Padri, mogli, fratelli, suoceri, amici e vicini di casa. Non era difficile profetizzare, dopo la retata del 19 dicembre e dopo il siluro del Fatto quotidiano al candidato cinquestelle, che in Calabria si sarebbe aperta la caccia mediatico-giudiziaria a un’intera classe politica. Anche tramite i parenti (non si sa fino a quale grado) dei candidati. Non si guarda in faccia a nessuno, nessun partito, con sprezzo del pericolo. Ha provveduto l’Espresso che, pur sempre meno agguerrito, ha dedicato quindici pagine alla Calabria, naturalmente intitolandole alla ‘ndrangheta, in vista delle elezioni del prossimo 26 gennaio.

E lo strano è che ormai, come ci dicono e scrivono ogni giorno tanti improvvisati storiografi a supporto delle inchieste giudiziarie, questa forma di criminalità si sarebbe trasferita al nord, fino alla punta estrema della Val d’Aosta. Pure non si può nominare la Calabria senza identificarla con la ‘ndrangheta. La tentazione è sempre forte.

Nella campagna elettorale per l’Emilia, la regione gemella nell’appuntamento del 26, si parla di buona o cattiva amministrazione, di risultati da collegare solo a questioni locali o a problemi politici nazionali, di programmi. Addirittura del Salvini di turno da esorcizzare. Al massimo, se proprio vogliamo andare sul piano giudiziario, di Bibbiano e di bambini sottratti alle famiglie naturali. Non si criminalizzano i parenti dei candidati, e neanche si dice che, se una lista è “pulita”, non è perché è composta di persone per bene, ma perché «…la vittoria appare sicura e i poteri occulti preferiscono presentare le loro richieste a giunta fatta».

In Calabria invece è così. E questo è il messaggio per Jole Santelli, candidata al ruolo di governatore del centrodestra, rispetto alla quale, evidentemente, il grande circo giudiziario e mediatico non è riuscito a trovare parenti né vicini di casa che possano gettare ombre. Quindi ci si prepara al “dopo”.

Non sono così fortunati gli uomini del Pd. Citiamo in modo anonimo gli esempi che l’Espresso sciorina con nomi e cognomi, risparmiando solo la riproduzione delle impronte digitali.
C’è un candidato che ha il torto di essere figlio di un altro che è stato sindaco ai tempi del “boia chi molla” e che ha un fratello indagato. Un’altra ha il padre condannato. Poi ce ne è uno che addirittura è considerato “vicino” a persona coinvolta nell’inchiesta sui rimborsi ai consiglieri regionali.