Sono portatrici di bagagli esperienziali originali e trasversali. Parlano più lingue, conoscono culture diverse. Spesso hanno dovuto fronteggiare enormi difficoltà per raggiungere una opportunità di salvezza. Le donne migranti rappresentano una potenzialità per i paesi ospitanti che spesso viene sottostimata. Anche a causa di un modello che ne prevede l’integrazione quasi esclusivamente su posizioni lavorative di basso profilo. In una prospettiva miope ed inefficiente, non centrata sulla valorizzazione delle capacità e della potenziale creazione di reddito di cui lo stesso paese ospitante potrebbe beneficiare.

L’Italia è un fulgido esempio di questo modello di inclusione lavorativa delle donne migranti, il cui potenziale produttivo viene nella maggior parte dei casi limitato alla fornitura di servizi (molto spesso, di cura) o comunque di lavori caratterizzati da una bassa remunerazione e da scarse o nulle garanzie. Sotto un profilo di equilibrio macroeconomico generale, per il nostro paese significa produrre in sottoutilizzo delle risorse disponibili. Detto in altri termini, se opportunamente valorizzate, le donne migranti potrebbero contribuire in maniera più consistente e sistematica alla creazione di ricchezza del nostro Paese, ovvero alla tanto agognata crescita del Prodotto Interno Lordo. Anche se, come abbiamo già osservato, questo per il nostro Paese è un discorso che si può estendere alle donne in generale, le quali, anche per assenza di adeguati servizi pubblici di assistenza, in primo luogo a bambine e bambini ed anziane ed anziani, spesso non sono messe in condizione di far esplodere il proprio pieno potenziale produttivo, anche sotto il profilo della creazione di impresa. Lo confermano gli studi dell’OCSE: molte donne scelgono di fondare una propria impresa proprio perché non vengono domandate dal mercato del lavoro, ovvero non per opportunità, ma per necessità.

Ed è quanto avviene anche alle donne migranti: nel corso degli ultimi anni, il volume delle loro imprese ha mostrato una tendenza di crescita pressoché costante (con l’eccezione prevedibile del 2019), arrivando a rappresentare il 24% delle imprese guidate da persone straniere. E ricordiamo che, nel nostro Paese, una impresa su dieci è straniera. In valori assoluti, parliamo di oltre 630.000 aziende, stando ai dati di Unioncamere. Secondo il Rapporto Censis “La mappa dell’imprenditoria immigrata in Italia”, il numero delle imprenditrici straniere negli ultimi otto anni è infatti aumentato di oltre il 40%, mentre le imprese maschili create dai migranti sono cresciute di meno del 32%. Un ulteriore dato interessante è relativo alla provenienza delle imprenditrici migranti: nel Rapporto, si evidenzia come il tasso di crescita delle imprese create nel nostro paese da donne extracomunitarie sia vicino al 47% (e quindi superi quello delle imprenditrici comunitarie).

Vi è un ulteriore fattore che può essere utile sottolineare, anche alla luce della consapevolezza sul fatto che la creazione di impresa per le donne nel nostro paese, che siano migranti o meno, spesso si configura come una reazione ad un sistema produttivo che non le valorizza ma che anzi le mortifica relegandole alla fornitura gratuita di servizi di cura non retribuiti (che invece dovrebbero essere a carico dello Stato). Infatti, si potrebbe pensare che siano solo le regioni storicamente più vivaci sotto un profilo imprenditoriale a determinare quel substrato favorevole alla creazione di impresa quelle nelle quali si concentra anche l’imprenditoria femminile migrante (pensiamo, come sempre, alle regioni del Nord Italia e, particolarmente, del Nord Est). Ma in realtà, il Rapporto Idos 2017 mostra che le imprese guidate da donne straniere sono collocate territorialmente anche nell’Italia meridionale. Ad esempio, in Campania, dove se ne registrano 9.700 nel 2016 o anche in Sicilia, dove ne sono state registrate oltre 7.000.

Cosa fare, dunque, anche in vista dell’arrivo di nuovi flussi di donne migranti e rifugiate? È necessario creare le condizioni perché queste persone che faranno ingresso in Italia siano in grado di contribuire come possono e vogliono alla creazione di ricchezza per se stesse, per le proprie famiglie e quindi per l’intero Paese (che ne ha, com’è tristemente noto, grande necessità). Ed allontanarsi in questo modo dalla diffusione semplicistica di una concezione delle migranti come un peso per il paese, trasformandole invece in opportunità reale di inclusione e produzione di reddito.

Caso ha voluto che, proprio mentre scrivevo questo articolo, mi sono trovata ad ascoltare gli interventi di Cecilia Strada e di Gherardo Colombo al Festival della TV e dei nuovi media a Dogliani, in provincia di Cuneo. E proprio Colombo ha sottolineato una indiscutibile verità, ovvero che nel nostro Paese non vogliamo vedere i migranti, che preferiamo nasconderli ai nostri occhi. Ma che in questo modo perdiamo una serie di opportunità. Perché, “se svalutiamo gli altri, alla fine svalutiamo noi stessi”.