L’Europa o è inclusione, solidarietà verso i più deboli e indifesi, o non è. Perché l’Europa dei padri fondatori non può ritrovarsi, riconoscersi neppure alla lontana, nella deriva sovranista che alberga nei palazzi del potere a Budapest, a Varsavia, a ViennaIl Riformista ne discute con padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati. «La costruzione di un’Europa sicura, in questa nostra epoca come alla fine della “guerra fredda”, non può che passare attraverso la costruzione di un’Europa capace di essere davvero casa comune. Oggi la globalizzazione impone una sfida ancora più ambiziosa: l’Europa deve diventare casa comune per chi ci vive, ma anche impegnarsi perché il mondo intero sia casa comune per l’intera famiglia umana. Questa è la vera e più radicale sfida culturale che ci aspetta nei prossimi anni come cittadini europei, ed è l’unico modo per sconfiggere ogni forma di terrorismo». È un passaggio dello scritto di padre Ripamonti sull’ultimo numero di Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti. Una Europa che viene respinta dal “muro” dei Dodici.

Padre Ripamonti, Dodici paesi membri dell’Unione europea hanno chiesto a Bruxelles di finanziare un mega muro anti migranti. Le chiedo: ma che Europa è mai questa?
È l’Europa dell’esclusione, dei respingimenti forzati, e non certo l’Europa dell’accoglienza. Non mi meraviglio che ci sia stata questa richiesta, anche perché negli ultimi anni ci si è orientati molto verso un blocco degli accessi all’Europa piuttosto che immaginare una politica europea che fosse all’altezza di un continente che riconosce i diritti delle persone, che riconosce l’accoglienza come elemento basilare. La richiesta di questi 12 Paesi s’inserisce nel solco di questo modo d’intendere anche i rapporti con gli Stati esterni e con quelle aree di crisi più in difficoltà. La richiesta avanzata porta all’estremo questa logica di chiusura, anche se abbiamo visto che non tutti, tra gli Stati dell’Unione, sono d’accordo con questa politica sovranista.

Una Unione dovrebbe tenere insieme soggetti che condividono i principi e i valori fondamentali dell’Unione di cui si è scelto liberamente di far parte, in questo caso l’Unione europea. Ma così non è. E allora come si può pensare a un futuro condiviso per l’Europa?
Si può pensare a un futuro condiviso se si comincia con coraggio a sottolineare quelli che sono i principi comuni che tengono insieme l’Unione europeo. E quello dell’accoglienza, della solidarietà, del rispetto dei diritti è un elemento che deve necessariamente aggregare. Non si può prescindere dal riconoscimento di questi principi e di questi diritti, altrimenti si tradisce la natura di un continente che è nato sul rispetto della dignità dell’uomo.

È certamente un problema di principi e di valori condivisi. Ma non è, le chiedo, anche un problema delle regole che presidiano questo stare assieme? In questa chiave, non è giunto il tempo di abolire l’arma di ricatto che certi Paesi, soprattutto dell’Est, utilizzano per bloccare l’azione dell’Europa, vale a dire il loro diritto di veto. Padre Ripamonti, l’unanimismo non è un virus mortale per l’Europa?
È indubbio che occorrerebbe cambiare le regole sull’unanimità oggi indispensabile per far passare alcune proposte. Su alcuni temi, e tra questi c’è quello dell’accoglienza, la maggioranza dei Paesi Ue deve avere il suo peso. Bisogna cambiare le regole di governance di una Unione che si è allargata a tal punto che immaginare che tutti la pensino allo stesso modo è un po’ idealistico e, nei fatti, paralizzante. L’idea per cui la quantità fa la qualità è una idea forzata. Lo si vede nell’allargamento a 27 dell’Unione europea. L’obbligo dell’unanimità rischia di condannare all’impotenza, a trattative senza fine, a mediazioni sempre più al ribasso. La vita è fatta di compromessi, e questo vale per le persone come per gli Stati. Ma vi sono principi e valori non negoziabili. E quello dell’accoglienza e della solidarietà da parte dell’Europa è tra questi.

In una nostra recente conversazione che riguardava la “fuga” dell’Occidente dall’Afghanistan, era emersa una preoccupazione, e cioè che si perdesse in breve tempo memoria di quella tragedia umanitaria in atto. I Grandi della Terra sono tornati nel silenzio. Un silenzio complice.
Quel timore che, piano piano, si finisse per dimenticare questa emergenza e si tornasse a vivere come se questa non esistesse, si è purtroppo realizzato. Fa parte di questa idea per cui se li teniamo lontani, se non ci facciamo coinvolgere direttamente, quel problema non è più nostro. In realtà, anche la pandemia ci ha dimostrato che siamo tutti interconnessi e che non possiamo fra finta di nulla. Io auspico, come vuole il presidente Draghi, un G20 che metta a fuoco questa questione dell’Afghanistan e che essa non cada nel dimenticatoio delle grandi potenze.

Non c’è solo quella afghana come tragedia “silenziata”. Nel Mediterraneo si continua a morire, così come nel deserto del Sahel. È notizia di queste ore di un nuovo naufragio al largo della Libia che ha causato la morte di quindici migranti diretti in Italia. Le vittime, da inizio anno, sono quasi cinquecento. I superstiti di questo naufragio sono stati rimandati indietro dalla cosiddetta Guardia costiera libica.
Non si può tollerare che continuino le stragi quotidiane nel Mediterraneo, a cui si sommano quelle meno visibili nel Sahara e lungo le rotte della migrazione forzata. È urgente creare vie sicure e legali di accesso all’Europa: rilascio di “visti umanitari”, sospensione temporanea dell’obbligo di visto in alcune situazioni critiche, incremento del reinsediamento, ampliamento del diritto al ricongiungimento familiare, o altri meccanismi che potrebbero essere sperimentati in progetti pilota, in collaborazione con chi opera nei Paesi di origine o di transito. Si tratta di avere volontà politica, oltre che senso umanitario, per realizzare politiche solidali e inclusive. Una volontà che stenta a manifestarsi. Non si salvano vite umane finanziando la cosiddetta Guardia costiera libica o favorendo i respingimenti. Così si rigettano migliaia di esseri umani nell’inferno dei lager libici. Questa è disumanità. Mi lasci aggiungere l’importanza di un’azione culturale rivolta in primo luogo alle giovani generazioni. La cultura dello scarto deve lasciare posto alla cultura dell’inclusione e della fraternità. È questa la grande sfida su cui si gioca il futuro stesso dell’Europa.

Nei giorni scorsi, il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, intervenendo alla Conferenza ministeriale “Incontri con l’Africa”, svoltasi a Roma, ha rimarcato, cito testualmente: «L’Africa, che ospita il 17% della popolazione, ha ricevuto solo il 2% della produzione mondiale di vaccini». E questo mentre in Italia c’è chi occupa piazze e provoca scontri in nome del “no vax”. Due mondi paralleli?
Purtroppo sì. Si fanno spesso delle manifestazioni in nome di una falsa idea di libertà che non ha come fondamento la solidarietà. Se la libertà è una libertà che guarda ai diritti delle persone, che poggia sulla solidarietà, allora dovrebbe far scandalo il fatto che solo il 2% dell’Africa ha i vaccini e tutto il resto no. Loro, e stiamo parlando di centinaia di milioni di persone, non sono liberi di vivere il loro diritto alla salute, il loro diritto alla vita, mentre qui da noi c’è chi scende in piazza per rivendicare, con violenza e non certo con la forza delle idee, una libertà che è autonomia da tutto e da tutti e che non si poggia sulla solidarietà. In un Paese civile e democratico dovrebbe scattare una sirena d’allarme di fronte a certi comportamenti.

Guardando all’Est, in Polonia come in Ungheria, i partiti al potere usano la fede cattolica per giustificare e legittimare pesanti chiusure sui diritti umani, civili, delle minoranze. Che ne pensa di questo?
Anche lì, come è stato fatto tante volte in passato, la religione viene strumentalizzata per una idea di identità che, però, cozza con l’idea di cattolicità e comunque con l’idea di universalità del cristianesimo. È un utilizzo strumentale della religione su base identitaria che non rispetta quello che è il messaggio del Vangelo, che è invece un messaggio di fraternità che Papa Francesco ha più volte ribadito in tutti i suoi interventi.

Lei fa riferimento al messaggio di Papa Francesco. Ma a fronte di quei silenzi di cui parlavamo in precedenza, non rischia il pontefice di essere un predicatore nel deserto dell’indifferenza?
Nella storia della salvezza, le voci profetiche sono sempre state voci inascoltate, voci perseguitate. L’importante è che il Papa continui ad essere voce di chi non ha voce, di ribadire l’importanza di un mondo fatto di fratelli e non di persone che siano indifferenti le une dalle altre. Questa voce che si leva in nome dei poveri della Terra è un monito continuo a non fare della religione qualcosa di strumentale, di identitario che esclude e non invece un mondo di fratelli.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.