La Campania ha retto l’onda d’urto del Coronavirus. Questione di fortuna, per alcuni; grande prova di efficienza amministrativa per il governatore Vincenzo De Luca. Ma la verità sullo stato di salute della sanità campana dove si trova? E qual è la strategia giusta per migliorare l’assistenza medica? La risposta è nella della griglia dei Lea (Livelli essenziali di assistenza) attraverso la quale si comprende come la Campania arranchi ancora sotto il profilo delle performance offerte da ospedali e distretti. E allora è qui che bisogna intervenire: assunzioni di medici e infermieri, sale operatorie aperte anche di domenica, potenziamento dei distretti. L’ultima griglia dei Lea risale al 2017. Tre anni fa, ma si tratta pur sempre dell’ultima “fotografia ufficiale” della sanità regionale. La Campania annaspa nelle retrovie della classifica nazionale e mostra due insufficienze alle voci relative a ospedali e distretti. Al Sud è la Puglia l’unica regione con performance positive in tutti i settori, mentre i livelli del Nord sembrano irraggiungibili.

Eppure, negli ultimi anni, il servizio sanitario locale è migliorato sotto diversi aspetti: al netto del risanamento delle finanze e del conseguente addio al commissariamento, i tempi di attesa si sono ridotti così come quelli per il trattamento delle fratture al femore. E la Regione ha accelerato su vaccinazioni, centri anti-diabete e per la procreazione medicalmente assistita. Tanto che i dati preliminari per il 2019 segnalerebbero, a detta di De Luca, un netto aumento del punteggio della Campania. A ogni modo, i problemi da risolvere restano. Il primo: come migliorare l’assistenza negli ospedali? L’emergenza Coronavirus ha portato al blocco dell’attività chirurgica ordinaria. E così le liste d’attesa per alcuni interventi si sono nuovamente allungate. Qualche esempio? Per operarsi agli occhi bisogna attendere tra sei e 12 mesi, stesso discorso per sottoporsi a un intervento di chirurgia urologica. Le sale operatorie, d’altra, sono attive soltanto tre giorni a settimana e in fasce orarie piuttosto ristrette. «Bisogna fare in modo che le equipe operino sette giorni su sette e 24 ore al giorno», suggerisce Lorenzo Medici, segretario regionale della Cisl Funzione Pubblica. Operando su turni, infatti, i chirurghi potrebbero intensificare gli interventi e abbattere sensibilmente i tempi d’attesa. Il secondo problema è dato dalle carenze della medicina territoriale.

La rete di distretti e ambulatori che avrebbe dovuto fornire le prime risposte ai pazienti, evitando che questi ultimi si precipitassero al pronto soccorso e ingolfassero gli ospedali, è stata progressivamente smantellata. Per risolvere questi problemi, però, serve il personale. E, allo stato attuale, alla sanità locale mancano circa 13mila tra medici, infermieri e amministrativi. Quindi alla Regione non resta che assumere, soprattutto quelle figure che attualmente sembrano introvabili. Specialisti in medicina d’urgenza, radiologi, tecnici di laboratorio, biologi, fisiatri, fisioterapisti, neuropsichiatri infantili. Senza dimenticare gli anestesisti-rianimatori: «Attualmente ne sono in servizio circa mille e 500, ma ne servirebbero subito altri 250 – spiega Giuseppe Galano, leader campano del sindacato Aaroi Emac – Si tratta di figure indispensabili soprattutto nelle emergenze come quella provocata dal Coronavirus».

Qualcuno dirà: le assunzioni finiranno per appesantire il bilancio regionale. Ma le risorse si possono e si devono trovare. Nel taglio della spesa improduttiva, per esempio: il margine c’è, visto che in Campania l’esborso per beni e servizi è cresciuto del 4 per cento e quello per i farmaci del 12 negli ultimi anni. E poi ci sono i quasi tre miliardi e mezzo messi a disposizione dal Ministero della Salute che dovrebbero consentire il reclutamento di circa 980 infermieri, 400 medici e 600 infermieri. Risorse alle quali potrebbero presto aggiungersi pure quattro miliardi del Mes. Insomma, stavolta i soldi per scalare la griglia dei Lea ci sono. A mancare, a breve, saranno gli alibi.