Senza memoria non c’è futuro. Per questo la memoria va coltivata, difesa dai seminatori di odio e dall’oblio. Il Giorno della Memoria, il 27 gennaio, serve a questo. Ma una memoria coltivata non può essere una memoria “dimezzata”. Soprattutto quando si tocca la pagina più terrificante della storia dell’umanità: l’Olocausto. Di quella storia fa parte un popolo dimenticato: il popolo Rom. Durante il regime nazista, le autorità tedesche sottoposero i Rom all’internamento, al lavoro forzato, e, infine, allo sterminio. Le autorità tedesche, inoltre, assassinarono decine di migliaia di Rom nei territori che l’esercito aveva occupato in Unione Sovietica e in Serbia, insieme ad altre migliaia nei centri di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Chelmo, Belzec, Sobibor e Treblinka.

Le SS e le forze di polizia deportarono i Rom nei campi di concentramento di Bergen-Belsen, Sachsenhausen, Buchenwald, Dachua, Mauthausen, e Ravensbrück. Infine, sia nella cosiddetta Grande Germania che nel Governatorato Generale (cioè quella parte di Polonia occupata dai Tedeschi ma non ufficialmente annessa alla Germania) le autorità civili tedesche rinchiusero molti Zingari nei campi che erano stati creati per il lavoro forzato: i Zigeunerlager. I Rom e Sinti che persero la vita nei lager nazisti furono più di 500mila. Di questo genocidio colpevolmente “dimenticato”, Il Riformista ne parla con Dijana Pavlovic.

Lei si racconta così: «Sono nata in Serbia nel 1976 in una bellissima famiglia Rom. Quando avevo 7 anni la mia compagna di classe dopo che avevo preso dieci e lode in matematica mi ha detto: “Tanto sei una zingara e tale sarai per tutta la vita, non importa quello che fai”. Mia madre mi ha detto: “Smettila di piangere, dovrai essere sempre più brava degli altri per essere considerata uguale. Ti odieranno sempre, ma almeno ti rispetteranno”. Da allora so cosa vuol dire essere “zingaro” per gli “altri” e da allora, in vari modi combatto per i diritti del mio popolo. Mi sono laureata alla Facoltà d’Arti Drammatiche di Belgrado, e vivo in Italia dal 1999. Sono un’attrice, vice presidente dell’associazione Upre Roma, portavoce dell’Alleanza Romanì, fondatrice dell’European Institute for Roma Arts and Culture e presidente dell’Alliance for European Roma Institute for Arts and Culture. Cosa voglio? Voglio che mio figlio, insieme con gli altri 6 milioni di bambini e bambine Rom in Europa, abbia un mondo più bello e più giusto, che possa camminare a testa alta e non debba subire discriminazioni. Ho scelto come motto la frase attribuita al Mahatma Gandhi: “Chi fa una cosa per me senza di me è contro di me”».

Cosa significa nel Giorno della Memoria ricordare gli oltre 500mila Rom e Sinti sterminati nei lager nazisti?
Significa ricordare che si è trattato di un genocidio, come quello degli Ebrei. Significa sottolineare che non è solo una questione di memoria, storica, di principio. Per noi è una questione di vita e di morte. Ne vale il nostro futuro, soprattutto in Italia.

Perché?
Perché nella nostra lunga storia nel continente europeo, e parlo in particolare dell’Italia, il genocidio è stato il culmine di una lunghissima persecuzione che c’è stata prima della Seconda guerra mondiale e che è continuata anche dopo la sua fine. Ed è continuata addirittura fino al 1979, con la sterilizzazione delle donne Rom. Solo nel 2000 la Slovacchia è stata condannata per la sterilizzazione forzata. Io sono una persona che è stata definita da un eurodeputato della Lega, Giancarlo Buonanno (recentemente scomparso in un incidente stradale, ndr) in una trasmissione televisiva in prima serata, con milioni di spettatori, la “feccia della società”. Io e i miei simili. Lui l’ha fatto guardandomi negli occhi, certo delle sue ragioni, senza un minimo di dubbio o di esitazione. Sicuro anche di avere un grande consenso. Noi viviamo in un paese nel quale il 78% delle persone ha pregiudizi nei confronti dei Rom e Sinti. L’ultima ricerca di Tecné, che risale a maggio 2021, ci dice che quasi il 20% dei milanesi pensa che i Rom si distinguono dall’odore. L’Italia è il paese di Cesare Lombroso che definiva così gli Zingari (rispetto agli Ebrei: “Non così può dirsi degli Zingari che sono l’immagine viva di una razza intera di delinquenti, e ne riproducono tutte le passioni e i vizi”. E tutto questo non è “passato”. La Shoah è stata un orrore incredibile, impossibile da pensare, che però è stato elaborato anche per quello che riguarda l’Italia, e che dunque fa parte della coscienza collettiva. L’antisemitismo c’è, è strisciante, non muore e che va sempre combattuto. Le persone, anche quelle che sono antisemite, se ne vergognano un po’, non lo dicono pubblicamente. Questo non accade per l’anti ziganismo. E questo non produce soltanto la discriminazione quotidiana che impedisce alle persone di trovare lavoro, di andare a scuola, di vivere una vita normale, da cittadini, ma produce anche una discriminazione istituzionale. Per questo dico che è una questione di vita e di morte. Anche dall’Italia i Rom sono stati mandati a morte nei campi di sterminio tedeschi. C’è stata una persecuzione italiana, inaspritasi durante la Seconda guerra mondiale, col regime fascista. Dal punto di vista storico, il nostro è stato un genocidio scientifico, razziale, esattamente come è stata la Shoah per il popolo ebraico. E per questo noi chiediamo allo Stato italiano d’inserire nella legge che istituisce il Giorno della Memoria, anche il nostro sterminio. Questo sarebbe l’inizio di un percorso che a noi, fra dieci-quindici-vent’anni, potrebbe portare, forse, a una diminuzione di quel livello di anti ziganismo e a rendere possibile la vita di Rom e Sinti in Italia.

La vostra è anche la rivendicazione di una identità, di una cultura, che al pari di quella ebraica i nazifascisti cercarono di cancellare con lo sterminio?
In quello sterminio c’era la volontà di far sparire dalla faccia della terra tutti quelli che, per quanto ci riguardava, avevano un sedicesimo di “sangue zingaro”. Intendevano cancellarci non solo fisicamente ma anche culturalmente, in ogni aspetto. E qui torno sulla discriminazione istituzionale. Vede, noi siamo l’unica minoranza non riconosciuta in Italia, anche se l’articolo VI della Costituzione dice che le minoranze vanno tutelate. Ci sono dodici minoranze riconosciute. Noi siamo l’unica non riconosciuta ancora. Il nostro genocidio non è considerato, non è ricordato, non se ne parla, non s’insegna, non si mette nei libri di scuola. Di cos’altro c’è bisogno per capire? Se io non esisto per lo Stato italiano, con la mia identità, nonostante i Rom e i Sinti siano sul territorio italiano dal 1400, finisco per esistere solo come problema sociale o di sicurezza, a seconda di chi lo guarda. Io non esisto come appartenente ad una minoranza che fa parte di questo paese, che è stata sterminata durante la Seconda guerra mondiale, che è stata sterilizzata fino agli anni ’80 in Europa per farla sparire, altre prove non ci vogliono. Non si capisce perché.

Il termine “zingaro” viene usato come termine tra i più dispregiativi. Quanto c’è d’ignoranza e quanto di calcoli elettorali in questo?
È assolutamente chiaro, evidente che noi siamo il capro espiatorio perfetto. Perché non siamo riconosciuti, perché non c’è una istituzione che ci possa difendere. Siamo una minoranza, anche un po’ “sgangherata” e per questo esclusi dalla società. Separati, segregati, messi fuori. La nostra voce non c’è. Non c’è un parlamentare Rom o Sinto. Ci sono giornalisti ma nessuno che lavora in un giornale importante o in televisione. Un quarto della popolazione Rom e Sinti durante la Seconda guerra mondiale è stata sterminata. Abbiamo perso le nostre èlite intellettuali. La gente che è sopravvissuta non sapeva né leggere né scrivere. Non abbiamo scritto libri. E dunque siamo perfetti per essere maltrattati, usati come capro espiatorio ed anche per scopi politici. Quando le dico che io sono stata definita “feccia della società” davanti a Formigli a Piazza Pulita, certo ci sono state persone scioccate, scandalizzate, qualcuno mi ha espresso solidarietà, ma molti mi hanno anche minacciato e ho ancora processi in corso per questo. Ma nessuno ha detto che forse sarebbe il caso di istituire una commissione sull’anti ziganismo. Nessuno ha preso quell’insulto rivoltomi come un segno dell’inciviltà di questa società su cui bisogna intervenire. Se la sono presa con la Lega, ma era fin troppo facile. Noi siamo pochi, deboli, è facile maltrattarci e a molti politici conviene mantenerci in queste condizioni perché è una vittoria sicura. Basta dire due parole insultanti, demonizzanti, e il tuo bacino elettorale è assicurato. Se il Giorno della Memoria serve non solo per ricordare ma anche e soprattutto per non far ripetere mai più quell’orrore, in nessuna forma, allora chi opera nelle istituzioni, coloro che si fanno garanti della Costituzione, dovrebbero farsi qualche domanda.

Quale atto simbolico riterrebbe importante da parte delle istituzioni italiane?
Riconoscere il genocidio dei Rom e Sinti. Come ha fatto la Germania. Perché gli “Zingari” non siano più perseguitati e dimenticati.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.