Il calo fatto registrare dal Partito democratico a Roma tra le amministrative del 2013 che videro l’elezione di Ignazio Marino in Campidoglio, e il primo turno delle comunali di quest’anno, con Roberto Gualtieri secondo (ma staccato di appena 35 mila preferenze da Enrico Michetti del centrodestra), è stato di ben 100mila voti.

Otto anni e mezzo fa, quando il chirurgo ed ex senatore il Pd ha vinto, si portò a casa il 26.2% con 267mila voti, ieri invece i dem hanno incassato il 16.4%, con 166mila preferenze. Nell’intervallo di questa lunga partita, durante la tornata del 2016 che vide Roberto Giachetti candidato sindaco sconfitto da Virginia Raggi, il Pd registrò il 17.2% di preferenze e circa 200mila voti.

Un’occhio alle affluenze: tragica secondo molti, prevedibile secondo altri, quella dell’ultima tornata elettorale che si ferma al 48.8%. La più bassa da quando è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco. Nel 2013 la partecipazione è rimasta su percentuali simili: 52.80% contro il 73.66% delle amministrative del 2008. Già in quell’occasione il 21% dei romani rinunciò alle urne. Nel 2016 a Roma invece si presentarono per il ballottaggio il 55.4% degli elettori contro il 66.6% del primo turno.

Un Partito democratico sull’altalena elettorale quello degli ultimi anni, che non riesce a garantirsi un elettorato stabile. Alle politiche del 2018, allora il segretario era l’ex premier Matteo Renzi, i dem hanno incassato il 22%. Risultato magro. L’anno successivo, alle europee, la formazione era guidata da Nicola Zingaretti, che nella Capitale ha costruito il suo successo politico, ed ha ottenuto il 30.6%, che ne ha fatto il primo partito in città con 338mila voti. Seguiva la Lega al 25.7% secondo partito in città, oggi al 5.9%. Per il Carroccio oltre 200mila voti in meno nel raffronto tra le due tornate.

Le ragioni del saliscendi dei dem, che a Roma ha creato un pezzo importante della sua classe dirigente, vanno forse ricercate nella presenza alle comunali di diverse liste civiche o altre formazioni politiche che frammentano il voto per il candidato. Quella di Gualtieri, contando anche la presenza a sinistra di Roma Futura, Sinistra Civica Ecologista, Demos, i Verdi ed il Psi, è andata piuttosto bene, raccogliendo il 5.4%, con la possibilità di avere fino a 5 consiglieri in caso di vittoria. Mentre alle europee il voto è spesso più polarizzato sulle grandi formazioni. Inoltre parte del ceto politico cittadino è passato ad Italia Viva, che in questa tornata ha sostenuto la corsa di Carlo Calenda. Anche se Matteo Renzi nella Capitale non ha mai fatto segnare percentuali bulgare, nemmeno quando ha vinto le primarie per la segreteria.

Vittoria in territorio romano per il Pd invece è stata l’elezione del segretario cittadino Andrea Casu deputato nelle suppletive per il collegio di Primavalle con un successo largo sul centrodestra. Un risultato positivo che fa ben sperare per il ballottaggio dove in caso di vittoria potrebbero eleggere 17 consiglieri.

La brutta influenza che il centrosinistra romano si è beccato con l’inchiesta sul ‘Mondo di mezzo’ (per cui pochi mesi fa i giudici hanno smontato l’impianto accusatorio della procura di Roma decretando come nel gruppo di Carminati e Buzzi non vi fossero evidenze né di utilizzo del metodo, né dell’esistenza del conseguente assoggettamento omertoso caratteristico dell’associazione per delinquere di stampo mafioso), che ha portato al commissariamento e alla defenestrazione dell’ex sindaco Marino, ha palesato i suoi postumi con l’evidente perdita di elettori nelle periferie. I risultati territoriali peggiori lunedì sono infatti arrivati ad Ostia e Tor Bella Monaca, rispettivamente al 14% e 13%.

Riccardo Annibali