Vi sono due aspetti rilevanti nell’ultimo dato sull’inflazione in Italia, che per il mese di maggio è pari al 7,6% su base annua. Quale giudizio dare su questo dato? Un elemento è positivo e consiste nel fatto l’inflazione è tornato al livello di marzo, dopo il sorprendente 8,3% di aprile. Dall’altro lato, l’aspetto negativo sta nel fatto che l’inflazione italiana è leggermente superiore all’inflazione complessiva nell’eurozona che è stata pari al 7,1%. Non dobbiamo stupirci della variazione da un mese all’altro: quando l’inflazione è particolarmente elevata la sua volatilità è in maniera simile elevata, cioè la sua variazione nel tempo, ma anche nello spazio, risulta forte: dunque questa stessa variabilità lascia spazio sia al tirare un sospiro di sollievo (il picco di aprile è passato) che al manifestare una certa preoccupazione (facciamo peggio del resto dell’eurozona).

Si tenga però presente che una dinamica dei prezzi più forte in Italia che negli altri paesi dell’Unione Europea è un elemento strutturale, cioè una caratteristica di medio-lungo termine dell’economia italiana. Secondo una famosa analisi empirica degli economisti Calmfors e Driffill, risalente al 1988, un aspetto rilevante del mercato del lavoro italiano e di altri paesi sviluppati è la contrattazione salariale che non avviene a livello nazionale, ma a livello di singolo settore industriale, cosicché è meno facile arrivare a un saggio coordinamento che evita una dinamica esplosiva -o comunque eccessiva- di prezzi e salari.

Alla faccia di chi ogni volta vuole rivoluzionare l’economia politica introducendo una nuova teoria che spieghi nuovi fatti (forse perché il concetto di “rivoluzione” suona più allettante rispetto dell’analisi veridica dei fenomeni economici) banalmente ritornano a essere rilevanti i modelli e i ragionamenti adatti a un periodo di inflazione alta o altissima dopo essere rimasti nel polveroso dimenticatoio dei decenni contraddistinti da un’inflazione prossima allo zero. Perché mai dovrebbe essere vero che una sola unica teoria sia in grado di descrivere tutte le fasi e i processi dell’economia, per cui bisogna credergli senza dubbio alcuno, come a una fede religiosa? Piccolo ricordo autobiograficamente dialettico a ciò: il mio professore di econometria Carlo Giannini -a chi gli domandava se credesse a questo o quell’altro modello econometrico- era solito ribattere ridacchiando: “Tu chiederesti a un falegname se crede ai cacciaviti?”.

I modelli economici sono strumenti per analizzare la realtà e fare previsioni sul futuro, e dunque diverse situazioni potrebbero richiedere diversi modelli, ma senza l’obbligo di inventare ogni volta di nuovi, quando i vecchi cacciaviti funzionano benone. Tornando al tema iniziale, è ovvio che la discussione si incentri sul ruolo giocato dall’offerta (i prezzi salgono se le fonti energetiche come il gas crescono repentinamente) e dalla domanda (i prezzi salgono perché la volontà di comprare in abbondanza si scontra con una produzione e una produttività insufficienti), e anche qui non si sta inventando nulla di nuovo, ma semplicemente il dibattito si accende e si scalda intorno alla diversa rilevanza di queste due spiegazioni nel caso degli USA e dell’eurozona. Ma un tema cruciale dovrebbe tornare alla ribalta e invece misteriosamente latita: la concorrenza tra imprese, come meccanismo capace di moderare la crescita dei prezzi.

Qui la microeconomia spicca nella sua radiosa e banale capacità di cogliere in maniera intuitiva l’essenza dei fenomeni: l’impresa x avrà minor voglia di alzare i prezzi se molte altre imprese sono pronte a sottrarle quote di mercato fissando prezzi più bassi (o che crescono di meno). Basta avere molte imprese per ottenere il risultato? Non necessariamente, ma l’Autorità Antitrust serve esattamente a questo: evitare (anche) intese collusive che riducono gli effetti benefici della concorrenza a vantaggio dei consumatori.

Riccardo Puglisi

Autore