Il dibattito dopo la bassa posizione di classifica italiana
Intelligence oltre i Servizi: la vera sfida è costruire una cultura della sicurezza
Significa elevare sia il pensiero critico sia la qualità delle decisioni pubbliche aiutando le democrazie ad affrontare le sconvolgenti metamorfosi in corso
Una particolare graduatoria dei Servizi europei, pubblicata dal settimanale francese L’Express, ha suscitato un vivace dibattito nel nostro Paese. In questa particolare classifica, l’Intelligence italiana è stata collocata al quindicesimo posto su ventuno. È evidente che in un ambito del genere sia molto discutibile effettuare valutazioni, trattandosi del settore più sensibile delle istituzioni: per tutti, infatti, l’Intelligence rappresenta «il cuore dello Stato». A corredo della posizione italiana compare il giudizio di un ex ufficiale della CIA, secondo cui il nostro Paese sarebbe privo di una «cultura dell’Intelligence».
Personalmente ritengo questa osservazione non tanto una critica, quanto uno stimolo a fare ancora meglio. E ciò a partire dall’università e dal sistema mediatico, affinché lo studio e la narrazione di questo fondamentale comparto agevolino la sicurezza nazionale, che è la premessa per l’esercizio di ogni diritto. Per capire di cosa parliamo occorre sempre muovere dalle parole. Con il termine Intelligence indichiamo tre aspetti differenti: un apparato dello Stato (i cosiddetti Servizi segreti); un metodo di elaborazione delle informazioni che ciascuno di noi utilizza per decidere; il complesso di queste funzioni, ossia la raccolta, l’analisi e l’impiego dei dati.
Dal mio punto di vista, l’Intelligence è una necessità sociale: aiuta le persone a difendersi dall’emergenza educativa e democratica della disinformazione; consente alle imprese di affrontare una globalizzazione che accentua le disuguaglianze culturali e territoriali; sostiene infine gli Stati nel garantire benessere e sicurezza ai cittadini. Appunto per questo, diffondere la cultura dell’Intelligence significa elevare sia il pensiero critico sia la qualità delle decisioni pubbliche, aiutando le democrazie ad affrontare le sconvolgenti metamorfosi del XXI secolo. Nel 2007, all’Università della Calabria, è stato avviato il primo Master in Intelligence del Paese. Tirando le somme a distanza di quasi vent’anni, sono stati specializzati oltre trecento laureati, molti dei quali provenienti dalle forze di polizia. Ponendo come fondamento il tema della sicurezza nazionale, si è contribuito a formare classe dirigente, risorsa prioritaria per i sistemi di governo, poiché ogni istituzione è efficiente in base a chi la dirige e la rappresenta.
Ritengo che l’esperienza calabrese, ispirata da un grande uomo di Stato come Francesco Cossiga, sia stata di utilità per il Paese, come hanno poi confermato le crescenti iniziative che si stanno sviluppando in Italia, negli atenei e al di fuori di essi. Anche queste attività hanno contribuito a modificare la percezione dei Servizi nell’opinione pubblica. Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes registra infatti nei confronti dell’Intelligence un livello di fiducia superiore a quello riservato ai partiti e al Governo. Posso inoltre anticipare i dati di una ricerca indipendente commissionata dalla Società Italiana di Intelligence, che verrà presentata prossimamente, dedicata alla narrazione che i media d’élite nazionali riservano al settore. Dai primi risultati sembrerebbe emergere una rappresentazione articolata: una parte della narrazione è positiva, soprattutto in televisione; una quota molto più ampia è invece critica; tuttavia prevale, in misura larghissima, un approccio neutrale. Vi sono dunque notevoli margini per far comprendere in modo adeguato l’importanza strategica dell’Intelligence, investendo nella diffusione della sua cultura. Di conseguenza, tra formazione accademica e formazione istituzionale dovrebbe esserci un legame strettissimo. Non a caso, quello che viene considerato il primo Servizio moderno, costituito nell’Inghilterra del Cinquecento da sir Francis Walsingham, prevedeva il reclutamento di operatori nelle università di Oxford e Cambridge: una consuetudine che prosegue tuttora.
Tanto più che gli ambiti da presidiare sono aumentati a dismisura. Oltre alle minacce tradizionali, tra le quali oggi rientrano a pieno titolo quelle del cyberspazio, vi è una serie di settori critici: il passaggio generazionale delle aziende strategiche, la guerra climatica, gli insediamenti umani nello spazio, la fondamentale «guerra normativa», il controllo della mente, lo studio del futuro, l’analisi delle infrastrutture dual use, la qualità dell’istruzione, che rappresenta una dimensione della sicurezza. Si tratta di ambiti decisivi che vanno ad aggiungersi a quelli storicamente noti. Un aspetto su cui soffermare l’attenzione è il rapporto strutturale tra la cultura dell’Intelligence e la qualità della classe dirigente. L’apparato informativo dello Stato è, in tutto il mondo, al servizio dei Governi. Pertanto, la preparazione dei decisori pubblici è fondamentale, poiché spetta a loro indirizzare il lavoro dei Servizi e utilizzarne gli esiti. Un ex ufficiale della CIA, Robert David Steele, ricordava anni fa che una buona Intelligence non serve in presenza di una cattiva politica, così come una cattiva Intelligence non può sostenere una buona politica.
Per il primo caso basti pensare alle valutazioni pessimistiche della CIA sull’invasione dell’Afghanistan e successivamente ai dispacci dell’Intelligence resi noti da WikiLeaks in cui si dimostrava il fallimento dell’invasione. Per il secondo, giova ricordare le false valutazioni dell’Intelligence britannica utilizzate per sostenere la giustificazione dell’intervento in Iraq nel 2003, anche se non si potrebbe sostenere con certezza che in quel caso fossimo in presenza di una buona politica. Di sicuro di una cattiva Intelligence. Nel nostro Paese, negli ultimi anni, la cultura della sicurezza si è notevolmente ampliata, grazie anche alla legge di riforma del comparto del 2007 che cita esplicitamente questo obiettivo. In tale quadro si inserisce la VI Università d’Estate sull’Intelligence, in programma a Soveria Mannelli (Catanzaro) dal 3 al 5 settembre 2026, dal tema «Abitare il futuro». Parteciperanno un centinaio di studenti da tutta Italia con lezioni, tra gli altri, del Direttore Generale del DIS Vittorio Rizzi, del Presidente del COPASIR Lorenzo Guerini e del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma Giuseppe Amato. L’obiettivo è promuovere un confronto ad ampio raggio tra rappresentanti delle istituzioni e studiosi su grandi temi del nostro tempo: dai rapporti tra Intelligence e magistratura alla passione per il futuro, dall’energia all’intelligenza artificiale per concludere con la cultura della sicurezza.
Un’occasione di studio e riflessione per rafforzare quella cultura dell’Intelligence che rappresenta uno degli strumenti più efficaci per la difesa delle democrazie. Se la classifica di L’Express avrà avuto almeno il merito di rilanciare il dibattito sulla cultura dell’Intelligence, allora avrà prodotto un risultato utile. Perché la vera sfida non è occupare una posizione migliore in una graduatoria, ma costruire una società più consapevole del valore strategico dell’Intelligence.
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