«Tutte le strade portano a Roma. Ma le strade di Roma non devono diventare palestre per la violenza fascista». Ad affermarlo è Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei). La presidente dell’Ucei è durissima con le esternazioni antisemite del candidato sindaco del centrodestra, Enrico Michetti: «Il pensiero che le nostre istituzioni possano essere guidate da persone il cui pensiero è intriso di pregiudizi indigna e fa tremare», rimarca Di Segni. Che ribadisce: «Cultura del dialogo ed educazione alla memoria di ciò che fu il fascismo siano punti cardine alla base delle scelte elettorali». Quanto alle considerazioni di Michetti sulla Shoah, il giudizio della presidente dell’Ucei è racchiuso in una parola: “Scandalose”. E a Il Riformista ne motiva la ragione. Lanciando un grido d’allarme: «Lo squadrismo di un tempo usa oggi la pista del no pass-no vax per farsi strada. Volevano la Capitol Hill romana».

Lei ha usato parole molto dure nel commentare le considerazioni del candidato sindaco a Roma del centrodestra sulla Shoah. Dall’entourage di Michetti evidenziano che nel suo programma non c’è alcun ammiccamento a posizioni antisemite e lo stesso candidato sindaco ha porto le sue scuse.
Ne prendiamo atto ma il problema di fondo resta. Personaggi e forze che sostengono il candidato Michetti non fanno mistero del loro essere fascisti e propugnatori di una ideologia antisemita. Un candidato non lo si giudica, almeno questo è il mio pensiero, solo per le competenze manifeste ma anche per i valori di cui si fa portatore verso la città. Ragionare sui valori non è meno importante e indicativo del parlare del problema del traffico o dei rifiuti. Non vi può essere alcuna zona d’ombra, alcuna ambiguità, alcun ammiccamento verso forze di chiara ispirazione fascista. Non si tratta di folclore politico, ma di frange organizzate, violente, che rappresentano una minaccia per la convivenza civile e democratica. Le cose vanno chiamate con il loro nome, senza girarci attorno. Quello cui abbiamo assistito per le strade di Roma è stato uno spettacolo di squadrismo fascista inaccettabile messo in atto anche nel pronto soccorso di un ospedale e contro la sede nazionale della Cgil. Un attacco ai valori democratici che tutte le forze politiche e di magistratura sono chiamate a condannare con chiarezza. I fatti di sabato ricordano quanto sia urgente che vergognose contiguità con un neofascismo italiano sempre più pervasivo siano definitivamente accantonate da chi a parole condanna, ma nei fatti non fa abbastanza, o peggio, ci si relaziona. Le parole non sono sufficienti. Bisogna agire adesso – e non solo a Roma – per chiarire la pericolosità di questi gruppi ed escludere la legittimazione finora ampiamente accordata. Tante voci a Roma chiedono fermezza nei confronti di questi seminatori di odio. Queste voci vanno ascoltate da chi è deputato a intervenire. Mi lasci aggiungere che l’emersione dell’antisemitismo non è questione di questi giorni. Sono anni, infatti, che sappiamo che esiste a Roma una situazione ben strutturata, sostenuta, legittimata, che dalla rete, dal mondo virtuale si propaga nel mondo reale. Come Ucei abbiamo denunciato tante volte e in tantissime occasioni questa situazione, mettendo in evidenza la pericolosità di queste frange e, cosa non meno preoccupante, l’atteggiamento accondiscendente di chi non prende le distanze da questa gente, come fossero “camerati che sbagliano” ma pur sempre camerati. Le parole non sono sufficienti, la facciata delle parole non è sufficiente. È ora di passare ad una chiara resistenza, espressa in azioni normative e anche di magistratura in grado di arginare questo fenomeno eversivo con decisioni ben chiare.

Perché il movimento no green pass- no vax è impregnato di una narrazione dalle forti venature antisemite quando, ad esempio, si fa riferimento ad un complotto giudaico globale che sarebbe dietro i vaccini e chi li produce?
Quando il pregiudizio non è stato sradicato in secoli e secoli, esso si presta a qualsiasi declinazione. È facile riprendere l’antisemitismo e innestarlo su quella che è l’attualità e ciò che si vive oggi. Quello che è in atto è il tentativo difficile, generoso, di salvaguardare la vita. E la vita di ciascuno di noi dipende da quella degli altri e siamo responsabili per una collettività. Nei tempi bui era esattamente il contrario. Il veleno della propaganda antisemita ha portato fino ai campi di sterminio. L’atteggiamento di chi nega tutto e il contrario di tutto a suo piacimento – piacimento inteso come potere – non porta da nessuna parte o, peggio ancora, porta in direzioni molto pericolose. Ci saranno sicuramente persone sinceramente scettiche sul processo di deduzione logica in ambito scientifico, ma anche queste persone non hanno le competenze scientifiche di chi ha studiato e cerca di mettere il meglio di sé al servizio di una comunità globale. Costoro non si rendono conto che con il loro scetticismo si prestano alla strumentalizzazione fascista. La manifestazione di sabato a Roma ne è una allarmante riprova. Questo tornante di violenza fa paura, davvero paura. Il fascismo di oggi è qualcosa di molto più insidioso e allarmante del nostalgismo.

La cultura è forse il miglior antidoto contro la demonizzazione dell’altro da sé. Nei giorni scorsi si è celebrata la Giornata europea della cultura ebraica. Che peso può avere la cultura in questa battaglia di civiltà?
Per la Giornata della cultura ebraica abbiamo scelto quest’anno il tema del dialogo. Il punto di partenza di qualsiasi tentativo di convivenza e di confronto è la capacità di riconoscere l’altro come pari soggetto, degno di essere non solo ascoltato ma di suscitare interesse per la vita degli altri. È una iniziativa che portiamo avanti da oltre vent’anni e penso che l’Italia abbia dimostrato anche a livello europeo, nell’organizzazione di questa Giornata, di essere tra i Paesi che hanno messo in campo una grande quantità di eventi, dall’arte al teatro, dalla cucina alla scienza al teatro. Parliamo di oltre cento località in 17 regioni. Accanto al buio, c’è la luce, grande, della popolazione civile che ha partecipato a questi eventi. Persone che vogliono conoscere la storia ebraica. L’obiettivo di questa Giornata è anzitutto di affermare che ebraismo non è solo Shoah. È chiaro che c’è un impegno molto forte sul tema della memoria e di come vada affrontato. E qui torniamo alle considerazioni iniziali. Evidentemente un lavoro serio, efficace, non è stato fatto, o comunque quello che è stato fatto non è sufficiente e va ulteriormente ripensato e rafforzato. Lo stesso impegno e la stessa coerenza ci vogliono nel capire che quando si parla di Ebrei non si parla solo di una persecuzione del passato. La cultura è fondamentale ed è un investimento che non si misura solo in termini finanziari. Si ritrova nel modo di essere e di pensare delle persone nelle generazioni future. E inizia nel primo giorno della vita. Credo che questa sia la sfida, verso i genitori così come verso bambini anche molto piccoli. E in questo impegno di costruzione di una cultura della responsabilità e della convivenza, è fondamentale il sistema scolastico ed educativo.

In ultimo, vorrei che tornassimo su Roma. La capitale dovrebbe essere la città del Dialogo. In questa chiave, come Ucei cosa vi attendete dal sindaco della capitale che uscirà dal ballottaggio tra Gualtieri e Michetti?
Roma è la città millenaria di presenza ebraica ed è la città dove sono stati firmati i trattati costitutivi dell’Unione europea, così come lo sarà nei prossimi giorni per eventi molto importanti. È stata crocevia per scelte che hanno cambiato il mondo. Il sindaco di Roma deve essere all’altezza di una città che si dimostri capace di dialogare e di raccogliere diverse istanze, stili di vita, culture. Roma è un punto di riferimento per tutto il mondo. I cittadini di Roma sono giustamente interessati alle problematiche riguardanti la qualità della vita nella loro città. Ma la qualità della vita è data anche dai valori. E oggi questi valori nelle strade di Roma non si respirano. Non si respira fiducia, ma rabbia, paura, contrapposizione violenta. Tutte le strade portano a Roma, ma non devono essere strade intrise di violenza scatenata dallo squadrismo fascista. La Roma che guarda al mondo è una città aperta, plurale, che fa del dialogo e dell’inclusione il suo tratto caratterizzante. E il primo cittadino deve incarnare questi valori. Che non hanno coloritura partitica, ma che appartengono alla civiltà democratica. Quella che i fascisti di ieri e di oggi vorrebbero cancellare. Magari partendo dal Campidoglio. Impedirlo è un dovere civico.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.