È finita. La Trattativa non c’è stata. Scarpinato e Travaglio hanno perso. Lo aveva detto nella prima seduta il presidente della corte d’assise d’appello Angelo Pellino: «Non faremo processi alla storia». Così è stato, e ci è voluto anche un bel po’ di coraggio, visto il clima giudiziario-politico e anche giornalistico. Assolti i vertici del Ros, assolto Dell’Utri. Ma ci sono voluti 30 anni per liberare Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni e il senatore Dell’Utri, oltre a Calogero Mannino e Nicola Mancino, già assolti precedentemente, dall’infamia di esser stati collusi con la mafia. Si, perché trent’anni sono passati da quel 1992 in cui tutto sarebbe cominciato secondo la squadra dei pm “antimafia”. Trent’anni in cui Silvio Berlusconi, che pure in questo processo avrebbe dovuto essere parte lesa, ma che sulla bocca dei procuratori veniva sempre trattato con sospetto, è stato il perseguitato politico numero uno, che ha trascinato con sé involontariamente anche Dell’Utri e che avrebbe dovuto, in caso di condanne in questo processo, essere il boccone ghiotto per i prossimi giorni.

Ma da ieri è finita la rilettura della storia d’Italia come storia criminale e mafiosa della politica. Quella storiografia cui hanno lavorato, insieme a un pezzo significativo della magistratura, i principali quotidiani capeggiati da intere generazioni di cronisti giudiziari e inviati accovacciati sotto le toghe dei procuratori e il principale loro sostenitore, il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio. Se ragionassimo con lo stesso metro di misura di Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, dovremmo dire che sono stati loro, i pubblici ministeri, a ordire un complotto contro lo Stato. Contro quel Mario Mori che fu il braccio destro di Falcone, contro Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, sospettati di collusione con la mafia sulla base di parole vendute da qualche “pentito” e cianfrusaglie uscite dalla bocca del testimone più farlocco della storia. Quel Massimo Ciancimino che è stato già condannato per calunnia, mentre il falso “papello” di Totò Riina finiva nel cestino di altri giudici. Contro Marcello Dell’Utri, che avrebbe trasmesso al governo Berlusconi del 1994 le minacce dei boss che chiedevano aiuto per i mafiosi in carcere in regime di 41 bis. La storia di quel periodo dice però che il governo di centrodestra il 41 bis lo aveva inasprito e addirittura trasformato da provvedimento emergenziale e provvisorio a definitivo. Berlusconi avrebbe favorito la mafia con il decreto Biondi (e qui verrebbe da ridere), un provvedimento sulla custodia cautelare che non riguardava affatto la mafia, e che fu ritirato dopo la sceneggiata televisiva degli uomini del pool Mani Pulite. E che Travaglio ha trasformato da “salvaladri” a “salvamafia”. Così, tanto per dare una mano al processo.

La “storia criminale” dei magistrati storiografi comincia dopo la sentenza della cassazione nel maxiprocesso voluto da Giovanni Falcone con le condanne dei boss dei corleonesi e la conferma degli ergastoli. La reazione di Cosa Nostra non si era fatta attendere, con l’omicidio di Salvo Lima, potente democristiano di Sicilia. I boss erano in gran parte latitanti, e questo era un punto debole della lotta dello Stato contro la mafia e anche delle sentenze, compresa quella del maxiprocesso. I due governi di quello scorcio di fine della Seconda repubblica erano fragilissimi, e così il Parlamento, decimato dalle inchieste di tangentopoli. Era scattata la più feroce repressione con la riapertura delle carceri speciali di Pianosa e Asinara, le botte e le torture, quelle che portarono alla costruzione del falso pentito Scarantino, mentre la mafia uccideva Falcone e Borsellino. Carceri speciali e 41 bis, lo Stato non aveva saputo fare altro, in quei momenti.

Qualcuno, i carabinieri del Ros, si era però attivato per arrivare alla cattura di Totò Riina, cercando di usare l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino come cavallo di Troia. Normale, o forse eccezionale, in quel periodo, attività investigativa, come riconosciuto dai giudici che hanno assolto Calogero Mannino. Ma proprio su di lui si sono concentrati a un certo punto, non si sa perché, i sospetti degli inquisitori palermitani. Forse perché è siciliano, o perché democristiano, o perché, avendo sempre combattuto la mafia, poteva essere una vittima predestinata? Fatto sta che una semplice attività investigativa è stata trasformata in minaccia contro lo Stato. La famosa “Trattativa”. La mafia avrebbe usato i politici (un Mannino terrorizzato dalla paura di essere ucciso) e i carabinieri per avere riforme che attenuassero il regime speciale del 41 bis o addirittura scarcerassero qualche mafioso. In cambio avrebbero cessato le stragi. Poiché però nulla di tutto ciò si è verificato –le bombe non sono cessate, le riforme o le scarcerazioni non sono avvenute- in che cosa concretamente è consistita la famosa trattativa? In niente.

Pure, in tutti questi anni, a partire dal 2008 quando Massimo Ciancimino è diventato un’icona antimafia, ci sono stati pubblici ministeri e gip e l’intera corte d’assise di Palermo del processo di primo grado che ha condannato a 12 e 8 anni di carcere gli imputati, che a quella favola hanno creduto. La favola della trattativa. Che poi è diventata complotto e minaccia: Mannino e i carabinieri contro i governi Ciampi e Amato, Dell’Utri contro quello presieduto dal suo amico Berlusconi. C’è da chiedersi perché questi pubblici ministeri si siano così intestarditi. Pura ricerca di potere e visibilità? Megalomania di voler riscrivere la storia a proprio piacimento? Odio politico? Qualcosa è scattato nella loro fantasia, dal momento che ci hanno lavorato per un bel po’ di anni. Se si considera anche l’operazione “Oceano”, che puntava diritta contro Silvio Berlusconi e di cui non c’è memoria (tranne che negli archivi della Dia), tre erano stati i tentativi falliti dei pubblici ministeri siciliani “antimafia” nei confronti del potere politico, prima di riuscire ad arrivare a un processo.

Stiamo parlando di un’attività politico-giudiziaria durata circa 25 anni. Dopo “Oceano” ecco infatti “Sistemi criminali” -siamo nel 1998- un polpettone che metteva insieme tutte le stragi, da Bologna a Via D’Amelio, ipotizzando l’esistenza di una sorta di spectre composta da massoni, piduisti, imprenditori, politici, terroristi, e un deus ex machina che puntava alla destabilizzazione a suon di bombe. L’ipotesi era così strampalata che l’inchiesta finì archiviata. Ma erano passati solo due anni quando appare all’orizzonte il famoso “papello” con le richieste di Totò Riina allo Stato per far cessare le stragi. Siamo nel 2000, ma anche questa inchiesta avrà lo sguardo volto all’indietro di 30 anni, al fatidico anno 1992 in cui tutto successe in Italia: tangentopoli al nord e antimafia militante al sud. Il papello si rivelerà un falso, ma il teorema resisterà nelle testa dei pm e verrà rispolverato in seguito, nonostante l’archiviazione anche di questa inchiesta nel 2004.

Il problema era che non si riusciva mai a dare un nome e un volto al famoso deus ex machina, il politico che rappresentasse quel terzo livello in cui Giovanni Falcone non aveva mai creduto. Ci penserà Massimo Ciancimino, il figlio minore di don Vito, che si rivelerà il teste meno attendibile della storia giudiziaria italiana e che verrà poi condannato per calunnia (mentre il famoso “papello” sarà dichiarato un falso), ma che diventerà il pilastro –siamo ormai arrivati al 2008- del “processo Trattativa”. Che, un passo alla volta, è arrivato fino al 2021. In un clima finalmente cambiato. In cui i giudici sono finalmente liberi. In cui un presidente può dichiarare di non voler riscrivere né giudicare la storia. E può liberare uomini valorosi come gli ex vertici del Ros e una persona per bene come Marcello Dell’Utri da una tortura che sarebbe diventata pena di morte in caso di condanna. È finita. Finalmente è finita.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.