«Il servizio di pronto intervento del 118 potrebbe funzionare benissimo se si potenziassero i distretti e la medicina territoriale», spiega Giuseppe Galano, presidente regionale del sindacato Aaroi-Emac. Il “distretto” cui fa riferimento Galano è la struttura di servizi sanitari che svolge attività di diagnosi, cura e riabilitazione di primo livello (cioè di base) ed è proprio in questa unità che si troverebbe la chiave di volta per rendere semplice e immediato l’arrivo di un’ambulanza. Anche se, come racconta Galano e contro ogni aspettativa, il 118 di Napoli, prima della pandemia, aveva quasi raggiunto gli standard nazionali per quanto riguarda i tempi di attesa. «Di norma, dal momento della telefonata all’arrivo sul posto del mezzo – dice il presidente- devono passare circa nove minuti. E complessivamente l’intervento, che inizia dalla richiesta e termina con il trasporto in ospedale, deve durare circa 18 minuti».

L’arrivo del Coronavirus ha stravolto la sanità, messa a dura prova dal numero dei contagiati e dalla debolezza della rete sanitaria nazionale. «Adesso- sottolinea Galano – tra vestizione del personale medico e sanificazione dell’ambulanza, perdiamo qualche minuto in più». Però nel periodo ante-Covid è capitato comunque che dalla chiamata all’arrivo del 118 passassero più di dieci minuti e questo perché «spesso le ambulanze vengono trattenute più del necessario negli ospedali». Ma facciamo un passo indietro, spiegando nel dettaglio cosa succede nel momento in cui si richiede l’ intervento dell’ambulanza: arriva il mezzo medicalizzato, all’interno del quale sono presenti uno o due soccorritori provenienti dai reparti di pronto soccorso degli ospedali o direttamente dalla centrale operativa; il paziente viene trasportato nella struttura sanitaria più vicina e ritenuto idoneo per l’assistenza. Giunti nel presidio ospedaliero, gli operatori del 118 devono accertarsi che il soggetto venga preso in carico dal personale medico, altrimenti non possono andare via. E qui sorge il problema.

Il triage (sistema utilizzato per attribuire un codice di gravità ai soggetti coinvolti in infortuni) ha dei tempi lunghissimi, poiché c’è poco personale e perché spesso non ci sono posti letto disponibili. Così l’infortunato deve attendere sulla barella dell’ambulanza che, di conseguenza, non può rispondere ad altre richieste. «La carenza di personale e di mezzi è evidente ma non drammatica – fa sapere Galano – A Napoli disponiamo di 13 ambulanze e ne servirebbero 17. Abbiamo circa 65 infermieri, ne mancano all’appello 15. Il problema vero è l’organizzazione». Quale potrebbe essere la soluzione? «Potenziare la medicina territoriale, quindi la categoria dei medici di base, implementando i servizi di assistenza domiciliare e ambulatoriale», sostiene il leader regionale del sindacato degli anestesisti rianimatori. In questo modo, si farebbero respirare le corsie del pronto soccorso, perché molti pazienti non dovrebbero recarsi in ospedale per cure semplici.

Così la presa in carico di un paziente risulterebbe molto più veloce e consentirebbe all’ambulanza di prestare soccorso, in tempi brevi, in un altro luogo. Ma resta il nodo della carenza di infermieri. «Credo che serva l’internalizzazione del personale – conclude Galano – Ovvero il personale che presta servizio presso il 118 dovrebbe diventare dipendente dell’Asl e parte integrante dell’azienda». Su questo punto e sul potenziamento della rete territoriale la Regione ha aperto un tavolo di lavoro.