attraverso i quesiti del referendum proposto dai radicali e dalla Lega. Gli argomenti sono i soliti, i più banali: il pm deve mantenere la “cultura della giurisdizione” (come nel processo Eni?), la responsabilità civile dei magistrati ne condizionerebbe l’autonomia, soprattutto dai ricchi e potenti, eccetera. Non parliamo poi della riforma Cartabia, addirittura incostituzionale, di cui non vede la parte più innovativa, ma solo quella che impedisce l’eterna durata dei processi.

Anche Ilda Boccassini ce l’ha con tanti. Per esempio con quelli che avevano criticato Giovanni perché era andato a lavorare con il guardasigilli Claudio Martelli, e poi avevano fatto la fila per poter andare anche loro a infrattarsi in qualche ministero. Sottinteso: io non l’ho fatto e mai avrei potuto avere quel tipo di aspirazione. Anzi: io gli ipocriti li ho ben bacchettati. Come dimenticare, e infatti Mentana non lo dimentica, quel giorno, quarantotto ore dopo l’uccisione di Falcone, Morvillo e gli uomini della scorta? Quell’immagine di Ilda vestita di scuro, quasi una vedova, nell’aula magna del tribunale di Milano a lanciare il suo j’accuse contro tutti i colleghi (di sinistra, in particolare) che avevano lasciato solo Giovanni? Lo specchio della storia, per come lei la ricostruisce, le rimanda la sua immagine, perché ancora una volta sta parlando di sé, coinvolta nel mito del bravo magistrato che aveva saputo capire che cosa era la mafia.

Lei che arriva all’aula magna dalla sala accanto, quella dove era stata emessa la sentenza del processo “Duomo connection”. Dove Lei aveva rappresentato l’accusa e aveva ottenuto le condanne, suggerisce Mentana. E lei non lo smentisce pur sapendo che quel giorno aveva segnato una sua clamorosa sconfitta, dopo che per mesi il circo mediatico aveva tuonato “le mani della mafia su Palazzo Marino”, me lei non era riuscita a incastrare nessun politico. E quello che avrebbe dovuto essere il primo processo di mafia a Milano era stato derubricato alla condanna di un paio di piccoli avventurieri-spacciatori. Le parole con cui Di Matteo liquida il “processo trattativa” sono speculari e altrettanto autocelebrative. Il concetto di sconfitta non fa parte del suo vocabolario. Lui è orgoglioso e fiero di aver messo a disposizione della storia fatti importanti, perché tutti devono sapere quale era il piano della mafia negli anni novanta, dice con sussiego. Certo, tralasciare il fatto, stabilito in sentenza, che nessun uomo dello Stato ha ceduto alla mafia né ha commesso alcun reato ti può far sentire un vincente anche quando dovrebbe bruciare sulla tua pelle il fatto di aver perso la partita. Se ti senti un “eroe”. Se ti dicono che lo sei. Se fanno un libro per celebrarti.

Un po’ quel che succede anche a Ilda quando si parla di Berlusconi e del processo Ruby. Lei si sentiva “una piccola donna” che doveva rappresentare lo Stato e il principio dell’uguaglianza per tutti della legge, contro uno che si difendeva “dal” processo. Solita tiritera. Ma resta il fatto che anche lei ha perso quando Berlusconi è stato assolto in via definitiva. C’è stata però una volta in cui Ilda ha vinto. Quando ha battuto Nino, sulla vicenda Scarantino, il piccolo truffatore palermitano che qualcuno voleva trasformare in “pentito” a suon di botte e torture nel carcere di Pianosa. Di Matteo e gli altri pm del processo Borsellino gli avevano creduto e avevano contribuito a fare arrestare gli innocenti. Solo Boccassini aveva fiutato l’imbroglio. Quella volta Ilda e Nino combattevano su fronti opposti e ha vinto lei. Forse era più brava?

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Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.