Come un torrente carsico, la questione dell’opportunità del voto segreto, e quindi di una sua eventuale riforma, puntualmente riaffiora sul terreno del dibattito politico-istituzionale. Ciò a riprova di come, a distanza di più di trent’anni dalla riforma che nel 1988 ne ha sensibilmente ristretto l’ambito di applicazione, essa continui a costituire nel nostro Parlamento, a differenza di altri, un problema ancora aperto, destinato inesorabilmente a riacutizzarsi nei momenti di maggiore tensione tra le forze politiche, come puntualmente accaduto martedì scorso a seguito della bocciatura del ddl Zan.

Solo apparentemente quella del voto segreto è questione procedurale. In realtà essa è eminentemente politica, non foss’altro per l’ovvia considerazione che il come votare determina talora l’esito del voto. Il che spiega, peraltro, perché il voto segreto è sempre strumentalmente difeso dall’opposizione, che vi vede un’arma per far emergere le divisioni all’interno della maggioranza e, per i motivi opposti, osteggiato dalla maggioranza. Ma la questione del voto segreto è frutto anche di visioni costituzionali contrapposte. L’alternativa tra voto segreto e voto palese riflette, infatti, la perenne tensione tra la libertà di mandato del parlamentare quale “rappresentante della Nazione” (art. 67 Cost.) e, di contro, il suo essere responsabile dinanzi agli elettori che, nell’esercitare la loro sovranità (art. 1 Cost.), lo hanno eletto perché candidatosi per un certo partito (art. 49 Cost.).

Si tratta dunque di bilanciare queste opposte concezioni, cercando di contemperare libertà e responsabilità dell’eletto nei confronti degli elettori e del partito, nel quadro peraltro di una forma di governo parlamentare che si basa sulla stabilità del rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo. In quest’ottica, prima del 1988 tale bilanciamento si risolveva a favore della libertà del parlamentare. Il voto segreto era la regola e quello palese l’eccezione, riservato quasi esclusivamente alle votazioni finanziarie. Il risultato però era l’instabilità di governi esposti alle imboscate parlamentari tese grazia al voto segreto dai c.d. franchi tiratori, fino al punto talora da essere costretti alle dimissioni (nonostante l’art. 94 prevede per la sfiducia il voto per appello nominale). Esemplare riprova dei rilevanti effetti del voto segreto sulla dinamica della forma di governo.

Nel 1988, furono Craxi e De Mita ad imporre ad una maggioranza recalcitrante la riforma (epocale!) dei regolamenti parlamentari. Da allora, infatti, il voto palese da eccezione è divenuto regola, mentre il voto segreto è obbligatorio solo sulle votazioni riguardanti persone e le elezioni, mentre è facoltativo – salvo alcune differenze tra le due camere (tra cui quella rilevante della legge elettorale) – su quelle materie che si è voluto lasciare alla libertà di coscienza del parlamentare: i diritti civili; i diritti politici; le tutele giurisdizionali; la famiglia; le minoranze linguistiche. Da allora tale bilanciamento ha sostanzialmente tenuto, anche se – come detto – non sono mancati momenti di forte contrasto circa l’applicazione che i Presidenti delle camere hanno dato a tale disciplina in alcuni casi specifici, politicamente rilevanti (uno fra tutti, il voto palese anziché segreto sulla decadenza dal mandato parlamentare di Berlusconi).

Le polemiche di questi giorni sul ricorso al voto segreto non sono dunque nuove, epperò, per tutto quanto finora detto, dovrebbero farsi carico del fatto che qualunque intervento volto a restringere ulteriormente i casi di richiesta del voto segreto, se non addirittura ad abolirlo totalmente (salvo in caso di elezioni), dovrebbe tenere conto del contesto in cui simili proposte si andrebbero ad inserire e dei loro probabili effetti, in conseguenza proprio della rilevanza non solo procedurale ma politico-costituzionale del tema. Detto più chiaramente: un intervento riformatore in tal senso dovrebbe preliminarmente porsi il problema di come garantire la democrazia all’interno dei partiti e dei corrispondenti gruppi parlamentari affinché le posizioni politiche assunte, al cui rispetto i parlamentari per disciplina interna sono tenuti, siano frutto di una discussione interna collegiale, in cui cioè i singoli parlamentari siano stati effettivamente in grado di esprimere i propri orientamenti e presentare le proprie proposte, anziché essere frutto di diktat imposti dall’alto dagli attuali partiti personali e leaderistici.

Da questo punto di vista quindi la questione del voto segreto è un filo tirando il quale ne vengono fuori altre, ancora più complesse e rilevanti: il rapporto tra elettori-partito-eletto, la modalità di selezione delle candidature (ogni riferimento alle liste bloccate è puramente voluto), la democraticità delle procedure decisionali interne. Il tutto senza dimenticare che dalla prossima legislatura la riduzione del numero dei parlamentari potrebbe rendere ancor più rigido e vincolante il controllo del partito sui suoi deputati e senatori. Restringere o abrogare il voto segreto senza contestualmente tenere conto degli effetti che si produrrebbero sull’esercizio della rappresentanza politica del singolo parlamentare potrebbe essere allora soluzione peggiore del male che si intende così curare.